A Porto Recanati
si parla un dialetto
che sa di mare

CURIOSITA' - Il dizionario di Lino Palanca
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di Giancarlo Liuti

Se a Bergamo i letterati di fede leghista traducono Leopardi nel loro dialetto, da noi – a un tiro di schioppo dal ‘paterno ostello’ del grande poeta – i cultori del dialetto si dedicano ad operazioni di ben altro spessore culturale. E’ il caso di Lino Palanca, docente di lingua e letteratura francese ma, possiamo dire, intellettuale a tutto campo, che ha dato alle stampe le novecento pagine di “Léngua màtre”, dizionario del dialetto di Porto Recanati. Sono dodicimila vocaboli, divisi in due sezioni: una dal dialetto all’italiano, l’altra dall’italiano al dialetto. Localismo? Passatismo? Cerchia muraria da piccola patria? Niente di tutto questo. Palanca, che nel suo lavoro è stato aiutato da Antonio Bartolo, Biagio Grilli, Alessandro Mordini e Giuseppe Riccetti, lo spiega con chiarezza: il dialetto di questo dizionario è quello degli anni venti del secolo scorso, certo un po’ diverso dal precedente e anche dall’attuale, perché, più delle lingue nazionali, i dialetti sono materia viva, assorbono più in fretta le parole e i modi di dire che provengono dal mutamento dei costumi e delle condizioni sociali e soprattutto dal progressivo abbattimento di vecchi confini. Palanca non ci vuol dire che eravamo meglio prima, ma semplicemente che eravamo in un certo modo, e in parte lo siamo ancora, e forse non cesseremo mai di esserlo. Un documento di umanità, il suo. Senza bandiere ideologiche e senza precostituite barriere mentali, ma – qualità rara, oggigiorno, anche nella cultura – con l’umiltà, la serietà, la pazienza, l’apertura concettuale del ricercatore.

Il dialetto portorecanatese fa parte di quello maceratese, che a sua volta entra nel novero dei dialetti dell’Italia centrale, al di sotto della linea Rimini-La Spezia. Come ha recentemente spiegato la giovane maceratese Tania Paciaroni, che opera con successo nel centro di dialettologia dell’università di Zurigo e lì si dedica con fervore a studiare proprio il nostro dialetto, esso è il prodotto dell’influenza del linguaggio dei legionari romani – il latino, per l’appunto – che giunsero qui a partire dal terzo secolo avanti Cristo. E lo dimostra, fra l’altro, la costanza della lettera “u” nella finale di un gran numero di parole (le stesse “u” del latino, “nigrum” che da noi diventa “niru”, “russum” che diventa “rusciu”, “vetulum” che diventa “vecchiu”, eccetera).

Il portorecanatese ha una sua specificità? Relativa, ma ce l’ha. A parte alcuni vocaboli che nell’entroterra non figurano (“ampulò” per dire “spaccone”, “llugrà” per dire “consumare”, “mpussessitu” per dire “ricco, agiato”, “zappulettu” per dire “piccolo gruzzolo”, “scarfaticciu” per dire “cattivo odore”, ma questo può dipendere – se non erriamo – dalla vicinanza con l’Anconitano), risalta un gran numero di termini marinari (il linguaggio dei pescatori, dice Palanca, non è uguale a quello dei contadini e dei commercianti) e, sempre a causa della familiarità col mare e dei rapporti coi popoli di altre sponde, la non rara presenza di etimi albanesi, arabi, slavi e turchi.

Dialetto come roba da buttare, dialetto come storpiatura della lingua madre? Attenzione, osserva il grande linguista americano Max Weinreich: “Una lingua è un dialetto con dietro un potere economico, politico, militare e dunque culturale”. Cos’è dunque la lingua italiana? E’ il dialetto fiorentino, che si è affermato in virtù di questi poteri. Mentre il nostro dialetto è rimasto dialetto. Da dimenticare? Nient’affatto. Ricordarlo significa compiere un salutare esercizio di memoria rispetto al patrimonio di storia, costumi e tradizioni di realtà umane presenti da secoli, significa, in un’epoca di smemoratezze, collegare il passato al presente e al futuro. Ben fanno tanti portorecanatesi a tenerlo vivo, il loro dialetto, parlandolo insieme all’italiano e magari all’inglese, lingua del mondo. Ma soprattutto ha fatto bene Lino Palanca – “Léngua màtre”, con affetto di figlio – a studiarlo, metterlo in ordine e restituirgli una rinnovata dignità.



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