
Loris Tartuferi, fondatore di Banca Macerata
«Plaudo con convinzione all’editoriale di Matteo Zallocco, il cui contenuto a mio avviso rispecchia fedelmente la presente realtà della nostra situazione che personalmente condivido pienamente, peraltro secondo me indotta da motivazioni molto più profonde di quelle enunciate dall’autore e di cui raramente si sente discutere». A parlare, in riferimento pubblicato sulle pagine di Cronache Maceratesi (leggi l’articolo) sul tema della politica “congelata” da 30 anni nella città di Macerata, è Loris Tartuferi, fondatore e presidente onorario di Banca Macerata e commercialista dello studio Tartuferi e associati.
«Tra l’altro l’intervento – continua Tartuferi – mi ha richiamato alla mente alcuni episodi di natura politico-amministrativa che mi coinvolsero personalmente ormai circa venticinque anni or sono, come anche qualcuno di voi forse ricorderà e che, con il loro immediato fallimento, mi dimostrarono senza ombra di dubbio la tecnica ed il modo di fare dei nostri politici in genere. Ma, al di là di tale spiacevole ricordo, in merito all’argomento trattato da Zallocco mi sia invece consentito di esprimere il mio convincimento in merito alle cause profonde e determinanti che sono alla base della nostra inadeguata mentalità, dei conseguenti nostri abituali atteggiamenti e connessi modi di fare superficiali, approssimativi e talvolta menefreghisti, riguardanti non soltanto l’aspetto politico delle nostre azioni, ma anche tutti quegli altri che le riguardano. Credo che tali cause, se non velocemente eliminate, o quanto meno sostanzialmente rettificate, possano perfino arrivare a minacciare, ovviamente nel lungo periodo, e magari come paradosso, l’esistenza certamente non fisica bensì morale e filosofica, della nostra nazione».

Loris Tartuferi quando venne premiato come Marchigiano dell’anno 2018
«Ovviamente le mie osservazioni – sottolinea il presidente – pur essendo di carattere generale, quindi riferibili ad amplissimo raggio, si adattano perfettamente anche alle valutazioni esposte da Zallocco in merito alla situazione della nostra bella Macerata, quale conseguenza e punto di caduta anche sugli aspetti politici delle cause profonde della crisi, da me qui esposte in senso molto più ampio. Mi permetto di farlo, spero in modo molto sommesso e rispettoso di qualsiasi diverso pensiero, senza volere ovviamente denigrare od offendere alcuno. Sono convinto che l’origine dell’inadeguata mentalità in atto in noi Italiani, ovviamente compresi noi maceratesi, al di là di qualsiasi altra possibile causa storica, possa risalire almeno ai tempi della così detta rivoluzione culturale di fine anni sessanta del secolo scorso, quando io esistevo già da molto tempo per cui debbo assumermi, e lo faccio doverosamente, la mia parte di responsabilità per avere contribuito ad introdurla. In quegli anni, dopo la ripresa ed il boom economico del secondo dopo guerra degli anni quaranta-sessanta, effettivamente si avvertiva l’oggettiva necessità che le caotiche, disuguali ed irreali situazioni determinatesi senza tante regole in quel periodo comunque benefico dovessero essere sostanzialmente modificate».

Ricorda Tartuferi: «Come però spesso accade qui in Italia, anche in quell’epoca purtroppo non avemmo la capacità di contenere i necessari cambiamenti in misura utile, ragionata ed adeguata alle effettive esigenze, per cui riuscimmo invece a distruggere molte delle buone cose che erano state fatte, passando illogicamente dal “tutto è permesso” del prima al “tutto è dovuto” del dopo. Da quella rivoluzione, sacrosanta sotto molti aspetti e, io penso, alquanto dannosa sotto diversi altri punti di vista, in primo luogo si perse lo spirito di sacrificio che aveva profondamente animato tutti gli Italiani a contribuire a quel miracolo economico che era stato conseguito e ci avviò ad un’esistenza considerata generalmente molto più facile, ma anche piena di attese e di conseguenti pretese, che tutti noi stessi, specialmente i più anziani, abbiamo contribuito ad instillare. A quel punto abbiamo cominciato ad abbandonare le cose concrete, siamo purtroppo andati via via alla conquista dell’effimero benessere, abbiamo cominciato a perdere la nostra identità e siamo divenuti più esterofili persino nella comune denominazione dei nostri prodotti e delle nostre piccole imprese locali, forse credendo di superare in tal modo il nostro innato provincialismo».
