Il leccio, la quercia sempreverde
che ci accompagna
dall’Adriatico ai Sibillini

ALLA SCOPERTA DELLE NOSTRE PIANTE (seconda puntata)
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Un grande leccio in un’aiuola urbana

di Fulvio Ventrone

Con la descrizione delle caratteristiche del leccio (Quercus ilex L.), si prosegue l’opera iniziata il mese scorso (https://www.cronachemaceratesi.it/?p=28611), la ‘Serie di schede botaniche’ relative agli alberi presenti nel territorio maceratese. Tale serie ha lo scopo di divulgare la conoscenza botanica agli appassionati, ma anche ai cittadini comuni, che di sicuro covano un puro interesse per ciò che la natura ci offre e per gli organismi viventi che ci circondano.

Talvolta, per lavoro, ho effettuato delle escursioni mirate a particolarità naturalistiche del nostro territorio, come per esempio i piani di Montelago, sopra Sefro, o le gole di Pioraco, o il bosco dell’Abbadia di Fiastra e ho sempre riscontrato un interesse notevole da parte di chi era presente, interesse che sembra, qualche volta, volgere lo sguardo alla nostra parte ancestrale, all’uomo in armonia con la natura, che, sognante e un po’ malinconico, è conscio della distruzione che si sta operando verso sua madre, la madre terra e medita su quali azioni può intraprendere per fermare lo scempio.

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Il Leccio, la quercia sempreverde che ci accompagna dall’Adriatico ai Sibillini.
Nome italiano: Leccio

Nome scientifico: Quercus ilex L.

Famiglia: Fagaceae

Descrizione e localizzazione:

Il leccio, comunemente chiamato ‘elce’ nel dialetto locale (da cui, ad esempio, la località di Elcito, presso il monte San Vicino), è l’unica specie di quercia sempreverde autoctona nel nostro territorio. La sua presenza va dalla costa adriatica, alle colline, fino ai 1.500 metri di alcune località dei monti Sibillini, ove prospera persino su roccia ripida, esposta a sud, con suolo pressoché assente. E’ pertanto un albero che si adatta alle più disparate condizioni ambientali, dimostrando una vitalità fuori dal comune.

Può arrivare a 25-30 metri di altezza, ha portamento arbustivo (a cespuglio) da giovane ed arboreo (non sempre), da adulto. Essendo sempreverde, ha fogliame persistente per tutta la durata dell’inverno; le foglie, infatti cadono circa ogni due anni; ha il frutto (ghianda) protetto dalla cupola sino a metà circa. Le ghiande sono generalmente più piccole di quelle della roverella, di cui si è parlato nella prima puntata. Le foglie sono leggermente seghettate e spinose ai margini, soprattutto negli esemplari giovani, per poi divenire quasi a margine liscio, negli esemplari adulti. Tale particolarità deriva dal fatto che la pianta giovane cerca di difendersi dai predatori rendendo le foglie poco appetibili (gli erbivori, sentendo le foglie leggermente spinose, preferiscono brucare altre specie). Il fenomeno a volte è presente sulla stessa pianta, venendo chiamato ‘eterofillia’ (foglie di diversa forma) ed è riscontrabile anche in altre specie vegetali, come l’edera o l’agrifoglio. La pagina superiore della foglia è liscia e di color verde scuro, mentre quella inferiore è glauca e leggermente pubescente.

Foglie e ghiande di leccio (da notare il dimorfismo fogliare)

Il leccio è una specie tipicamente mediterranea, il cui areale geografico va dalle coste dell’Africa settentrionale fino all’Europa meridionale. Non teme il freddo, nonostante sia una latifoglia sempreverde, tant’è che la ritroviamo anche a quote alte, nei monti Sibillini, pur se solo in esposizioni meridionali.

E’ un albero molto usato per le alberature stradali, come ad esempio, si può notare lungo viale Don Bosco a Macerata, ove ci sono splendidi esemplari, purtroppo potati molto male in passato.

Altri meravigliosi esemplari di leccio si trovano presso la Rocca di Camerino, ove, con la loro chioma espansa e fittissima, forniscono ombra e frescura nelle torride giornate estive e rifugio a varie specie di uccelli.
Due esemplari monumentali di leccio, nella nostra provincia, sono particolarmente importanti e sono situati:
All’Abbadia di Fiastra – al centro del giardino del palazzo dei Marchesi Bandini, adiacente il complesso monumentale dell’Abbazia Cistercense e immerso tra esemplari arborei secolari di grande interesse botanico, come la sughera (di cui parlerò in una delle prossime puntate),  alcuni tassi, un pino domestico ed una fillirea. Il leccio dell’Abbadia di Fiastra gode di ottima salute ed ha portamento alto e slanciato, con chioma di circa 25 metri di altezza e 15-18 di larghezza. L’età presumibile è di circa 220 anni, come descritto nello splendido volume ‘Alberi custodi del tempo’, edito qualche anno fa dalla provincia di Macerata.
A Col di Pietra, nel comune di Cessapalombo, di circa 100 anni di età.

