«San Giuliano traghettatore di un’umanità
in cammino verso la civiltà dell’amore»
L’omelia del vescovo e la processione (Foto)
MACERATA CELEBRA IL PATRONO - Oggi pomeriggio la messa sul sagrato del Duomo presieduta da Nazzareno Marconi. «Anche la nostra città è chiamata a essere una barca che attraversa questo tempo senza paura: una città che non si chiude ma neppure perde la propria anima. E soprattutto che educa i giovani alla libertà e si prende cura dei fragili»

Il vescovo Nazzareno Marconi durante la processione
(Foto di Fabio Falcioni)
«Viviamo un tempo di attraversamento, forse tra i più grandi della storia recente: cambiano gli equilibri del mondo, le tecnologie, le relazioni, perfino il modo di comprendere noi stessi. Non possiamo immaginare il futuro come una somma di egoismi nazionali e locali, di muri e paure: sarebbe un ritorno indietro. Abbiamo bisogno di un’altra strada: quella del multilateralismo autentico». Nella sua omelia per San Giuliano il vescovo Nazzareno Marconi chiama i maceratesi alla logica del Vangelo, a un mondo dove i popoli non perdono la propria identità e dialogano e cooperano senza annullarsi né dominarsi. Oggi pomeriggio, alle 18, sul sagrato del Duomo a Macerata, ha presieduto la Santa Messa per il Santo Patrono. A seguire la tradizionale processione per le vie del centro città.

Presenti la senatrice di Fratelli d’Italia Elena Leonardi, la deputata del Partito democratico Irene Manzi, il sottosegretario alla presidenza della Giunta regionale Silvia Luconi, il sindaco Sandro Parcaroli con la Giunta comunale e il rettore Unimc John McCourt.

Il testo integrale dell’omelia del vescovo Nazzareno Marconi. «Cari fratelli e sorelle, ogni patrono è un dono che Dio fa a una città: non solo una figura del passato da ricordare con affetto, ma un compagno di viaggio che continua a indicare una strada. San Giuliano, nella tradizione della nostra Chiesa, è il santo traghettatore tra le rive del fiume Potenza: mai come oggi un’immagine così attuale. Un traghettatore vive sulla riva, ma senza appartenere a una sola: conosce il punto di partenza ma guarda alla meta, e sa che il suo compito non è trattenere le persone dove sono, ma accompagnarle dove devono arrivare. Anche noi viviamo un tempo di attraversamento, forse tra i più grandi della storia recente: cambiano gli equilibri del mondo, le tecnologie, le relazioni, perfino il modo di comprendere noi stessi. Non possiamo attraversare questo tempo con la nostalgia di ciò che non c’è più, ma nemmeno lasciandoci trascinare dalla corrente come se ogni novità fosse progresso. La storia dice con chiarezza che un modo di abitare il mondo è giunto al termine: ma verso quale riva stiamo andando?

Non possiamo immaginare il futuro come una somma di egoismi nazionali e locali, di muri e paure: sarebbe un ritorno indietro. L’umanità è profondamente interdipendente, e le grandi questioni del nostro tempo, la pace, le migrazioni, l’economia, il clima, le nuove tecnologie, non conoscono confini: giungono fino alla porta di casa di ognuno di noi. Ma neppure possiamo consegnarci a una globalizzazione che appiattisce tutto, riducendo cultura, persona e popolo a merce di consumo: dimenticando l’uomo, finisce per disumanizzare anche la politica e l’economia.

Abbiamo bisogno di un’altra strada: quella del multilateralismo autentico. Un mondo nel quale i popoli dialogano e cooperano senza annullarsi né dominarsi, costruendo insieme senza perdere la propria identità: è la logica del Vangelo. Nella Pentecoste lo Spirito Santo non cancellò le lingue dei popoli, le rese comprensibili: l’unità cristiana non è uniformità, ma comunione nella diversità. Per questo preoccupa vedere riaffiorare la convinzione che la forza e la minaccia possano sostituire il diritto e il dialogo, che la guerra possa prendere il posto della diplomazia: è grave che questo stile perverso arrivi fino alle nostre città, alle piazze, anche ai dibattiti politici.