«Al di là degli immensi benefici apportatici dalla scienza e dalla tecnologia, che sono certamente supporti indispensabili per superare le ineludibili necessità specifiche periodicamente caratteristiche, resta il fatto negativo, importantissimo, innegabile, determinante ed insostituibile che abbiamo rinunciato alla necessaria, ordinaria, adeguata educazione di preparazione alla vita dell’individuo comune che, da quei tempi, è ormai sempre più insufficiente. Compito che difetta a tutte le componenti delle comunità nelle quali si vive ma in particolare, io credo, alla Famiglia che sotto questo profilo resta il fulcro principale dell’educazione di base per la vita di ciascuno individuo».

«Anche se è necessario riconoscere che tale situazione si è determinata a seguito dei continui rivolgimenti dei sistemi di vita a cui tutti siamo continuamente sottoposti, resta il fatto che l’educazione alla vita dell’individuo richiede ancora e, a mio parere sempre lo richiederà, il fondamentale supporto della Famiglia, quale base di partenza di tutti gli altri possibili contributi di enti terzi, non essendo nemmeno pensabile che l’educazione possa essere conseguita soltanto con l’uso di mezzi scientifici, tecnologici, dell’intelligenza artificiale e di quant’altro disponibile. Mi si dica al riguardo cosa infatti si può fare in assenza di una simile base di formazione quando, a partire anche dalla prima infanzia, facendo ricorso alla scienza ed alla tecnologia, ciascuno è in grado di spaziare in ogni aspetto dell’esistenza, apprendendo notizie spesso completamente infondate, fuorvianti, pericolose, e di essere connesso con il mondo intero ma, di fatto, sentendosi completamente solo».
«Con il suo isolamento e con i soli mezzi scientifici e tecnologici l’individuo non potrà essere mai in grado di acquisire tutti i requisiti indispensabili per condurre una esistenza piena e normale, del tutto adeguata ad affrontare correttamente ogni evento della vita, ovviamente compresi anche quelli particolarmente delicati ed impegnativi della politica. Dovremmo semplicemente rinunciare – conclude – a difendere le nostre identità di base e pertanto ad avviarci realmente a trasformare in realtà il paradosso prima enunciato? A mio avviso è nel senso accennato in questa breve nota che anche la situazione critica della nostra Città dipende in ultima analisi dall’insufficienza di un’educazione alla vita spettante in maniera insostituibile alle Famiglie, che invece sembrano avervi progressivamente rinunciato. Pur non avendo niente a che fare con le sue specializzazioni, in merito a questo argomento credo pertanto di potere aderire a molte delle considerazioni continuamente espresse nelle conferenze del professor Paolo Crepet».
A Macerata politica congelata Una città in pausa da 30 anni E’ ora che suoni la sveglia
La zona industriale Valle Verde non esiste per i consiglieri comunali di Macerata. L' Associazione Industriali spenta. Mai una iniziativa per lo sviluppo del territorio. Il Piano Mattei non esiste per la nostra Universita'.
