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Una piramide per i “caduti contemporanei”:
Morrovalle ricorda i suoi giovani scomparsi

OPERA - Realizzato nell'area di proprietà comunale in via Rossini, ricorda chi se n’è andato troppo presto. La famiglia Paolucci, promotrice del progetto in ricordo di Daniele, morto a 17 anni nel 2007: «Il filo di seta del monumento vorrebbe abbracciare la vita e dare speranza a chi affronta la perdita»

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DSC_6348-1-e1775893973497-650x506È un monumento alla memoria dei “caduti contemporanei” quello realizzato a Morrovalle, dove storicamente sorgeva il monumento ai caduti, nell’area di via Rossini ed è stato realizzato per ricordare i giovani scomparsi troppo presto e trasformare il dolore in memoria, ma anche in speranza.

L’iniziativa nasce dalla partecipazione al bando comunale per la riqualificazione dell’area e si è concretizzata in un’opera dal forte valore simbolico, pensata per ricordare «i caduti del nostro presente», come li definisce Noemi Paolucci, sorella di Daniele, morto a 17 anni nel 2007 per un incidente stradale, tra i promotori del progetto insieme alla famiglia. «Abbiamo pensato ad un monumento in ricordo di quelli che sono i caduti del nostro presente, di chi soprattutto ci ha lasciati troppo presto e che ora vive in cielo da dove continua a brillare anche sulla terra» spiega.

Un’opera che nasce dalla difficoltà di dare un senso alla perdita e sulla quale compare la frase “Ai giovani che vivono nell’eternità e illuminano i nostri assestamenti: «La perdita dei nostri giovani spesso ci lascia immersi in un oceano di perché, che cercano costantemente un senso e una risposta, che spesso non arriva. Perché alcune morti sono innaturali e rimanere in piedi è davvero un gioco da equilibristi». Il monumento, però, non è solo memoria ma anche un messaggio rivolto alla vita e, in particolare, ai più giovani. «Il monumento è anche un inno alla vita, ogni preziosa vita, che seppur per sentieri diversi tende sempre verso un’unica direzione. Abbiamo pensato alla possibilità di sedersi per osservarla e contemplarla perché possa essere uno stimolo anche per i nostri giovani: per arrivare in cima serve tempo, costanza e accettazione, nonché amore, per le crepe che abbiamo e attraverso le quali siamo capolavori unici».

Al centro dell’opera, una piramide attraversata da un “filo di seta”, simbolo di cura e ricucitura delle ferite.  «Il filo di seta della nostra piramide vorrebbe arrivare ad abbracciare la vita e dare speranza, soprattutto a quella di chi si trova a fare i conti con la perdita di un proprio caro e si trova in fase di assestamento, perché possa riempirsi di luce».

L’opera dialoga anche con il paesaggio circostante: una panchina consente di sostare alle sue spalle, guardando verso l’orizzonte. «Sedendoci sulla panchina, dietro alla piramide, si può contemplare un meraviglioso paesaggio e l’infinito del cielo. Ci piace pensare che, nei momenti in cui ci sentiamo persi, sedendoci lì possiamo riuscire a fare grata memoria e allo stesso tempo ricordare cosa ci aspetta: l’immenso». A rendere ancora più significativa la realizzazione, un dettaglio simbolico: «Il fatto che la luce che illumina l’opera si sia accesa per la prima volta proprio alla porte del triduo pasquale sembra un segno più che una coincidenza: su ogni croce sboccia la luce, e vince».



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