Il mito virtuista di Vilfredo Pareto

Boom di recensioni sulla stampa nazionale per il libro culto appena pubblicato dalla casa editrice maceratese Liberilibri
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mito-definitiva

 

di Maria Stefania Gelsomini

Il primo è stato Armando Torno, qualche giorno fa, sul Corriere della Sera. Lo storico Giampietro Berti, editorialista del Giornale, gli ha dedicato un’intera pagina sul quotidiano diretto da Alessandro Sallusti. Lo ha recensito pure Armando Massarenti sulla Domenica, l’inserto culturale del Sole 24 Ore che dirige. Lunedì è stato presentato nella trasmissione Rai UnoMattina dal noto critico Arnaldo Colasanti, martedì il direttore di Radio24 Gianfranco Fabi ha intervistato il fondatore e direttore editoriale di Liberilibri Aldo Canovari e ieri è persino arrivata nella sede di corso Cavour una troupe del Tg3 Marche per realizzare un servizio anche su questo libro. Ebbene sì, sembra una star ma si tratta proprio di un libro, Il mito virtuista e la letteratura immorale di Vilfredo Pareto, al quale la stampa nazionale sta riservando un’attenzione a dir poco incredibile. E cosa avrà mai di speciale per meritarsi tutto questo clamoroso interesse?

Che fosse speciale per la casa editrice che l’ha appena pubblicato era facile intuirlo da più di un indizio: intanto esce a cento anni esatti dalla sua prima edizione (Le mythe vertuïste, in francese, è del 1911) e poi è il centesimo volume della collana più importante di Liberilibri, Oche del Campidoglio. Un classico che torna dunque nelle librerie degli italiani a distanza di un secolo, visto che dopo la prima traduzione italiana del 1914 il libro fino ad oggi non era stato più ristampato, se non all’interno di un paio di raccolte antologiche di Pareto e comunque non come testo singolo.

Attenzione però, l’argomento può anche essere pruriginoso ma l’avvertimento è doveroso: non siamo di fronte a una lettura da portarci sotto l’ombrellone o meglio, visto il periodo, a un equivalente letterario del cinepanettone (con tutto il rispetto per i cinepanettoni). Insomma niente a che vedere con uno di quegli pseudo saggi natalizi, di quei bestseller usa-e-getta da scartare e consumare sotto l’albero fra un morso e l’altro di torrone. Il tema è assai serio, anche se mai serioso. Il mito va letto con la giusta atmosfera e assaporato con la dovuta concentrazione, anche se a “smitizzarlo” ci pensa subito l’autore nella prefazione: «Ma infine, ognuno segua pure la via che crede, e dica il suo parere: io vo’ dire il mio e non mi curo delle ire, delle minacce e delle vendette virtuiste», parola di Pareto! Economista, sociologo e politologo fra i più influenti del Novecento, Pareto viene invogliato guarda caso agli studi di economia dall’amico e coetaneo Maffeo Pantaloni, economista e politologo a sua volta e figlio del maceratese Diomede. C’è quindi anche questo legame seppure indiretto con Macerata a rendere il libro così speciale per Liberilibri.

Il mito virtuista è un’analisi colta e dissacrante condotta da un’anima profondamente liberale e libertaria che in molti si divertiranno a leggere, come si è divertito Pareto a smascherare senza pietà e senza peli sulla lingua le innumerevoli ipocrisie che si nascondono dietro ogni moralismo proibizionista che, in nome di una presunta “igiene” collettiva fisica e morale, pretende di vietare irrinunciabili diritti personali dell’individuo. Pareto s’ingegna persino a coniare il neologismo virtuista, perché non trova nel vocabolario un termine più forte e spregiativo di ipocrita, bacchettone o bigotto. Unico economista di formazione matematica ad aver dedicato uno studio monografico a questo tema “scabroso”, ricorda al lettore l’abisso profondo che separa la civiltà classica greco-romana da quella cristiana riguardo al sesso, ai piaceri dei sensi, alla rappresentazione letteraria e figurativa dell’eros e gli pone un interrogativo non banale: è assurda la civiltà pagana o non è piuttosto assurda la nostra?

Ma se è vero che tanto il linguaggio quanto i costumi sono stati ormai liberati da molte catene criminalizzatrici e che la censura alla letteratura immorale non corrisponde più a quella denunciata dall’autore (vedi i tabù del nudo e del libero amore), Il mito virtuista può ancora metterci in guardia dai tanti nuovi tabù e proibizionismi del pensiero e del linguaggio che nel frattempo si sono consolidati in nome del politically correct e che nel Duemila vanno ancora mutilando le libertà individuali. Ecco forse il vero segreto del suo attuale successo. Ed ecco perché, perfettamente in linea con la propria filosofia editoriale, Liberilibri ha riscoperto e ristampato questo “piccolo gioiello”, impreziosito da una bella Introduzione firmata da Franco Debenedetti.

 



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