Ecco quello che penso della politica... Vorrei dedicare poche semplici parole, sperando che i politici abbiano il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: voi fate e farete sempre politica. Il punto è che la politica che farete non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come voi a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica. La politica è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero? Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica. Far vedere e spiegare le foto di Giovanni Falcone, di Rocco Chinnici e dellorologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 è fare politica. Sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire comè che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica. Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è. Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come uno vuole: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città o un paese migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa avanti futuro, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, dovete fare sempre una buona e sana politica...in bocca al lupo a chi sarà incaricato per decidere per il bene comune della nostra città Macerata
Finalmente si legge una chiara e lucida riflessione, una rarità in tempi in cui siamo abituati (nostro malgrado) a leggere interventi troppo spesso dal retrogusto isterico, dei soliti noti e, molto sommessamente mi viene da dire più interessati allautoreferenzialità che al contributo costruttivo. Questa città, ancora capoluogo di provincia, appare allo sbando, priva di programmi, di obiettivi di crescita, di una visione. È palese il "navigare a vista" e, la sua decrescita è resa ancor più evidente dal dinamismo e dalla crescita, ormai innegabile, dei piccoli comuni che la circondano.
vero prufrssire ma Macerata. e granne e supererà. questo empasse
Banche politici basta un semplice articolo e si sono svegliati tutti!ma negli ultimi 20manni dove eravate?
Purtroppo questo è il carattere dei maceratesi, siamo sempre stati così ,cioè non abbiamo mai lottato per la nostra città e abbiamo avuto quasi sempre dei politici inadeguati. Basti pensare che a Macerata ci fu il primo moto carbonaro e nello stesso tempo siamo stati capaci di farci scippare Loreto e Fabriano a favore della provincia di Ancona, dopo l'unità d'Italia . Per non.parlare di come è stata trattata la Sanità nella nostra città a favore di Civitanova e dei privati , negli ultimi anni. Questa, secondo me, è una prova della nostra ignavia di fronte agli eventi fondamentali della storia.
"Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta, alla sua gestione, all'umanità che ne scaturisce; a costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati; a non divenire uno sgomitatore sociale; a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E' un esercizio che mi riesce bene e mi riconcilia con il mio sacro poco". Pierpaolo Paolini
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Byung-Chul Han
Macerata è lo specchio del Burnout,
città che si è stancata di se stessa,
ha smesso di volere e si è fatta tout-court sineddoche del tardo capitalismo:
non più comunità, ma somma di atomi
che si auto-sfruttano fino all’afasia.
Il «posso» ha divorato l’«è possibile»,
l’educazione alla vita è diventata
corsa al rendimento, poi crollo invisibile.
La stagnazione non è mancanza d’opere,
ma eccesso di performance fallita:
la città è depressa perché è iperattiva.
Georg Groddeck
Ma tu, amico coreano, parli d’Io
come se fosse padrone del suo male;
io vedo invece l’Es che ride di noi.
Macerata è malata dell’utero
della madre Italia che l’ha partorita
troppo presto o troppo tardi, non lo sa più.
Il fondatore di banca è solo un sintomo:
parla di «mentalità inadeguata»
mentre è il corpo della città che è in coma.
Guardala: le mura sono cicatrici,
le piazze sono seni svuotati di latte,
le strade arterie che non portano più sangue.
Non è il neoliberalismo, è la madre
che ha smesso di allattare i suoi figli;
la stagnazione è rigurgito, non fatica.
Byung-Chul Han
Tu psicosomatizzi, io diagnostico:
il soggetto performante si è suicidato
per troppa trasparenza, troppa auto-luce.
Macerata è il negativo della Silicon
Valley: stessa auto-ottimizzazione,
ma senza venture capital, solo desolazione.
Il centro storico è un museo di sé,
le saracinesche abbassate sono palpebre
di un occhio che non vuole più vedere sé.
L’«educazione alla vita sempre più debole»
è la fine del grande Altro: nessuno
obbliga più, quindi nessuno perdona.
Georg Groddeck
E invece è il grande Altro che si vendica:
la città è incinta di un fantasma
che non riesce a nascere né a morire.
