Finalmente una colomba
fra Macerata e Civitanova

La domenica del villaggio
di Giancarlo Liuti
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di Giancarlo Liuti

C’è qualcosa di nuovo oggi nel cielo. Dopo anni di zuffe fra i gabbiani di Civitanova e i piccioni, alias pistacoppi, di Macerata con turbinio di penne e qualche caduto, ecco arrivare, proprio nel periodo pasquale, una colomba che mulinando il suo ramoscello d’ulivo ha messo a tacere quel bellicoso stridore. Il provvidenziale volatile porta i nomi dei sindaci Romano Carancini e Massimo Mobili, che hanno stretto una sorta di gemellaggio fra “Macerata Opera” e “Civitanova Danza” nella dichiarata intenzione di collaborare anche in altri campi e a vantaggio dell’intera provincia. Se sono rose fioriranno. Un fatto, comunque, è certo. Il nuovo clima sembra inaugurare una stagione ricca di prospettive per l’equilibrio e lo sviluppo di tutto ciò che esiste lungo e dentro i binari del Chienti e del Potenza, dagli Appennini fino all’Adriatico. Vuota retorica? Può darsi. Ma se consideriamo i tanti fenomeni di egoismo localistico che affliggono l’Italia attuale, a me pare una svolta da segnare a grandi lettere nel nostro calendario comune.

 

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Romano Carancini, sindaco di Macerata

 

A partire dalla seconda metà del secolo scorso, il superamento della mezzadria e la crescita economica e demografica del litorale determinarono un vistoso mutamento nei rapporti di forza fra le due città, con Civitanova che divenne sempre meno rassegnata a recitare un ruolo di subalternità nei confronti di Macerata. Una situazione, questa, che avrebbe potuto avere un percorso diciamo fisiologico se non fosse stata avvelenata dalle asprezze degli ultimi decenni, quando, sia detto senza polemica ma per amor di verità, la classe politica civitanovese impugnò l’ascia di guerra di un campanilismo aggressivo, mentre quella maceratese, forse dimentica delle responsabilità derivanti dall’essere capoluogo di provincia, reagì giocando a sua volta – con toni non altrettanto animosi, ma egualmente miopi –  la carta dell’orgoglio paesano.

 

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Massimo Mobili, sindaco di Civitanova Marche

 

Come non ricordare la poco plausibile battaglia di Civitanova per il cambiamento della segnaletica autostradale, e Macerata, udite udite, si rivolse addirittura al presidente della Repubblica? O le minacce, sempre civitanovesi, di secessione dalla provincia e addirittura dalla regione? O l’insistenza nell’attribuire sempre e comunque a Macerata la colpa dei problemi – immigrazione, ordine pubblico, inquinamento – che invece erano e sono l’inevitabile prezzo da pagare alla rapidità di quel tipo di sviluppo? O il vagheggiamento di un’impossibile parità anche nelle tradizioni storiche, nei monumenti e nelle istituzioni culturali? O, da parte maceratese, quel po’ di sicumera che continuava a non fare i conti con l’evoluzione dei tempi, e basti pensare alle stizzose reazioni per il “Tuttoingioco” realizzato a Civitanova? O – ripeto – la debolezza di Macerata nello svolgere la sua legittima funzione di promotrice della coesione provinciale, dimenticando che tale funzione non ammette né attacchi né difese di tipo municipalistico? Tutto ciò, ne sono convinto, non corrispondeva ai reali sentimenti delle rispettive popolazioni che per tanto tempo s’erano limitati alle intemperanze calcistiche e ai vicendevoli sfottò nei contatti balneari. Era invece il frutto di una viscerale ribellione del centrodestra rivierasco contro quel presunto e non tollerato accerchiamento del centrosinistra che, in controtendenza rispetto alla prorompente ascesa di Berlusconi a livello nazionale, si manifestava in Regione con D’Ambrosio e Spacca, in Provincia con Pigliapoco e Silenzi e a Macerata con Meschini.

Acqua passata? Voglio sperarlo, perché le diversità financo caratteriali fra maceratesi e civitanovesi (fatalisti, prudenti, riflessivi  i primi, aperti alle sfide, estroversi, pugnaci i secondi) non debbono impedire disegni di collaborazione ma, al contrario, ne costituiscono preziose opportunità. La storia non dimostra forse che quando si prende la via della paziente integrazione dei pregi e dei difetti son sempre i pregi a prevalere e a determinare il progresso? Applausi, dunque, a Carancini e a Mobili, benché schierati su opposti fronti politici. Se non sarà smentito dai fatti – nelle rose, si sa, non mancano le spine – il loro gesto ha quella virtù di cui tutti abbiamo, specialmente oggi, un enorme bisogno: fare squadra e progettare il futuro.



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