La civiltà ha impiegato secoli a capire che la pace si costruisce parlando e negoziando prima di combattere e distruggere, riconoscendo nell’altro un interlocutore prima che un nemico. Non possiamo permettere che questa conquista vada smarrita: la pace non è debolezza, la diplomazia non è ingenuità, il dialogo non è resa, ma le forme più alte dell’intelligenza politica e della maturità dei popoli. Allo stesso modo dobbiamo custodire il patrimonio dei diritti umani fondamentali, quelli che ogni persona possiede in quanto persona, riconoscibili da ogni cultura e religione perché iscritti nella dignità dell’essere umano. Ma quando ogni desiderio pretende di trasformarsi in diritto, il linguaggio dei diritti perde forza: se tutto diventa diritto, nulla riesce più a unire l’umanità. La vera sfida non è moltiplicare nuove rivendicazioni, ma custodire e rendere effettivi i diritti fondamentali che ancora oggi, in troppe parti del mondo, vengono negati: la vita, la libertà religiosa, la pace, il lavoro, la famiglia, l’educazione, la cura dei più deboli.

San Giuliano ci ricorda che ogni attraversamento richiede qualcuno che tenga saldo il timone: non il più forte, né chi urla di più. Chi deve tenerlo è chi conosce la direzione e sa confrontarsi con saggezza, per correggere sempre meglio la rotta. Per questo, nella nuova Lettera pastorale, ho voluto consegnare alla nostra Chiesa cinque impegni concreti: non un semplice programma, ma i remi con cui la nostra diocesi può contribuire a traghettare questo tempo verso quella che Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, chiama la “civiltà dell’amore”. Anzitutto, rimanere fedeli alla verità: in un tempo nel quale l’opinione conta più dei fatti e l’emozione più della realtà, il cristiano sceglie la verità del Vangelo anche quando costa e non è compresa. Poi investire nell’educazione: nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire quella del cuore, e ogni generazione ha bisogno di adulti che educhino alla libertà, alla responsabilità, al discernimento, alla speranza. Terzo: custodire le relazioni. Possiamo essere connessi con il mondo intero e restare terribilmente soli, e la Chiesa e la Città saranno credibili non per la quantità delle attività, ma per la qualità dell’accoglienza, in una comunità nella quale ciascuno si senta conosciuto per nome. Quarto: amare la giustizia e costruire la pace. Essa non nasce nei trattati se prima non nasce nei cuori, nelle famiglie, nei quartieri, nelle assemblee della nostra città, e ogni gesto di giustizia ne prepara il futuro. Infine, costruire insieme: nessuno salva il mondo, né costruisce la Città o la Chiesa, da solo. La sinodalità, il camminare insieme, non è una tecnica organizzativa, ma il modo cristiano e umano di camminare nella storia, riconoscendo che lo Spirito Santo distribuisce i suoi doni a tutto il popolo di Dio.

Comprendo allora ancora meglio perché la Provvidenza abbia dato a Macerata proprio un santo traghettatore. Anche la nostra città è chiamata a essere una barca che attraversa questo tempo senza paura: una città che non si chiude ma neppure perde la propria anima, che dialoga senza rinunciare alla verità, che accoglie senza smarrire la propria identità e innova senza dimenticare la sapienza ricevuta, che costruisce ponti invece di scavare fossati, che custodisce la dignità di ogni persona. E soprattutto che educa i giovani alla libertà e si prende cura dei fragili. Che sceglie sempre la pace. San Giuliano continui a traghettare Macerata, non semplicemente verso un futuro più moderno, ma verso un futuro più umano. Perché il vero progresso non consiste nel fare sempre qualcosa di nuovo, ma nel diventare sempre più uomini e donne ad immagine di quella Magnifica Umanità che Cristo ed i Santi hanno saputo vivere».