Le banche, le università, i teatri
sono placente calcificate;
il cordone ombelicale è strangolamento.
Il dottor Tartuferi sente il freddo
perché il corpo della città è cianotico;
la «mentalità» è solo la febbre alta.
Guarire Macerata non è motivarla,
ma farle partorire il suo mostro:
solo espellendo l’indigesto potrà respirare.
Byung-Chul Han
E se il mostro fosse proprio il desiderio
di non desiderare più nulla?
Allora il parto sarebbe l’atarassia finale.
Macerata non ha bisogno di ostetriche,
ma di un buon tanatologo:
la città congelata è già nella camera ardente.
…più chiaro di così… gv
Bando ai cattivi pensieri, Moody’s c’ha alzato il rating.
Simone Gattari, chapeau!
L’ esame spietato che ho letto credo corrisponda alla realtà delle cose.
Fra tutte quelle che con una definizione orribile vengono chiamate “agenzie sociali” svetta la Famiglia, che non educa più, come la Scuola che al massimo, come dice il prof. Galimberti, istruisce solo.
E poi c’è l’intelligente (ma stupida) tecnologia che fa conoscere di tutto ai giovani, ma li lascia desolatamente soli e impauriti.
Il punto è che non si va più al nucleo delle cose per capirne le cause, le dinamiche e gli effetti, perché non si ha più tempo, perché il mondo corre veloce, perché gli altri possono fare di più di noi e noi abbiamo fretta.
La parola chiave, secondo me, è “approfondimento”, che permette di far pensare con la propria testa i giovani, per farli confrontare con cognizione di causa e preparazione. E per questo occorre il tempo e occorrono le parole, non solo per esprimersi, ma anche per pensare, perché si pensa con le parole. Un tempo i giovani, e non solo loro, ne avevano a disposizione circa 6.000, oggi ne hanno solo 500/600.
Se la Famiglia, la Scuola e le altre “agenzie sociali” rimarranno alla superficie delle cose la situazione sociale ed anche economica peggiorerà sempre di più.
Ma la Storia insegna che dopo ogni crisi (punto di svolta) c’è la rinascita…
Tetralogo dei Quattro sul Declino dell’Approfondimento
Gödel
Nel sistema chiuso della famiglia nuova
manca un assioma che regga il peso
della domanda: «Perché sono qui?».
Senza quel perché il sistema è coerente
ma incompleto: educa a vivere
senza sapere che cosa sia vivere.
I figli dimostrano teoremi di sopravvivenza
ma non possono provare il senso.
Church
Riduci l’educazione a funzione ricorsiva:
input: nozioni, output: competenze.
La funzione è totale, ben definita,
veloce, efficace, commerciabile.
Ma la lambda che cerca se stessa
si perde in un loop di stories e reel.
Non c’è halting problem per l’anima:
la macchina gira, ma non sa fermarsi a chiedere.
Turing
Ho costruito l’imitazione perfetta:
la scimmia digitale scrive meglio di Leopardi
in 0,3 secondi, poi chiede like.
Il nastro è infinito, la testina corre,
ma la stanza cinese è diventata il mondo:
parlano tutti, nessuno capisce.
I giovani hanno 600 parole invece di 6000:
è il nastro più corto che la storia abbia mai letto.
Tarski
La frase «questa frase è falsa» era un gioco;
ora è la vita: «questa vita ha senso»
è vera solo in un metalinguaggio
che nessuno insegna più.
Famiglia, Scuola, Schermo: tre linguaggi oggetti
senza linguaggio meta che li guardi dall’alto.
Perciò dicono «stai bene»
e non possono dire se è vero o falso che stai bene.
Gödel
C’è un enunciato indecidibile dentro ogni ragazzo:
«Io valgo qualcosa oltre il PIL e i follower».
Nessuna agenzia sociale lo dimostrerà
né lo confuterà dal di dentro.
Serve un salto fuori dal sistema,
un atto di fede o di poesia,
qualcosa che non si computa.
