di Gino Bove
Il «drago a due teste» della sanità marchigiana, come lo chiama l’assessore Paolo Calcinaro, finisce sotto la lente del Consiglio regionale, ma il confronto politico si chiude con la bocciatura in blocco delle proposte del centrosinistra. In questo clima, l’assessore alla Sanità apre la seduta monotematica accettando una sfida che definisce come «l’impegno più alto che un amministratore possa onorare».
Al centro del mirino ci sono, appunto, le due teste del drago: le liste d’attesa e il caos nei pronto soccorso, un binomio critico che l’esecutivo regionale intende affrontare partendo da un’analisi degli ultimi anni.
Il dito dell’assessore è subito puntato contro il decreto Balduzzi, accusato di aver smantellato i presidi senza offrire paracadute adeguati, mentre il calo delle vocazioni infermieristiche post-pandemia mostra finalmente segni di ripresa.
La strategia della Giunta è chirurgica: andare a scavare «agenda per agenda, azienda per azienda» per trovare ogni margine di ottimizzazione e limitare l’impatto dei pazienti extraregionali a favore dei cittadini marchigiani, garantendo al contempo il reperimento delle risorse per le nuove Case e Ospedali di comunità.
Sul fronte delle emergenze, la parola d’ordine è diversificare i percorsi per evitare che i codici minori intasino le corsie ospedaliere, potenziando la sanità territoriale come riferimento clinico e sociale. L’assessore è netto nel denunciare l’effetto boarding, ovvero il parcheggio dei pazienti in barella, proponendo una soluzione basata su dimissioni più snelle e sull’uso strategico delle strutture intermedie.
«Dobbiamo dare alternative credibili ai codici di minore gravità» spiega Calcinaro, annunciando la creazione di camere filtro e lo sblocco dei ricoveri nei fine settimana, oggi spesso paralizzati dall’assenza del medico firmatario.
Il piano prevede anche un’operazione di recupero edilizio quasi cinematografica: «Nei prossimi anni dobbiamo tornare in quelle strutture chiuse dopo il 2014, dove oggi vedo corridoi che sembrano il set di un film thriller, per restituirle al territorio con personale e risorse adeguate». Questa visione si intreccia con la necessità di una revisione profonda del Piano socio sanitario e con l’eventuale istituzione di un’unità di crisi, come richiesto a gran voce dalle opposizioni per tutelare il diritto alle cure e abbattere i tempi di attesa nel Ssn.
Le proposte respinte puntavano proprio su questi nodi: riscrittura urgente del Piano socio-sanitario regionale, revisione degli atti aziendali delle aziende sanitarie territoriali e istituzione di un’unità di crisi permanente.
Al centro anche un piano per abbattere le liste d’attesa, con il cosiddetto «percorso di tutela» per garantire le prestazioni nei tempi previsti, oltre a misure per colmare la carenza di medici di base e rafforzare la sanità territoriale. Non solo: spazio anche alla salute mentale, con l’obiettivo di servizi più capillari e investimenti dedicati, e alle cosiddette malattie “invisibili”, oltre al potenziamento dell’assistenza agli anziani e ai pazienti con demenze. Per l’opposizione si tratta di «un’occasione persa».
Una presa di posizione unanime di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra, Progetto Marche Vive e Lista Ricci. «Il tempo degli alibi è finito – attaccano – la sanità è peggiorata e servono risposte immediate». Una bocciatura che segna un ulteriore punto di scontro, mentre il “drago” di liste d’attesa e pronto soccorso resta ancora lì, tutto da affrontare.
Ma non andava tutto bene?
Forse sarà colpa della sinistra?
Chi cera nel 2014 quando hanno iniziato a dismettere tutto ?
Con le sacche di plasma gettate avete fatto una bella figuretta a livello nazionale , altro che colpa di due dipendenti assenti come dice l'assessore phenomeno!
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All’ assessore Calcinaro ricordo che il S.S.N. è carente di 66.000 infermieri, che l’ età media di quelli in organico è di 56,49 anni: tutti pensionati nel giro di massimo dieci anni. Nelle Marche non credo che la situazione sia migliore; voglio vedere dove troverà il personale per gli ospedali di comunità quando non c’è per fare girare i turni dei reparti ospedalieri.