Il giorno della grande paura:
sfollati, storie e crolli
di quel maledetto 30 ottobre
IL DECENNALE DEL SISMA - Quella mattina di 10 anni fa la scossa più forte registrata in Italia dal terremoto dell'Irpina: 6.5 di magnitudo. Una terra già colpita dal sisma del 26 ottobre venne messa in ginocchio. Da quel giorno è cominciata la marcia per risollevarsi

Il centro di Visso devastato dal terremoto
di Monia Orazi
Domenica 30 ottobre 2016, ore 7,40: la “botta grossa”. Quella che sarebbe rimasta impressa nella memoria collettiva degli abitanti dell’Appennino come uno spartiacque tra un prima e un dopo. La terra tremò ancora più forte delle due scosse del 26 ottobre. Una magnitudo di 6,5, la più elevata registrata in Italia dal terremoto dell’Irpinia del 1980. L’epicentro nei pressi di Norcia, ad appena sette chilometri da Castelsantangelo e 10 da Visso, a una profondità di circa nove chilometri.

In pochi secondi vennero aggravati danni già enormi. Crollarono edifici, chiese, abitazioni. Camerino, Visso, Ussita, Castelsantangelo, Pieve Torina, San Severino, Tolentino e numerosi altri centri della provincia subirono conseguenze devastanti.

Non ci furono vittime provocate direttamente da quella scossa. Le evacuazioni dei giorni precedenti avevano contribuito a salvare molte vite. Ma il terremoto produsse un’altra forma di distruzione, meno immediatamente visibile, che nessuna fotografia delle macerie avrebbe potuto documentare completamente. Si era spezzato il senso di sicurezza.

Una casa a Frontignano
La mattina del 30 ottobre quella paura acquistò una dimensione ancora più grande, coinvolgendo un territorio vastissimo e popolazioni già provate da settimane di incertezza.

Quella domenica, a Camerino, l’allora sindaco (oggi presidente del Consiglio regionale) Gianluca Pasqui dichiarò che il centro storico era tornato al punto zero. Quella sera Cronache Maceratesi raccontava una città profondamente ferita: 26 accessi al pronto soccorso, centinaia di sfollati accolti nei centri di emergenza delle Calvie, altre centinaia trasferite negli alberghi della costa.

La caserma dei carabinieri della Compagnia di Camerino distrutta dopo il sisma
Tra gli interventi organizzati nell’emergenza c’erano anche le attività per i bambini e il sostegno degli psicologi alle persone maggiormente spaventate. Era già evidente che la gestione dell’emergenza non poteva esaurirsi nella ricerca di un luogo sicuro dove dormire.

L’ufficio postale di Visso
In quei giorni Cronache Maceratesi seguì il terremoto con giornalisti, fotografi, videomaker e corrispondenti presenti nei diversi comuni della provincia. Nelle cronache rimasero le testimonianze delle famiglie senza casa, degli anziani che non volevano abbandonare le frazioni, di chi cercava notizie sui propri cari. Un racconto proseguito negli anni dello sfollamento e della ricostruzione, che oggi permette di ritrovare le voci e le condizioni di vita delle comunità colpite, che resta testimonianza di memoria collettiva.

Dopo il 30 ottobre, per moltissime persone cambiò il rapporto con gli ambienti domestici. C’era chi preferiva dormire in automobile, chi non riusciva a entrare negli edifici, chi avvertiva la sensazione che il pavimento continuasse a muoversi anche quando la terra era ferma. Per molte persone quelle reazioni si attenuarono con il ritorno a condizioni di sicurezza. Per altre la paura durò più a lungo. La ripetizione delle scosse rendeva tutto più difficile: il terremoto continuava a ripresentarsi, senza che fosse possibile sapere quando sarebbe finita.

Le macerie a Tolentino
Per i bambini significò spesso interrompere improvvisamente le abitudini quotidiane. Non poter tornare nella propria cameretta, cambiare scuola, perdere il contatto con i compagni, osservare la paura degli adulti. Per alcuni comparvero difficoltà nel sonno e il bisogno di stare più vicini ai genitori. Gli anziani affrontarono difficoltà diverse. Lasciare la propria abitazione poteva significare perdere un intero sistema di riferimenti costruito nel corso della vita: i vicini, le strade conosciute, il negozio abituale, la chiesa, il cimitero, gli incontri quotidiani. Per chi aveva trascorso decenni nello stesso paese, l’allontanamento pesava ancora di più quando non era possibile prevedere il ritorno.

