Musicultura, pro e contro
della canzone popolare

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foto Torta

di Paolo Gambetti

Sono arrivati in quattro alla finalissima di Musicultura su 1500 artisti di tutta Italia. Si sentiva nell’aria che questa era una serata speciale e che c’era un curioso desiderio di sapere come sarebbe andata a finire. Tralasciando i commenti e la spiegazioni delle singole canzoni agli articoli precedenti mi vorrei concentrare sull’impatto live dei concorrenti.

Ad aprire le danze ancora una volta è stata Naif che questa volta si presenta con una giacca simile ad una tuta spaziale e delle bacchette luminose che di solito vengono utilizzate negli aeroporti per “parcheggiare” gli aerei. Questa volta bisogna dire che all’unica donna finalista è mancata un po’ quella grinta che nella serata di venerdì gli ha permesso di accedere in finale. La canzone è stata leggermente cambiata rispetto a come l’abbiamo sentita l’altra serata tralasciando un intro strumentale dove Naif creava una bella atmosfera con un assolo vocale e la comunicazione del pezzo sembra venuta meno. Il brano questa volta è risultato piuttosto piatto e non troppo emozionante. L’energia e la potenza di suono questa volta non sono stati i suoi caratteri distintivi. Rimane comunque il fatto che il pezzo è innovativo e non è cosa di tutti i giorni sentire in finale un pezzo all’avanguardia. A mio avviso, l’artista che ritenevo più interessante della finale non si è giocata bene le sue carte.

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A seguirla Jacopo Ratini, il suo punto di forza era il martellante ritornello che entrava molto bene in testa, da tipica canzone dell’estate. Per rendere ancora di più l’idea possiamo dire che Sincerità di Arisa sta a Sanremo come Studiare, lavoro, pensione e poi muoio di Jacopo Ratini sta a Musicultura. Il copione sembra già scritto e l’ironia del giovane cantautore sembra avere il suo effetto sul pubblico che anche questa volta non ha potuto fare a meno di applaudire a tempo durante il suo ritornello. Il punto forte può diventare una spada a doppio taglio se non ben dosato e risultare piuttosto ruffiano. Il tema che affronta la canzone è interessante (la scelta tra il conformismo tipico della società contro la voglia di evadere dagli schemi prestabiliti verso una vita fondata sull’arte) ma la musica è piuttosto banale, per non dire già sentita, facendo scadere il tutto in un pezzo per un target di ragazzini e ragazzine che mettono il poster del cantante in camera.

Ora è il momento di Carmine Torchia che, se l’altre volte è risultato piuttosto emozionato e silenzioso, questa volta questi sentimenti che non sono affatto negativi hanno preso un po’ troppo il sopravvento sul musicista rendendo difficile la comunicazione del brano. Il tempo ben scandito del pezzo è un ¾ e due ballerini a ritmo di valzer hanno ballato tra i musicisti del palco nell’ultime strofe della canzone. Ho avuto modo di conoscere il cantautore durante un’intervista di sabato e ieri sera durante il live ho avuto conferma  delle mie impressioni. Gli è mancata quella maturità e profondità artistica che permettono ad un uomo qualunque di diventare un distributore di emozioni per un pubblico che pende dalle tue labbra. Forse l’emozione o comunque il suo carattere gli ha tirato un brutto scherzo e quindi l’impatto live non è stato dei migliori. A conferma di ciò bisogna ricordare che Torchia ha vinto il premio per la migliore musica e per il miglior progetto discografico. Questo vuol dire che le carte in regola per diventare un big le ha, forse ha bisogno ancora un po’ di tempo per avere un miglior impatto live.

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Ultimo dei concorrenti in gara è Giovanni Block accompagnato dai Masnada ossia un ensemble che di volta in volta varia a seconda delle situazioni live in cui il cantante si trova. La canzone è molto semplice nel testo e nella musica ma riesce a trasmettere bene sentimenti di dolcezza in un paesaggio roseo che all’ascoltatore arrivano forti e chiari. Dopo la canzone il cantante, che si sta per diplomare al Conservatorio in composizione, dichiara che il suo studio non è fine a se stesso ma strumento per comporre canzoni. Se tante volte gli studi accademici sono stati criticati perché un po’ asettici e non formano bene un artista nell’esprimere con la musica i suoi sentimenti, la sua visione o le sue emozioni, qui sembra che abbiamo un’eccezione che magari può presagire un cambio di rotta in ambito accademico. Il lato negativo del pezzo è che non aggiunge nulla di nuovo a quella che è la “Canzone all’ Italiana” .