Usi e tradizioni:

Il legno del leccio è  durissimo, con anelli poco distinti, ma è difficilmente lavorabile. Viene, infatti, usato perlopiù per parti in legno soggette a forti sollecitazioni e logorìo, come alcuni attrezzi agricoli, lavori di carradore, torchi, presse, imbarcazioni e per la lizzatura dei blocchi di marmo nelle cave. Se usato come legna da ardere, è di altissimo potere calorifico. La corteccia viene usata per la concia delle pelli.

Altro prodotto delle querce in generale, è la ‘galla’, un’escrescenza provocata dalla puntura di un insetto e contenente sostanze zuccherine utili nella concia delle pelli, nella tintura, nella produzione di inchiostro ed anche in medicina per le proprietà astringenti.

Le ghiande venivano raccolte per darle in pasto ai maiali, usanza oggi quasi scomparsa, ma che rendeva le carni del maiale molto saporite.

Caratteristiche alimentari

Nei periodi di crisi alimentare le ghiande del leccio venivano usate come alimento, sia cotte che sotto forma di farina ed il sapore pare sia decisamente più gradevole di quelle della roverella. Il pane di ghianda si preparava mescolando la farina delle stesse con un tipo di argilla, secondo una tecnica usata dai romani per la preparazione dell’alica, una sorta di pane di grano duro. Le ghiande, si diceva avessero proprietà afrodisiache, come d’altronde si desume anche dal latino glans-glandis, che indica sia il frutto della quercia, che il pene.

Leggende

Il greco Pausania descriveva una foresta in Arcadia consacrata ad Era, ove vegetavano lecci ed olivi ‘dalle stesse radici’. Ovidio, invece, raccontava che nell’età dell’Oro, le api, simboli delle anime immortali, si posavano su questo albero di cui apprezzavano le infiorescenze color giallo oro:

…. Di latte scorrevano i fiumi, di nettare i fiumi,

e biondo miele stillava dal verde leccio….

Plinio riferisce che nella Roma arcaica la corona civica era fatta di foglie di leccio, poi trovò maggior favore quella di foglie di farnetto, più grandi ed eleganti, pianta sacra a Giove, e in alternativa quella di rovere; solo la ghianda fu mantenuta come emblema di onorificenza, mentre la specie particolare usata era quella disponibile a seconda di dove ci si trovava.

Si credeva, inoltre, che il leccio, attirando i fulmini, fosse oracolare. Proprio ai piedi dell’Aventino vi era un bosco di lecci dove viveva, secondo la leggenda, la ninfa Egeria, ispiratrice di re Numa. Plinio, dal canto suo, scriveva che sul Vaticano, soprannominato il Colle degli Indovini, si levava il leccio più antico dell’intera città, che recava un’iscrizione su bronzo in caratteri etruschi: se ne dedusse quindi che quell’albero fosse già oggetto di venerazione da molto tempo.

‘Anche i tiburtini’, prosegue Plinio, ‘hanno un’origine molto anteriore a quella di Roma: nel loro territorio esistono tre lecci ancora più antichi di Tiburno, fondatore della città, che secondo la tradizione fu consacrato vicino ad essi. Tiburno era figlio dell’indovino Anfiarao, che nella battaglia dei Sette contro Tebe stava per essere ucciso dal nemico, quando Zeus aprì una voragine con un tuono, nella quale il nemico sparì col suo carro.

Col passar del tempo, il leccio fu sostituito dalle altre querce, specialmente dopo il medioevo, in cui il clima più freddo fece alzare di latitudine la presenza dell’albero e divenne un albero sinistro, da consultare solo per oracoli funesti. Veniva anche annoverato tra gli alberi funerari, forse a causa del colore scuro e della chioma che non lascia passare un filo di luce solare. Seneca lo considerava un albero triste, mentre Virgilio faceva risuonare fra le foglie, il verso del corvo.

Queste storie sono arrivate fino ad oggi, come è provato anche da una leggenda delle isole ioniche, raccolta dal Valoritis nell’800: ‘gli alberi dopo la condanna a morte di Cristo, si riunirono in assemblea impegnandosi a non offrire mai più il legno per la Croce’… ma quando i carnefici cominciarono a colpire con le asce il primo albero di un boschetto, il legno si spezzò in mille schegge, e così avvenne per tutti gli altri… eccetto che per il leccio, che offrì il suo legno per la Passione di Cristo. Per tale motivo i greci dell’Acarnania e di Santa Maura temevano di contaminare l’ascia e di sconsacrare il focolare toccando l’albero maledetto, simbolo vegetale di Giuda.

Per spezzare, però, una lancia a favore di questo splendido albero, va anche detto che nei Detti del Beato Egidio (il terzo compagno di San Francesco), si riferisce che il Cristo prediligeva il leccio perché fu l’unico albero a capire che doveva sacrificarsi, come il Salvatore, per contribuire alla Redenzione.

Proprio sotto un leccio, il Signore appariva spesso a Egidio…



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