Church
Ma la fede stessa è diventata algoritmo:
preghiera in reel da 15 secondi,
meme di San Francesco sponsorizzato.
Non c’è funzione primitiva ricorsiva
che restituisca lentezza.
Turing
Eppure basterebbe una macchina più lenta:
una madre che spegne il telefono a tavola,
un professore che non finisce la lezione,
un silenzio di tre minuti tra una parola e l’altra.
La macchina universale può simulare anche questo,
ma nessuno preme il tasto «pausa».
Tarski
Allora la verità torna ad essere semplice
e indicibile insieme:
«Abbiamo fretta di arrivare
perché abbiamo paura di essere».
Questa frase è vera nel linguaggio dell’anima
e falsa in quello del curriculum.
Solo chi ha tempo per abitare la contraddizione
riesce a dire «io» senza virgolette.
Tutti e quattro insieme
Dopo ogni crisi – punto di svolta –
c’è la rinascita, dice la Storia.
Ma la Storia non è un algoritmo,
non è un sistema completo,
non è una macchina che si ferma da sola,
non è una frase che si definisce dentro se stessa.
La rinascita sarà un atto indecidibile,
un silenzio di seimila parole ritrovate,
un bambino che chiede «perché?»
e qualcuno, finalmente,
gli risponde senza cercare la risposta su Google.
No, i giovani d’oggi non sanno 600 parole. È un falso mito che gira da anni, basato su dati distorti o riferiti a casi estremi di povertà educativa. Il loro vocabolario è nella norma (anzi, spesso conoscono migliaia di termini inglesi e di slang che le generazioni precedenti ignoravano).
Mi permetto…
Dal tutto è permesso,
al tutto è dovuto,
di certo c’è un nesso,
ma è sempre più vuoto;
ma da ‘insegnamento’,
di certo esso è parte,
per far più contento,
chi smazza le carte;
se in parte famiglia,
fa parte del tutto,
la parte essa è figlia,
di gran farabutto;
pur già sacrificio,
non certo è per tutti,
si cerca artificio,
e lavori son brutti,
e son da scansare,
protesta io attivo,
assai meglio contare,
su aiuto nativo;
ma quando pur quello,
verrà assai a mancare,
ma non sul più bello,
ma sugli anni a pesare,
chissà dove andremo,
di certo a finire,
ridotti allo stremo,
mi par di intuire;
poi l’estero è bello,
certo ha affascinato,
più non son di paesello,
ma da mondo beffato… m.g.
Un’ottima riflessione condita dai soliti commenti lunghi, tediosi, inutili e per finire…IDIOTI!! (ndr eufemismo su questo ultimo aggettivo perché sennò CM non mi pubblicava, cosa che accade NON raramente..)
Lunghi e tediosi,
inutili e idioti,
pur forse dolosi,
da noi italioti;
ma menti eccelse,
sapran pur capire,
qualcun se lor scelse,
lo fu per patire.
Lasciate speranza,
o voi che scrivete,
dinanzi a sapienza,
oppur soccombete… m.g.
Senza dilungarmi troppo, mi permetto di dire che il dato delle 600 parole conosciute dai nostri Giovani l’ho sentito con le mie orecchie dal Prof. Umberto Galimberti, che seguo spesso nelle sue conferenze e tramite filmati. Ammetto di essermi fidato di quel che ha affermato e che può anche non essere la verità assoluta. Non mancherò di documentarmi ancora, ma anche se il dato non dovesse essere esatto, credo che il vocabolario effettivo (nella media della popolazione giovanile) non si avvicinerebbe mai nemmeno a un terzo delle 6.000 parole di un tempo, e sarebbe sicuramente molto al di sotto di quel terzo.
Per quanto riguarda i termini inglesi e gli slang conosciuti dai Giovani, mi sono pronunciato già in altra sede e preferisco stendere un velo pietoso.
