«Da 4 anni devo delocalizzare l’azienda,
il Comune blocca la mia attività»
Appello al commissario Legnini

PIEVE TORINA - La battaglia di Roberto Micheli che ha due stalle inagibili da dopo il sisma 2016. «Mi sono rivolto al prefetto, alla Regione, mi resta solo il giudice. Ancora non ho uno straccio di struttura provvisoria per ripartire- Si aiutano così le aziende locali?»
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La stalla di Roberto Micheli

 

di Monia Orazi

Lancia un appello al commissario straordinario alla Ricostruzione, Giovanni Legnini, Roberto Micheli imprenditore agricolo di Pieve Torina, che non riesce a sbloccare la situazione in cui versa la sua azienda. A quattro anni dal terremoto ancora deve ottenere una semplice delocalizzazione provvisoria, lui che sin da subito aveva fondato un comitato di terremotati, attivo nel denunciare i numerosi problemi dei centri devastati dalle scosse. Erano tre i capannoni adibiti all’allevamento di suini, per l’azienda agricola La Collina che si trova lungo la Valnerina tra Muccia e Pieve Torina, una realtà attiva da 54 anni, che prima del sisma non aveva avuto problemi. Le scosse hanno reso inagibili due stalle, resta operativa solo una struttura. Le soluzioni che Micheli con tenacia ha trovato sono tutte bloccate tra uffici comunali e ufficio speciale ricostruzione, ad opera di un parere positivo espresso dal Comune ed una successiva variante urbanistica che ne annulla l’efficacia e per cui Micheli ha presentato ricorso al Tar, discusso il 22 luglio scorso, di cui deve ancora essere depositata la sentenza. Bloccato anche un progetto di investimenti finanziato grazie al Piano Sviluppo Regionale, per la riqualificazione di una stalla già esistente a Valsantangelo che avrebbe dato respiro all’azienda consentendole di ripartire, dopo 20 mesi d’istruttoria ancora manca il nulla osta del Comune di Pieve Torina. «Il Comune dovrebbe essere l’ente più vicino al cittadino – spiega Micheli – a cui ci si rivolge in caso di necessità, invece nel mio caso blocca l’attività di un’azienda che esiste da 54 anni e che vuole andare avanti ripristinando quanto danneggiato dal terremoto e nuovi investimenti. Cerco di dare uno stimolo ad un paese in gravissima difficoltà, non mi sono consentiti né la delocalizzazione provvisoria, né nuovi investimenti. Quello che conta è ripartire ma evidentemente c’è un sindaco, un’amministrazione a cui non interessa né la ricostruzione, né nuovi posti di lavoro».

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Roberto Micheli

Continua Micheli: «Al commissario dico: che ricostruzione vogliamo fare se non ci sono pesi e contrappesi? Se ci sono problemi in un Comune tra sindaco e cittadini, nessuno media, è stato svuotato il livello intermedio tra istituzioni e cittadini, mi sono rivolto al Prefetto, alla Regione, resta solo il giudice. Voglio che la mia attività possa ripartire e chiedo l’intervento del commissario, per sbloccare l’iter amministrativo e vedere finalmente soddisfatti i miei diritti dopo quattro anni».