Complimenti a sua eccellenza. Belle parole ispirate dalla vita del Santo patrono. Spero siano spunto di serie riflessioni
Ode a ’o ppurtu ca nun se vede
O San Giuliano, traghettatore d’ombre,
tu ca passaste ’e mare cu ’a barca leggera,
mo te fanno simbolo ’e nu viaggio orizzontale,
’e nu popolo ca cerca pace cu ’e parole,
dialogo ’e nazioni, diritti custudite,
gioventù educata, famiglie strette,
sinodalità ca cammina ’nzieme,
civiltà d’ammore ca se costruisce ’n terra.
Ma ’o mare ca tu attraversaste
nun era sulo acqua ’e stu munno:
era ’o baratro d’â miseria umana,
’o peccato ca pesa comm’a piombo,
’a morte eterna ca aspetta senza grazia.
’O Vangelo nun è sulo ponte ’e fratellanza,
è croce ca squarcia ’o cielo,
è risurrezione ca strappa ’a valle ’e lacrime,
è giudizio ca chiama ogni anima a cuntà.
’O Spirito Santo scenne a Pentecoste,
ma nun pe’ fà ’nu progetto ’e umanizzazione,
pe’ accendere ’o fuoco ca brucia ’o peccato,
pe’ rivelà ’a verità ca nun se negozia
cu ’e diplomazie ’e stu tiempo ’e attraversamento.
Cristo e ’e santi nun so’ modelli ’e magnifica umanità
sulo pe’ ’stu munno: so’ ferite aperte
ca mostrano quant’è vuoto ’o cuore
senza ’a salvezza ca vene ’a ll’alto.
’A terra resta valle ’e pianto,
’a vita presente è prova e pellegrinaggio,
’o vero pportu è ll’aldilà,
addó Dio nun è ispiratore ’e piani storici,
ma Salvatore ca libera d’â morte eterna.
Senza ’sta dimensione verticale
ogni impegno pe’ giustizia e pace
rischia ’e assorbì ’o mistero,
’e sostituì ’a grazia cu ’a civilizzazione,
’e trasfurmà ’o Regno ’n futuro cchiù umano
ca resta pure sempre umano, troppo umano.
Attienne, anima, attienne pure:
’o vuoto ca se apre quanno se parla sulo ’e terra
è ’o posto addó Dio pò scennere,
si se resta n’attesa senza pretese,
si se riconosce ’a miseria costitutiva
ca nisciuna diplomazia pò sanà.
’A croce resta ’a risposta,
’a risurrezione resta ’a meta,
e ’o traghetto vero nun porta a n’atera riva ’e stu munno,
ma a ll’eternità ca sola pò empire
’o cuore ca se sape peccatore e bisognoso
’e grazia pura, gratuita, trascendente.
Ode a ’o niente ca se chiama speranza
San Giuliano, traghettatore d’illusioni,
tu ca passaste ’o mare pe’ pure nu poco ’e luce,
mo te fanno eroe ’e nu viaggio orizzontale:
pace cu ’e diplomazie, dialogo ’e popoli,
diritti custudite, giovani educati,
sinodalità ca cammina senza meta,
civiltà d’ammore ca se costruisce
sopra ’o fango d’â stessa umanità.
Ma ’o mare è sempre ’o stesso:
abisso senza fondo, miseria senza rimedio.
’O Vangelo ca se predica
nun è cchiù croce ca squarcia,
è programma ’e miglioramento storico,
è progetto pe’ fà ’stu munno
nu poco meno intollerabile
prima ca se sfa ’n polvere.
Peccato, grazia, giudizio, vita eterna…
parole ca suonano comm’a echi ’e nu tempio abbandonato.
Dio nun è cchiù Salvatore ca strappa d’â morte,
è ispiratore ’e piani umani,
’nu dio stanco ca s’è ritirato