Così si chiude la prima parte della serata dedicata ai concorrenti in gara. Ognuno con i propri pregi ed i propri difetti dando quindi molto spazio al gusto personale del pubblico dello Sferisterio nel dichiarare il vincitore. Possiamo dire che l’intento di Musicultura di offrire un piatto variegato di musica di buona qualità è stato raggiunto. Molte persone tra il pubblico mi han detto che si son trovati in difficoltà nello scegliere, andando quindi per esclusione. Bisogna stare molto attenti a tutto ciò. Con questo sistema democratico di voto, che di per se è giusto, il pubblico va a votare l’artista che maggiormente lo ha colpito secondo il suo background musicale facendo quindi una relazione con tutto ciò che ha ascoltato fino al giorno prima. E’ proprio questo secondo me il problema, così facendo non si va a premiare la cultura della musica ma la sua popolarità. Oramai per la maggior parte delle persone è finito il tempo di “ascoltare” musica (attenzione ho detto ascoltare e non sentire…) per tutto un insieme di motivi che ora sarebbe troppo lungo elencare. Non c’è più quella dialettica di mettersi alla ricerca con l’intento di trovare l’artista che maggiormente tocca la propria sensibilità. Certo, sui grandi e fondamentali del passato non ci sono dubbi che la conoscenza c’è, ma rimanendo aggrappati a vecchi schemi rischiamo di essere una continua e patetica imitazione di qualcosa già raccontato. Insomma il background musicale del popolo non è per forza di cose colto e non lo deve essere necessariamente. Ma se si va a cercare la cultura della musica nelle persone comuni, beh abbiamo perso in partenza.

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Il proseguimento della serata conferma questa tesi. Cristiano de Andrè ha portato canzoni di suo padre, Alice ha portato Battiato, Matthew Lee (che nonostante le apparenze del nome è un ragazzo di Pesaro) ha suonato in stile Jerry Lee Lewis e la Pfm si è mossa tra il suo repertorio e quello di De Andrè. Le emozioni in certi momenti sono state grandissime ed il pubblico è andato in completo delirio. Tra i momenti da brivido sulla schiena vale la pena di citare Alice quando ha cantato La Cura o Cristiano De Andrè quando ha aperto il concerto con Fiume Sand Creek o tutto il trasporto e l’energia che solo Franz Di Cioccio della Pfm sa dare. Il problema è che se andiamo bene a vedere ci troviamo di fronte a tanti “prodotti” che oramai lo sappiamo da decenni che funzionano bene, ma cosa c’è di nuovo?

Proponendo Jerry Lee Lewis, per forza di cose il pubblico va in delirio, lo stesso con De Andrè o Battiato. Non voglio e non mi permetterei mai di sminuire una sola virgola di questi artisti; ma il pubblico conosce solo i fondamentali (a volte nemmeno quelli), ascolta sempre meno e gli basta un po’ di rock & roll per divertirsi. Non si può pretendere che sia una giuria attendibile in un concorso per cantautori. Conferma di nuovo la mia tesi il fatto che il premio della critica (votato dai rappresentanti dei giornalisti, che in un certo senso sono a contato con la cultura e le tendenze) è stato aggiudicato a Cordepazze per essere riusciti ad affrontare in maniera sarcastica la morte con la musica di tradizione popolare. Beh, sicuramente con questa motivazione la scelta è decisamente nella direzione della cultura e dell’innovazione. Ora mettiamoci nei panni degli artisti che vanno a vedere com’è la domanda di musica (spiegata precedentemente) e cercano di creare una loro offerta. Se l’economia ci insegna che l’offerta deve essere uguale alla domanda avremo un prodotto che ha fortissime influenze con il passato, quindi poco innovativo, quindi già raccontato, quindi poco culturale ma molto redditizio. Se i compositori provano a distaccarsi dalla domanda c’è più ricercatezza, più novità, più cultura, minori vendite e minor clamore del pubblico.  Se facciamo votare il pubblico secondo questo ragionamento è  scontato come va a finire. Così vince Giovanni Block. Ma Musicultura è anche il festival della canzone d’autore, oltre che di quella popolare…

matthew lee

Nelle foto (CMR): Giovanni Block spegne le candeline della torta di Musicultura insieme al patron Piero Cesanelli; Jacopo Ratini e Naif, due dei quattro artisti arrivati alla finalissima di domenica; Cordepazze, a cui è stato assegnato il premio della critica; Giovanni Block premiato con l’assegno da 20.000 euro dalla Banca Popolare di Ancona; infine Matthew Lee, uno dei grandi ospiti della serata finale.


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