Tutto inizia nel dicembre 2018 quando alla richiesta di delocalizzazzione provvisoria delle stalle, ai sensi dell’ordinanza 9, arriva un parere positivo dell’architetto Annarita Luccio, dell’ufficio tecnico comunale, che rileva come l’azienda agricola interferisca con la riserva naturale di Torricchio, che si trova a una ventina di km di distanza, dove si trovano manufatti storici. Viene riconosciuto un diritto alla delocalizzazione provvisoria mai concretizzatosi. Micheli, assistito dalla Coldiretti Macerata, ha anche incontrato più volte il sindaco Alessandro Gentilucci, per valutare una delocalizzazione delle strutture. Il decreto di delocalizzazione provvisoria non è ancora arrivato dopo due anni. Ad aprile 2019 il comune di Pieve Torina con la legge regionale 25/2017 attua una variante urbanistica nella zona in cui si trova l’azienda, concedendo una ristrutturazione edilizia, ma cambiandone la destinazione d’uso, chiedendo la delocalizzazione dell’azienda senza prevedere la futura collocazione, «di fatto dichiarandone la chiusura. Si sono cambiate le regole del gioco a partita in corso», commenta l’imprenditore. Contro questa variante Micheli ha presentato ricorso al Tar, assistito dall’avvocato Andrea Calzolaio e Claudio Baleani di Macerata, discusso a luglio, in attesa del deposito della sentenza. La variante definitiva è stata pubblicata all’albo pretorio comunale lo scorso 14 agosto 2019. Micheli ha chiesto l’autunno dell’anno scorso l’intervento del prefetto Iolanda Rolli, che ha convocato tutte le parti interessate intorno ad un tavolo, nel febbraio di quest’anno. Sono intervenuti all’incontro anche il vicepresidente della Regione Anna Casini, la Coldiretti, il direttore dell’ufficio speciale ricostruzione ingegnere Cesare Spuri. Il sindaco Alessandro Gentilucci non si è presentato. L’ingegnere Spuri si è impegnato a concedere la delocalizzazione provvisoria inizialmente concessa dal Comune, ma una nuova lettera a firma dell’architetto Luccio si inserisce nell’iter amministrativo. Un’altra strada tentata da Micheli è quella di trovare una stalla esistente e riqualificarla, richiesta già avanzata al sindaco Gentilucci nel 2017. Lui stesso organizza un incontro con la comunanza agraria di Valsantangelo, che ha in uso una stalla inutilizzata sulla strada per Colfiorito. La comunanza si esprime con una delibera favorevole per un contratto di affitto ed un progetto di riconversione della struttura da bovini a suini, da finanziare in parte con il piano di sviluppo rurale. L’imprenditore agricolo ed il tecnico presentano il progetto, la Regione Marche dichiara il progetto finanziabile. Il progetto viene presentato negli uffici comunali a novembre 2018 insieme ad un altro progetto tecnologico per il miglioramento gestionale dell’azienda e lì si ferma tutto. Prima arriva una richiesta del Comune di dimostrazione del titolo di proprietà, in quanto costruito dal consorzio di bonifica che concede il nulla osta. Un secondo nullaosta è concesso dall’agenzia del Demanio. Dopo un anno e mezzo senza nessuna risposta, il Comune chiede ai progettisti una perizia asseverata sui requisiti igienico sanitari della struttura, già intrinseca nel progetto, anche perché l’Asur già dal 2016 non è più tenuta a rilasciare pareri di carattere urbanistico-edilizio. Micheli invia una diffida legale al Comune lo scorso gennaio. Un’altra diffida ad adempiere viene inviata all’inizio del mese. Risultato dopo 20 mesi dalla presentazione dei progetti, ancora nessun permesso a costruire è stato rilasciato. Di mezzo c’è stato il Covid: «Senza l’emergenza sanitaria che ha fatto slittare i termini, avrei sicuramente già perso il contributo per i progetti del piano di sviluppo rurale. Rischio di perdere anche i contributi per la ricostruzione delle stalle danneggiate. Da gennaio ho avuto su mandato del Comune un doppio controllo della forestale, altri dell’Arpam, del servizio veterinario, uno dell’ufficio tecnico e dei vigili. Tutti hanno certificato che l’azienda è a posto. Questa situazione di stallo e la mancanza di strutture provvisorie, mi ha portato in uno stato di necessità e per questioni di benessere animale, ad alloggiare per qualche giorno alcuni capi nella struttura inagibile, comunque messa in sicurezza. A seguito della visita del vigile urbano e dell’ufficio tecnico del Comune sono stato denunciato e condannato per violazione di ordinanza sindacale, insieme a mia madre che dall’alto dei suoi 84 anni ha dovuto subire l’onta di una condanna». Conclude Micheli: «A quattro anni dalle scosse ancora non ho uno straccio di stalla provvisoria per ripartire. Si aiutano così le aziende locali? Ci si lamenta per lo spopolamento, si fanno proclami di resilienza, di ripartenza con nuove aziende e poi si ostacolano quelle esistenti? Fare impresa in queste zone è già difficile, se poi ci si deve guardare anche dalle istituzioni di prossimità, allora diventa impossibile».



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