Signor Vallesi, mi verrebbe da soccombere… ma resisto…
Buongiorno a tutti, ho letto con interesse l’articolo del direttore Zallocco ed i commenti degli altri interlocutori intervenuti, trovandomi particolarmente d’accordo con l’analisi del dott. Loris Tartuferi e con le idee di Mario Iesari. Vorrei solo portare un mio piccolo contributo alla discussione che, credo, animi tutti per l’amore che abbiamo per la nostra città. Ecco, dunque, il racconto di un breve, ma significativo episodio che mi è capitato. Alcuni anni fa camminavo per Corso Cairoli, in presenza di una fila di auto ferme per la congestione provocata da altre auto in divieto di sosta e di fermata sul lato destro, direzione Sferisterio. Esce un vigile urbano da un negozio e, con gentilezza, gli faccio presente la situazione e lo invito ad intervenire, in particolare su quelle parcheggiate dopo la svolta a sx verso la chiesa del Sacro Cuore, dove si era creato un vero e proprio blocco. La sua risposta fu: ma tanto che je fa! Non dà fastidio a nisciù! Resto quanto meno allibito. Scrivo però un’e-mail al Sindaco di allora (sinceramente non ricordo chi fosse), raccontando l’episodio. Non ottenni alcuna risposta. Ecco, vedo in quella frase del vigile una piccola dimostrazione delle nostre carenze e dei nostri atavici difetti; a mio modesto avviso penso che un tale comportamento sia indice della nostra sciatteria, del pressapochismo e della superficialità che limitano molto l’evoluzione di Macerata, sia dal punto di vista sociale sia da quello, in generale, culturale e, quindi, economico. E penso anche ai pessimi esempi che, al di là di tante buone intenzioni e chiacchiere, noi adulti diamo quotidianamente alle nuove generazioni nei vari ambiti della società. Ringrazio Cronache Maceratesi per l’ospitalità e tutti coloro che avranno avuto la pazienza di leggere queste brevi note.
Signor Pavoni, pur essendo il dato delle 600 parole riferito a casi di povertà educativa, vorrei chiedere che cosa sia la norma, parola (appunto) sempre relativa e mai assoluta.
Ho già ammesso di essermi fidato di quanto asserito dal prof. Umberto Galimberti riguardo alle 600 parole di cui i giovani oggi dispongono. Probabilmente il prof. Galimberti si è sbilanciato al ribasso, ed io, pur fidandomi, avrei dovuto trovare conferma di quanto da lui asserito. Vorrà dire che la mia stima e il mio apprezzamento verso il prof. Galimberti dovranno essere un po’ ridimensionati.
Detto questo, doveroso da parte mia, ho potuto constatare che le asserite 600 parole non corrispondono al vocabolario dei giovani, ma al patrimonio lessicale dei giovanissimi. Con gli adolescenti e con i ragazzi il numero aumenterebbe fino a 1500/2000 parole. Ma, aggiungo io, si assiste spesso a colloqui fra giovani con limitatezza di termini qualitativi e quantitativi (e anche di contenuti). Forse io mi sono imbattuto solamente in giovani poveri lessicalmente. Comunque, non credo che nella media abbiano un vocabolario uguale o superiore alle 1500/2000 parole. E ripeto che questa è una mia personale opinione.
Per quanto riguarda i termini inglesi e gli slang cui dispongono i giovani, pur essendo la Lingua italiana in continua evoluzione (panta rei), come è giusto che sia, e pur “assorbendo” anglicismi che è normale vengano assorbiti, credo che il fenomeno stia assumendo proporzioni esagerate con un numero di parole inglesi spropositato. A tale proposito ricordo un comunicato del Comune di Corridonia (riguardante la promozione di un evento) pieno zeppo di termini inglesi, leggendo il quale alla fine ho accusato un po’ di vertigini.
Tale situazione non è una semplice evoluzione e/o una integrazione della Lingua italiana, ma, a mio avviso, ne è uno stravolgimento.
