Così, 54 anni fa, Macerata
aprì le porte al centrosinistra

LA STORIA - Franco Micucci Cecchi, sindaco di una "notte di mezza estate"
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Fernando-Tambroni

di Mario Battistini

Sindaco di Macerata per meno di ventiquattro ore. E’ l’incredibile sorte toccata oltre mezzo secolo fa a Franco Micucci Cecchi, genero di Fernando Tambroni (nella foto) , il potentissimo ministro dell’Interno dell’immediato dopoguerra, l’uomo che metteva sull’attenti prefetti e questori, il nemico giurato della sinistra che gli provocava – si sfogava con i suoi collaboratori – fastidiosi pruriti da orticaria. Ma andiamo al fatto.

Il 9 luglio 1956, terminata la prima fase della ricostruzione post-bellica, si riunisce il consiglio comunale di Macerata per l’elezione del sindaco e della nuova giunta. I dirigenti della Democrazia cristiana, partito cardine della politica nel capoluogo, danno per scontata alla guida del Comune la conferma di Otello Perugini, commerciante del settore mobiliero e già da dodici anni, o giù di lì, a capo dell’Amministrazione cittadina. Ma i conti risulteranno sbagliati. In aula, infatti, esplode la <bomba>, fragorosa e  dirompente, che la segreteria dello Scudo crociato non aveva in alcun modo previsto, pur essendo a conoscenza dei fermenti di novità che da mesi stavano germogliando tra le forze politiche e nella società maceratese.

Il dibattito in consiglio è aspro e si intuisce che è in arrivo una vera e propria scossa tellurica. E’ appena passata la mezzanotte quando si passa alla votazione. Lo scrutinio delle schede formalizza la grande sorpresa: Otello Perugini è battuto, il nuovo sindaco è Franco Micucci Cecchi, sostenuto da una schiera di <ribelli> della Dc, da spezzoni di forze laiche e da tutto il gruppo dei socialisti, i quali, dopo anni e anni di opposizione, entrano a pieno titolo nella <stanza dei bottoni> della massima istituzione cittadina. Va da sé che questo sommovimento politico provoca la fine del monocolore dello Scudo crociato a Macerata, anche se corroborato, negli Anni Cinquanta, dal sostegno di varie liste di centro.

Si intravedono le prime luci dell’alba quando Franco Micucci Cecchi, con i galloni  di <primo cittadino> stampati sul volto raggiante,  lascia l’aula consiliare per raggiungere in auto la sua villa alle porte di Urbisaglia, dove abita con la famiglia. Cena rapida e poi in camera a riposare. Riposare? Pura illusione, perché una telefonata dal Viminale, di primo mattino, lo butta giù dal letto. E’ in linea Fernando Tambroni, il ministro di ferro, che va giù duro col marito di sua figlia e lo richiama all’ordine, intimandogli di dimettersi immediatamente da sindaco se vuol mantenere sereni rapporti con la famiglia. <Obbedisco>, è la sconsolata risposta di Franco Micucci Cecchi, il quale rientra due ore dopo in tutta fretta a Macerata per formalizzare la sua uscita di scena dal Comune e dalla politica. La ragion di Stato, o meglio la ragion di Famiglia nel nostro caso, riuscì a spuntarla sulle aspirazioni di una classe politica alla ricerca del <nuovo> e certo ardimentosa, ma ancora fragile e intempestiva, come era indubbiamente quella che si andava formando in città nei convulsi anni della ricostruzione.

Dopo quanto accaduto, bisognava riavviare la macchina del Comune andata in avaria, ma la crisi politico-amministrativa fu presto superata. Ventuno giorni più tardi, il 30 luglio 1956, il sindaco di una <notte di mezza estate>, come ancora oggi i maceratesi ricordano Franco Micucci Cecchi, fu sostituito da Elio Ballesi, il padre di Carlo e Giorgio, al timone di una giunta centrista e con i socialisti ricacciati sui banchi dell’opposizione.

Il quadro politico era dunque tornato alla <normalità>? Solo apparentemente, perché la vicenda legata al nome di Franco Micucci Cecchi aveva indubbiamente lasciato il segno, favorendo la definitiva maturazione di rapporti del tutto inediti fra i partiti e fra le classi sociali del capoluogo. E’ indiscutibilmente vero, infatti, che, già negli Anni Sessanta, Macerata è stata una delle prime città della provincia a varare coalizioni di centrosinistra; ed è altrettanto vero che il cosiddetto <centrismo democristiano> del non facile periodo post-bellico ha sempre convintamente guardato a sinistra, assecondando la vocazione culturale e progressista, prima ancora che politica, del capoluogo. La cronaca delle vicende di <casa nostra> sta lì a dimostrarlo. In quasi settanta anni di storia, dal 1944 ad oggi, c’è stata infatti una sola parentesi di diverso orientamento, quando gli elettori hanno affidato ad Anna Menghi la guida di una giunta di centrodestra. Ma è stata una esperienza negativa e consumata in fretta (novembre 1997-luglio ’99, appena venti mesi) a causa delle insanabili lacerazioni esplose nella maggioranza e con la stessa Menghi, sfiduciata e messa alle corde dagli stessi partiti suoi alleati.

Per concludere, alcune rapide curiosità. Giorgio Meschini, che ha concluso il suo mandato nei giorni scorsi, ha guidato la città per quasi 10 anni (119 mesi); è stato il sindaco più longevo dopo Otello Perugini (139 mesi, vicino al traguardo dei 12 anni); al terzo posto Giuseppe Sposetti (101 mesi, poco meno di 9 anni); quarto in graduatoria Carlo Cingolani (92 mesi, quasi 8 anni).

Ora <Inizia una nuova Storia>, quella di Romano Carancini, leader del centrosinistra e quarantesimo sindaco di Macerata. Buon lavoro a lui e a tutte le forze presenti in consiglio comunale (maggioranza e opposizione) chiamate ad operare, pur nella diversità dei ruoli, per continuare a far crescere questa splendida città.



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