«Coronavirus, siamo preoccupati
per i nostri collaboratori cinesi
Le mascherine sono quasi introvabili»

EMERGENZA - Mauro Storti, manager della ‘De.Liu Consulting’ azienda di Ancona attiva nel paese asiatico, sta cercando di inviare il materiale di protezione. Ma le scorte in Italia si stanno esaurendo. «E’ un gesto di umana vicinanza. Mi aspetto che anche le istituzioni si mobilitino»
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di Maria Paola Cancellieri

Coronavirus, cominciano ad essere introvabili anche in Italia le mascherine protettive, perché molti magazzini hanno esaurito le scorte ed i rifornimenti, per le richieste abnormi procedono a rilento. Ne sa qualcosa Mauro Storti, 57 anni, responsabile sviluppo della ‘De.Liu Consulting’, società di Ancona che sostiene e accompagna le piccole e medie imprese del Made in Italy-settore moda, nel percorso per l’internazionalizzazione o esportazione nel mercato cinese. Debra Storti, sua figlia, e il braccio destro Liu Chen, sono gli export manager del team di professionisti che intrattiene da anni una fitta rete di rapporti commerciali con le realtà imprenditoriali più promettenti della Repubblica Popolare Cinese. In queste ore si stanno mobilitando per cercare di acquistare partite di mascherine chirurgiche da spedire ai loro collaboratori in Cina, da Shanghai a Pechino.

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Mauro Storti

«Stiamo contattando rivenditori esteri perché qui le scorte sono esaurire e in Cina queste mascherine che preservano dal contagio per via respiratoria sono proprio introvabili. E’ un gesto privato, di umana vicinanza, che dobbiamo ai nostri collaboratori cinesi. Siamo molto preoccupati per loro, per le difficoltà che stanno incontrando, anche se per telefono ci rassicurano sulle misure di prevenzione messe in atto dal governo cinese – racconta Mauro Storti – Mi aspetterei che anche le istituzioni italiane si mobilitassero in questo momento. Quest’anno, tra l’altro, si celebra il 50esimo anniversario dell’Ambasciata italiana in Cina. Gli italiani sono sempre stati solidali con i Paesi in situazioni critiche e non è un caso che Carlo Urbani, il medico che ha offerto un contributo importante per sconfiggere la Sars, fosse italiano e marchigiano». Il manager filottranese ci tiene a ricordare che i cinesi «sono cultori per tradizione dell’accoglienza e apprezzano chi contraccambia con gesti che sottendano forme di amicizia e di rispetto nelle relazioni».

La diffusione del virus accelera soprattutto nella regione dell’Hubei dove è stato scoperto il primo focolaio e dove sono quasi 7.000 casi sospetti in attesa di conferma. Nel tentativo di arginare l’epidemia, i cittadini cinesi sono stati inviati a evitare i viaggi all’estero ed è stato procrastinato l’inizio del secondo semestre delle lezioni per scuole e università. «E’ giusto e opportuno che le autorità sanitarie internazionali abbiano alzato il livello di guardia per contenere una possibile pandemia. Ma l’allarme non deve trasformarsi in psicosi qui in Italia. – osserva Mauro Storti – Nelle Marche non ho notizie di colonie etniche residenti di nazionalità cinese che provengono da Wuhan e in questo momento non ci sono nostri clienti, imprenditori marchigiani, in Cina dove in questa parte dell’anno normalmente le aziende si fermano per le ferie  – spiega – La fine di gennaio e tutto il mese di febbraio in Cina, è un po’ come quello di agosto in Italia ma con i riti natalizi. Durante il Capodanno lunare, intere masse di persone vanno in vacanza. Non sono previsti viaggi di affari, almeno per il comparto della moda, neanche per le prossime settimane».

Certo il coronavirus fa paura anche ai mercati per le possibili ripercussioni economico-finanziarie. Sul punto però Mauro Storti lancia un messaggio intriso di ottimismo. «E’ probabile che possa comunque manifestarsi un ristagno economico. Per qualche mese il mercato cinese ne risentirà ma sono anche convinto che l’impasse non durerà troppo a lungo – sottolinea – Questo non esclude che possano manifestarsi problemi per alcuni conto-terzisti perché se i grandi marchi della moda, ad esempio, venderanno meno, è chiaro che le ricadute le percepiranno l’indotto, i distretti industriali collegati al mercato del lusso anche nelle Marche. Il vero problema è che in un Paese con un miliardo e 400mila persone ci sono tanti ricchi ma anche tanti poveri. Esiste una grossa sacca di povertà che vive grazie anche a questi mercati rionali dove le norme igieniche sono scarse, dove la macellazione egli animali non è regolamentata da leggi severe come in Italia. E’ questa la situazione più difficile da tenere sotto controllo».

 

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