Giù la piazza non c’è più nessuno

Un ricordo di Mario Crucianelli sullo sfondo della congiuntura politica attuale
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Mario Crucianelli

di Mauro Montali

Leggo sul “Corriere della Sera” un’intervista a Paolo Francia, ex direttore dei servizi sportivi della Rai, fatto fuori, anni fa, da Gianfranco Fini nello spazio di un mattino, sol perchè mandò a quel paese il cognato acquisito Giancarlo “Petacci” Tulliani che cercava di vendergli servizi televisivi fallimentari. Era la fine del 2004.
Ebbene, racconta Francia che ( pure da moderato, era sponsorizzato da An )  la sera stessa della <mia cacciata> incontrò Fini all’Olimpico e chiese, ovviamente, spiegazioni. Il leader della destra fece spallucce e si limitò a rispondere: <De minimis non curat praetor>. Vecchia massima del diritto romano che voleva dire: non rompete le scatole ai magistrati con sciocchezze che potete risolvere da soli.
Ebbene la stessa frase, qualche anno prima, primavera del 2000, il segretario dell’allora An la disse a me, nel corso di una conferenza stampa del centrodestra in previsione delle elezioni amministrative di giugno di quell’anno.
Chiesi a Fini: ma la Casa delle Libertà, allora si chiamava così, può permettersi il lusso di tenere fuori dalle liste un signore che si chiama Mario Crucianelli? L’architetto maceratese, con il quale ero molto amico e che stava eventualmente preparandosi a formare la sua lista “Destra di popolo”, ovviamente mi aveva sollecitato la domanda. Fini mi guardò e mi rispose: <De minimis non curat praetor>.
Insomma, la stessa frase chiaramente imparata sui banchi dell’istituto magistrale di Bologna e che Fini, schematicamente, tirava fuori ogni tanto per uscire dall’imbarazzo. Mario Crucianelli ci rimase molto male e capì l’antifona: per lui non c’era spazio. Venne da me molto abbattuto. E, stavolta, dietro mia sollecitazione, gli feci preparare un bigliettino da visita che così recitava: architetto Mario Crucianelli de minimis. Mi raccomandai: Mario fai mettere quel “de” in minuscolo per fantasticare sulla tua origine nobiliare.  Mario, che era un buontempone, quando voleva, accettò di buon grado quell’invito e fece stampare un centinaio di bigliettini. Per Pasqua, poi, ne mandò uno anche allo stesso Fini. Il quale, narranno le cronache, lui così algido, si divertì moltissimo. Fu il primo passo di riavvicinamento con il leader. Crucianelli rientrò in An e l’anno dopo sfiorò pure la candidatura alle elezioni politiche. Poi le cose andarano come andarono.
Dico questo in onore di Mario Crucianelli. A giugno, non potei partecipare al convegno organizzato, sulla sua figura, da Pier Paolo Simonelli. Motivi di salute me lo impedirono. Allora voglio ricordarlo adesso, proprio a ridosso di una congiuntura politica che lo avrebbe sicuramente molto interessato.
Spavaldo, quando ci si metteva anche maleducato, ma generoso, geniale, simpatico, anche qui, quando voleva, come pochi. Un vero professionista, un grande amico. Un “hombre vertical” di cui Macerata (lui era pollentino di nascita) sente e sentirà la mancanza. Anna Menghi non me ne voglia. Capisco, tuttavia, i suoi motivi.
Voglio ricordare di Mario un aneddoto e una cosa seria. Il primo: promise a Placido Munafò, in pieno bar Venanzetti, di tagliarsi, con uno strumento da muratore, “un coccio de coppu”,  i cosidetti “cabasisi” se non fosse arrivato, sempre in quell’elezione municipale del 2000, al venti per cento. La colpa, però, fu la mia: stavo facendo girare, da perfetto depistatore bolscevico, un sondaggio di quel tipo, proprio per dare coraggio e baldanza a Mario. I cababisi dell’architetto, nonostante la debacle elettorale, rimasero al loro posto, ovviamente.
Giocai un altro scherzetto a Mario. <Dì, nei tuoi comizi, che se vincerai farai del tutto per  far cambiare nome a Civitanova: Macerata marittima>. Le ire dei “pesciaroli” furono bibliche. Ergo: nessuna mi assuma come consulente elettorale.
La cosa serissima, invece, fu quando, dati e soldi del Giubileo alla mano, si presentò dal vescovo Conti per un’operazione nobile e fattibile: buttare giù l’orrendo ospizio del prelato, in piazza Strambi, che uccide quel gioiello del Vanvitelli, ridando luce e panorama a quella piazza altrimenti bellissima. Nessuno lo seguì, come direbbe De Andrè, sulla cattiva strada.

Ma in quel convegno di giugno avrei allargato l’orizzonte per ricordare la prematura scomparsa di due altri grandi vecchi che davano lustro a Macerata: l’avvocato Mimì Valori e il professor Sandro Serangeli. Cinico e geniale il secondo, debordante di intelligenza e di straripante e disperata umanità, il primo. Ma ci sarà modo per ricordarli entrambi. E qui mi ricollego idealmente alle bellissime “interviste impossibili” di Giancarlo Liuti sul degrado. Caro Giancarlo, più che di strade, di buche o di palazzi fatiscenti qui si tratta di ricostruire uomini veri. Questa è l’impresa titanica. E, intanto, per dirla con Dolores Prato: <Giù la piazza non c’è più nessuno>.
Ho iniziato con Fini, consentitemelo, chiudo con lui. Giuro che se non fa pace con Berlusconi, se si trae d’impaccio brillantemente dalla vicenda monegasca (Marcello Petacci, in quegli anni di fascinoso orrore era un faccendiere di ben altro livello, non foss’altro perchè medico e figlio di un illustre clinico), se non cita più quella frasetta in latino, voterò per lui. Ma sarà dura: avere come compagno(?) di viaggio Giulio Conti va più che bene, ma digerire Mario Baldassarri è tutt’altro conto.



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