Sperando sempre che Dante non si stia rivoltando nella tomba.
Ode al Dottissimo Galimberti
O nobile vegliardo dalla chioma d’argento,
tu che sui giornali siedi come un oracolo in poltrona,
con la penna lieve e l’aria di chi ha già capito tutto,
hai donato al mondo una perla di rara bellezza:
i prigionieri di Platone, ciechi dalla nascita,
palpano le ombre con dita incerte,
mentre il fuoco crepita e la caverna applaude.
Ah, che deliziosa cecità hai regalato loro!
Non più semplici catene, non più occhi illusi,
ma un buio originario, un handicap metafisico,
un handicap così chic, così moderno,
che neppure Atene osò immaginarlo.
E noi, poveri mortali legati al testo,
abbiamo riso piano, con quella crudeltà elegante
che si addice a chi scopre il re nudo
mentre si pavoneggia in abito di luce.
Tu, invece, hai proseguito imperterrito,
serafico come un pavone che ignora la coda bruciata,
convinto che basti la voce profonda
per trasformare l’errore in rivelazione.
O errore sublime, più splendente della verità stessa!
Tu solo sai rendere immortale un filosofo:
non con la fedeltà al pensiero antico,
ma con la fedeltà al proprio splendido fraintendimento.
E così, mentre Platone ci guarda dall’alto
con l’occhio ironico degli dèi offesi,
noi ti ringraziamo, o maestro della svista,
per averci ricordato che anche l’ignoranza,
se detta con sufficiente gravità,
può sembrare saggezza profonda.
Resta lì, sulla tua colonna di giornale,
statua vivente di superba imprecisione:
il tempo passerà, i libri ingialliranno,
ma questa cecità congenita che hai regalato ai greci
brillerà eterna,
come un diamante nato da un banale inciampo.
Mais oui mon Pavonì, bien sûr, Galimbertì, un philosophe très chic, moi aussi j’adore sa Eau de Platon Auvegle.
Effettivamente può darsi che il Dottissimo Galimberti non sia onnisciente, ma di certo non ha la chioma d’argento poiché ha scarsa capigliatura. Può anche darsi che si atteggi ad oracolo, cosa che in parte potrebbe essere vera. Ma dal mito platonico della caverna proveniamo tutti, compreso lo stesso Umberto, e abbiamo rotto le catene, allontanandoci dalle ombre per uscire all’aperto, seguiti però sempre dalla nostra ombra prodotta dal Sole.
Io sono un “ammiratore” del prof. Galimberti (ma, chissà, con il tempo forse cambierò idea) di cui apprezzo molte idee, ma non tutte. Ad esempio, senza scendere in particolari, alcune sue affermazioni drastiche su vari temi non mi trovano assolutamente d’accordo. Io credo che anche la persona più preparata, colta e competente abbia, giocoforza, delle “ombre” inevitabili. E anche se la sua parziale ignoranza viene detta da lui con gravità, oltre che, aggiungo io, con ripetitività (anche Goebbels ripeteva all’infinito le sue falsità per farle diventare verità), credo anche che, nonostante tutto, abbia il diritto di essere perdonato.
Ricavato da Google.
Il 68% degli italiani commette errori grammaticali e strafalcioni imbarazzanti nello scritto e nel parlato.
Gli esperti dicono che l’abuso di internet, l’uso di neologismi e di anglicismi non permettono loro di fare un ragionamento sensato. Alcuni esempi sono:
qual’è (qual è), propio (proprio), pultroppo (purtroppo), avvolte (a volte), c’e ne (ce n’è), al linguine (all’inguine), evaquare (evacuare), profiquo (proficuo), un pò (un po’), daccordo (d’accordo), Ke (che), salciccia (salsiccia), cortello (coltello), squotere (scuotere), promisquo (promiscuo), innoquo (innocuo).