lascianno ’e vescovi a parlà ’e multilateralismo
e ’e santi a servì ’e modelli ’e “magnifica umanità”.
’A valle ’e lacrime resta valle,
’o pellegrinaggio nun arriva mai a nisciun pportu.
Ogni impegno pe’ giustizia e pace
è sulo ’nu modo ’e scurdà
ca ’a condizione umana è fallimentare
d’â radice, senza eccezione.
’A traduzione sociale d’â fede
nun assorbe ’o trascendente:
’o dissolve, ’o riduce a slogan,
’o fa sparì dint’â stessa polvere
ca coprirà pure ’sti progetti ’e amore.
Attienne pure a ’sta predica:
è coerente cu ’na corrente ca dura ’e decenni,
ma ’o nucleo ca manca
nun è sulo ’a salvezza dell’anima.
È ’a consapevolezza ca nisciuna salvezza esiste,
ca ’o cielo è vuoto comm’a terra,
ca ’a croce e ’a risurrezione
so’ pure lloro storie belle
pe’ nun guardà ’n faccia ’o niente
ca ce aspetta tutti,
santi e peccatori, vescovi e popoli,
dint’ô stesso silenzio definitivo.
Ode a ’o mistero ca se perde
San Giuliano, traghettatore antico,
tu ca passaste ’e acque scure
non pe’ ’nu progetto ’e umanità migliore,
ma pe’ attraversà ’o limen
addó ’o sacro se rivela e se nasconde.
Mo te fanno simbolo ’e nu viaggio orizzontale:
tempo ’e attraversamento, dialogo ’e popoli,
pace costruita cu ’a diplomazia,
diritti, educazione, sinodalità,
civiltà d’ammore ca se stenne ’n terra.
Ma ’o vero passaggio nun è sociale.
È ’o salto dint’ô baratro d’â condizione umana,
addó ’o peccato nun è sulo errore da correggere,
ma ferita originale ca chiama ’a grazia
comm’a forza ca vene d’âll’àto,
’a salvezza eterna, ’o giudizio,
’a croce e ’a risurrezione
ca nun so’ modelli ’e magnifica umanità,
ma esperienze radicali d’ô sacro
ca squarciano ’o velo d’ô munno presente.
’O Vangelo, ’o Spirito, ’a verità
nun se riducono a ispirazione
pe’ ’nu progetto ’e civilizzazione storica.
So’ eco d’â sapienza antica,
d’ô mistero ca esige attenzione pura,
ca nun se traduce senza residuo
n’impegno pe’ giustizia e accoglienza.
Quanno ’a dimensione verticale se scurisce,
quanno Dio diventa sulo ispiratore
’e piani umani e nun Salvatore
ca strappa d’â miseria e d’â morte,
allora ’a predica se avvicina
a ’nu discorso ’e responsabile illuminato,
e ’o nucleo trascendente se dissolve
dint’ô linguaggio d’â terra.
’A valle resta valle ’e lacrime,
’o pellegrinaggio nun è sulo cammino ’nzieme:
è prova ca guarda ô pportu ’e ll’aldilà.
Senza ’sta tensione originaria,
senza ’o senso tragicu d’â vita
ca chiede ’a grazia e nun ’a diplomazia,
ogni civiltà d’ammore rischia
’e assorbì e sostituì
’o fuoco antico d’â fede
cu ’na luce debole ’e progresso terreno.
Attienne a ’sto vuoto:
è ’o posto addó ’o sacro pò ancora parlare,
si se resta in ascolto
d’â voce ca nun se negozia
cu ’e progetti d’ô presente.
SAN GIULIANO e PADRE MATTEO RICCI proteggete x sempre la nostra citta’ cioe’ MACERATA.
La civiltà NON ha ancora capito che la pace si costruisce parlando e negoziando.