«La notte in cui morirono Beni e Piermanni
per un territorio come le Marche
fu come l’attentato alle Torri Gemelle»

MACERATA - Teatro della Filarmonica gremito per la presentazione del libro di Giuseppe Bommarito e del generale dell'Arma Marco Di Stefano che ripercorre i tre conflitti a fuoco tra i carabinieri e una banda di malavitosi la notte tra il 17 e il 18 maggio 1977 tra Civitanova e Porto San Giorgio. Presenti il giornalista Paolo Marconi e Rosario Aiosa, l'allora capitano dei carabinieri che diede il via all'operazione con una brillante intuizione

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Da sinistra: Marco Di Stefano, Paolo Marconi, Giuseppe Bommarito e Rosario Aiosa

di Marco Pagliariccio

«Per un territorio tranquillo come il nostro, quella notte rappresentò quello che, in scala più ampia, furono l’attentato alle Torri Gemelle o a Kennedy». Ha definito così il giornalista Rai Paolo Marconi i fatti di sangue del 17-18 maggio 1977 raccontati in “Notte di sangue”, il libro scritto dall’avvocato Giuseppe Bommarito, opinionista di Cronache Maceratesi, e dal generale Marco Di Stefano che ricostruisce lo scontro a fuoco tra i carabinieri e la cosiddetta “banda dei catanesi” avvenuto tra Porto San Giorgio e Civitanova nel quale persero la vita il maresciallo Sergio Piermanni e l’appuntato Alfredo Beni.

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Il libro è stato presentato oggi pomeriggio in un gremitissimo teatro della Filarmonica, nell’ambito della rassegna “Macerata Racconta”. Un racconto che sembra uscire da un gangster movie e che invece ha trovato nel nostro territorio, da sempre delineato con l’aggettivo “tranquillo” il suo teatro. Fu una sorta di squarcio per quel velo di innocenza che aveva sempre avvolto le Marche, ma anche una storia che il tempo ha contribuito a rendere sempre più sbiadita. «Io ricordo ancora gli imponenti funerali dell’epoca e le commemorazioni che vengono svolte ogni anno nelle due città tengono ancora accesa la memoria – ha sottolineato Bommarito – ma oggi sembra si stia perdendo il ricordo di quel sacrificio. L’oblio del tempo sta cancellando in molti gli accadimenti di quelle notti, in particolare i giovani rischiavano di non sapere mai nulla di questa storia. Siamo felici in primis di aver colmato una lacuna. All’epoca fu definita “la battaglia delle Marche”, ci furono 3-4 conflitti a fuoco nel giro di poche ore, qualcosa di mai visto per il nostro territorio. Probabilmente, però, come fatto di sangue finì inghiottito da altri ugualmente o più efferati che purtroppo vivemmo in quegli anni terribili e per questo probabilmente il ricordo alla lunga ne è risultato sfumato».

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L’avvocato e il generale dei carabinieri, che a quattro mani hanno lavorato alla ricostruzione della vicenda, hanno tratteggiato il racconto insieme a Rosario Aiosa, l’allora capitano dei carabinieri che di quell’operazione fu protagonista in prima persona, alla presenza anche dei figli di Alfredo Beni. «Tutto nacque da un’intuizione che definirei “sbirresca” – ha affermato Di Stefano – per quanto ne poteva sapere Aiosa all’epoca, si trattava solo di sei ragazzi a bordo di una Volvo bianca con una targa troppo vecchia a cena al ristorante Il Caminetto di Porto San Giorgio. L’allora capitano decise di controllare la targa e l’auto risultò non rubata. Ma lui sentiva che qualcosa non tornava e così decise di portare tre vetture dei carabinieri a Porto San Giorgio per controllare il gruppo all’uscita del locale. Ma al fiuto del carabiniere fece da contraltare quello dei banditi, che uscendo dal ristorante capirono che qualcosa non tornava: due, tra cui Carlo Alè, il Vallanzasca d’Abruzzo, scappano in auto, gli altri quattro a piedi. E da qui nasce l’inseguimento che finirà con la morte di Beni a Porto San Giorgio prima e poi con quella di Piermanni a Civitanova».

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Due carabinieri uccisi, altri due militari feriti, ma anche quattro dei sei componenti della cosiddetta “banda dei catanesi” a perdere la vita: questo il bilancio di quelle notti difficili da cancellare. «In realtà erano tre catanesi e tre abruzzesi amalgamatisi in carcere a Torino – ha chiarito Bommarito – e in Piemonte, con una metodologia simile, avevano ucciso un commissario di polizia. Avevano un modus operandi chiaro: sparare per primi e farlo per uccidere: Alè non voleva tornare in carcere in alcun modo e preferiva ammazzare che farsi prendere».

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Il libro attinge a piene mani dalle cronache giornalistiche dell’epoca (recuperate dall’archivio della biblioteca Mozzi Borgetti), ma contiene anche interviste ai parenti delle vittime e a persone che vissero i fatti in prima persona. Tra queste proprio quel Rosario Aiosa che rimase gravemente ferito lottando tra la vita e la morte per diverse settimane: il suo contribuito è stato fondamentale nella revisione del libro e nello smussarne diversi angoli per aiutare i due autori ad entrare nella storia: «Li ho portati sui luoghi di quelle notti, è stato doloroso ma anche coinvolgente e soprattutto necessario per capire quei momenti – ha svelato, visibilmente commosso nel rivivere quei momenti – ho avuto probabilmente la sindrome dello sceriffo intuendo che si trattava di una banda di malviventi, ma loro, pur senza vedere né percepire nulla, hanno avuto quella dei latitanti capendo istantaneamente cosa stava per succedere senza che avessimo dato nell’occhio in alcun modo».

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Una memoria diretta che ovviamente il tempo sta rendendo sempre più sottile e allora il volume, edito da Affinità Elettive, è prima di tutto un tassello che ancora mancava nel grande puzzle della storia delle Marche. «Io penso che nell’Arma ci sia molta memoria dell’accaduto grazie alle commemorazioni che vengono celebrate ogni anno – ha evidenziato Di Stefano –, si cerca di coinvolgere le scuole e i ragazzi e i Comuni sono stati sempre molto attenti: penso a Civitanova che ha intitolato il lungomare sud a Sergio Piermanni. Ma, come disse Lewis Carroll, la memoria non ha senso se guarda solo indietro: il ricordo va rinnovato, altrimenti ci perdiamo e lo perdiamo».

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