Anche le famiglie dovettero riorganizzarsi e la precarietà abitativa finì per intrecciarsi con quella economica e relazionale.
Il disagio si ritrovò anche nelle prescrizioni di psicofarmaci. Un’indagine della farmacia ospedaliera di Camerino e dell’Università di Camerino, presentata al congresso Sifo del 2018, analizzò un territorio di 47.190 residenti. Nel semestre successivo alle scosse di ottobre registrò un aumento dei nuovi trattamenti con antidepressivi del 20% e con antipsicotici del 130% rispetto al periodo precedente al sisma. Le percentuali riguardavano l’avvio di nuove terapie nell’area studiata, non il consumo complessivo di psicofarmaci; la rilevazione non comprendeva le benzodiazepine.

Le conseguenze del sisma sulla salute mentale furono anche al centro di uno studio pubblicato nel 2020 su Plos One, realizzato con la partecipazione di studiosi dell’Università di Camerino e operatori del dipartimento di salute mentale locale. Nel 2017 vennero nuovamente intervistate 130 persone già esaminate nel 2005, otto anni dopo il terremoto del 1997. Il 16,9% raggiungeva nei questionari la soglia indicativa di un possibile disturbo da stress post-traumatico. Nel 2005 la percentuale rilevata nel campione originario era stata dello 0,5%.

Accanto alle conseguenze individuali, c’erano quelle che riguardavano le comunità. Una piazza era il luogo degli incontri, delle relazioni, delle manifestazioni pubbliche, delle memorie condivise. Una scuola rappresentava un punto di riferimento per generazioni di bambini e famiglie. Quando un centro storico diventava zona rossa, cambiava anche il modo in cui le persone potevano riconoscersi e continuare a vivere insieme.
La dispersione degli abitanti verso gli alberghi della costa, le sistemazioni autonome e successivamente le soluzioni abitative di emergenza ha modificato profondamente la geografia umana dell’entroterra. Le persone hanno ricostruito nuove abitudini, creato relazioni differenti, imparato a vivere in spazi che inizialmente avrebbero dovuto rappresentare soltanto una sistemazione temporanea. Ma non tutti hanno avuto le stesse possibilità di adattamento.
Nel 2024 ActionAid ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze della disgregazione sociale nei territori del cratere, segnalando isolamento e nuove fragilità, anche tra giovani e anziani. Problemi che si sono aggiunti alle difficoltà di territori già segnati dallo spopolamento e dalla riduzione dei servizi.

A dieci anni di distanza, il terremoto è diventato anche una questione di memoria. C’è chi ricorda perfettamente la posizione in cui si trovava alle 7,40, chi conserva immagini precise dei primi minuti, chi preferisce non parlarne.
Alcune persone hanno ritrovato serenità, altre continuano a convivere con conseguenze emotive e materiali, altre ancora hanno trasformato quell’esperienza in nuove forme di impegno e solidarietà. Anche per questo la retorica della resilienza, se utilizzata indistintamente, rischia di essere ingiusta. Non si può chiedere a tutti di reagire nello stesso modo, né considerare la capacità di resistere come un obbligo individuale.

Una palazzina sventrata a San Severino
La ricostruzione materiale è fondamentale, ma non coincide automaticamente con il recupero della vita precedente. Restituire un’abitazione significa offrire nuovamente un luogo sicuro nel quale vivere. Ricostruire un paese significa anche recuperare le condizioni perché tornino le relazioni, le attività economiche, le occasioni di incontro e i servizi.

Le conseguenze del terremoto riguardano anche gli anni trascorsi lontano da casa, le decisioni familiari rimandate, le relazioni interrotte, le persone che hanno scelto di andarsene e quelle che hanno continuato ad aspettare.
Alle 7,40 del 30 ottobre 2016 la terra tremò per pochi, interminabili secondi. Le conseguenze di quella mattina hanno continuato a modificare la vita di migliaia di persone molto più a lungo.






