
Quinto Nunzi
di Laura Boccanera
Sentenza storica a Roma, la Germania, condannata per i crimini di guerra, dovrà risarcire Quinto Nunzi. La giustizia arriva dopo 80 anni sotto forma di una sentenza di 20 pagine che distilla tutto il dolore e le atrocità subite da Quinto Nunzi, il centenario morto a settembre del 2024 e deportato in un campo di concentramento in Polonia nel 1943. È una sentenza storica quella che ha un civitanovese per protagonista che nonostante l’età, a 99 anni, ha avviato una causa civile per dare un senso a tutto ciò che aveva patito.

L’avvocato Dino Gazzani
Un pronunciamento che fa giurisprudenza e che è arrivato dal tribunale civile di Roma, frutto della sensibilità del giudice e della “tigna” di Quinto e dei suoi avvocati Alessandra Piccinini e Dino Gazzani che hanno smosso mari e monti per riuscire nell’impresa.
«Papà sognava questo giorno. Voleva giustizia, e finalmente l’ha avuta». Il commento commosso dei familiari di Quinto Nunzi accogliendo la sentenza: la Repubblica federale di Germania è stata condannata al risarcimento di 85.834,75 euro per i crimini di guerra e contro l’umanità subiti dal loro congiunto tra il 1943 e il 1945, durante la prigionia nel campo nazista di Myslowitz, facente parte del complesso del lager di Auschwitz.
Una condanna che chiude una battaglia giudiziaria difficile, che ha dovuto misurarsi non solo con l’eccezionale complessità del contesto giuridico, ma anche con delicatissimi ostacoli di natura processuale, legati alla particolarità del giudizio civile contro uno Stato estero sovrano. Alessandra Piccinini e Dino Gazzani hanno saputo ricostruire con rigore documentale e sensibilità giuridica l’intera vicenda del loro assistito. «Il risultato è un precedente che segna un punto fermo: le pretese risarcitorie per i crimini di guerra non sono consegnate all’oblio, ma restano esigibili in sede giudiziale, a dispetto del tempo trascorso» commentano gli avvocati.
Purtroppo Quinto, spirato nel 2024 a 100 anni, non ha potuto ascoltare il giudice leggere quella sentenza “In nome del Popolo Italiano”. «Papà sognava di vedere riconosciuti i suoi diritti — hanno dichiarato i familiari di Quinto, i figli Fabiola e Tonino — non tanto per il denaro, quanto per il bisogno profondo di giustizia. Questa sentenza restituisce dignità alla sua memoria e a quella di migliaia di Imi italiani».

Quinto in una foto dell’epoca
Il Tribunale ha infatti dichiarato che “la reclusione e riduzione in schiavitù, la violazione della regola dell’habeas corpus e la deprivazione continua dei mezzi di sussistenza e delle condizioni igieniche minime ed indispensabili a preservare lo stesso senso di umana dignità, costituiscono crimine di guerra e contro l’umanità”, e che in simili casi l’immunità dello Stato estero deve cedere il passo alla tutela dei diritti fondamentali della persona.

L’avvocato Alessandra Piccinini
I familiari hanno espresso gratitudine non solo ai loro legali, ma anche a Vito Carlo Mancino, autore della relazione storica che ha ricostruito con rigore le condizioni del lager di Myslowitz, e a Margherita Carlini e Stefania Giglio che hanno contribuito a ricostruire il vissuto traumatico di Nunzi con gli strumenti della scienza forense.
E anche un’intervista rilasciata a Cronache Maceratesi nel 2020 è stata utile negli atti del processo per dimostrare la presenza di Nunzi all’interno del campo di concentramento: Nunzi nell’anno 2020 aveva voluto raccontare la sua storia a Cronache Maceratesi e nella videointervista descriveva il suo carceriere; da testimonianze fotografiche ritrovate grazie ad una storica polacca contattata dagli avvocati la foto corrispondeva all’identikit fornito dal civitanovese. Oggi quel racconto ha trovato riscontro anche in un’aula di giustizia.
Il Tribunale ha liquidato il danno non come semplice risarcimento economico, ma come ristoro per la sofferenza morale e fisica, la sistematica lesione della dignità subita in quei 659 giorni di prigionia da quando era stato catturato da Gorizia e deportato il 9 settembre del 1943. «Quella del signor Quinto Nunzi non è solo una vittoria personale, né solo un successo giuridico – commenta il suo avvocato Dino Gazzani – È una vittoria della memoria, una frattura nel silenzio, un esempio civile per chi ancora lotta perché la giustizia, sebbene tardiva, sia comunque possibile».

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