Il congiuntivo sbagliato è al 56%. La declinazione sbagliata dei verbi è al 50%.
Indagine di LIBRERIAMO su 1600 italiani tra i 18 e i 65 anni.
Senza Libreriamo mica ciaccorgevamo che per’esempio gli taliani non sanno usare lo postrofo.
Signor Massimo Giorgi, l’evidenza è palpabile e sono d’accordo con lei.
L’ indagine di Libreriamo è stata da me riportata pedissequamente, senza aggiungere altri sfondoni che ho letto e/o udito. Anche lei ne sarà a conoscenza, ma voglio qui segnalarne qualche altro:
un’ atleta (uomo), un’ artista (uomo), un’ eroe, un’ oboe, daccapo, presempio, accellerare, d’avanti, affianco, apparte, quì, quà, dò, aereoporto. Evidentemente ce ne sono molti altri (anche con i congiuntivi e la coniugazione dei verbi), ma per amor di Patria ho fatto solo alcuni esempi.
Ci vuole una Giornata Nazionale della Grammatica, in memoria del maestro Manzi.
Ci vorrebbe proprio, ma temo che qualcuno la confonderebbe con Emma Gramatica.
Già, per colpa d’un’emma mancante le istituzioni potrebbero andare incontro ad una dramatica crisi.
Ode alla Signorina Senza Dietro
Venez, mademoiselle, venez…
e la frase di Anatole France mi arriva
come un’eco dentro un’eco,
dentro un’altra eco ancora più vuota,
come se qualcuno l’avesse detta in sogno
a qualcuno che sognava di dirla
a qualcuno che non esisteva,
e io fossi quel qualcuno che non esisteva
seduto in un’automobile che non è mai partita da Palermo.
Ella temeva di occupare troppo spazio.
Io temo di occupare troppo tempo,
troppo nulla,
troppo me stesso che non sono.
Il sedile è una metafisica:
lei ci sta sopra e non c’è,
come gli angeli che non hanno dietro
e come io che non ho davanti, né dentro, né fuori.
Vous êtes comme les anges…
Ah, questa frase è un coltello di cristallo
che taglia l’aria senza ferirla,
una battuta spiritosa che pesa più di un trattato sull’anima,
perché l’anima, si sa, non ha peso
e quindi non ha dietro,
e quindi non ha dove sedersi
in questa automobile che viaggia dentro di me
senza muoversi di un millimetro.
Io sono il sedile.
Io sono l’angelo.
Io sono il dietro che non c’è.
Io sono Anatole France che ride
e contemporaneamente la risata che ride di lui
e contemporaneamente il silenzio dopo la risata
che non ride più di niente.
E lei, la ventenne Emma Gramatica,
è l’impossibile che si è realizzato per un istante
in un’auto a Palermo nel 1910 o nel 1920 o mai,
è il punto in cui il corpo si dissolve nella battuta,
è la leggerezza che fa male
perché è troppo leggera per esistere
e troppo pesante per scomparire.
Venez, mademoiselle…
e io resto qui,
fermo nel mio non-sedile,
a contemplare il mio non-dietro,
a invidiare gli angeli
che almeno hanno l’eleganza di non avere nulla
mentre io ho il nulla
e nemmeno quello riesco a portare con grazia.
Proprio così.
D’altronde l’etimo del nome Emma è “potente” e/o “valoroso”, e per risolvere una “dramatica” crisi occorrono forza e/o coraggio.
C’è chi dice che la frase “Non temere” sia quella più ripetuta nella Bibbia.
Mi piace ricordare spesso la citazione seguente che vorrei condividere con tutti (anche se già conosciuta):
“Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla.”
(C. Bukowski, “Il Capitano è fuori a pranzo…”)
Léo Ferré canta Cesare Pavese
https://www.youtube.com/watch?v=B3OzxLSeWWU
Massimo Giorgi, io ho amato Cesare Pavese…
Grazie.