Quanno sprecà la robba
era peccato mortale

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario-Monachesi

Mario Monachesi

 

di Mario Monachesi

Oggi buttare il cibo avanzato è un’azione quasi depenalizzata. Un tempo invece “sprecà’ la robba” era un vero e proprio peccato mortale. Ci veniva insegnato che farlo conduceva all’inferno. Soprattutto in campagna, dove la miseria regnava sovrana, anche “le capature de selliru”, si fa per dire (poi mica tanto), facevano comodo. Faceva così comodo tutto che ogni cosa veniva sfruttata al massimo. Ad esempio, finito il prosciutto, con il rimanente osso le vergare ci imbastivano un piatto da favola: “l’ossu de lu prisuttu co’ li fascioli”. Poi che dire “de le coteche co’ li fascioli, de la testa de porcu e d’agnellu?” La polenta che avanzava, la sera o la mattina dopo, veniva rifatta “a fette su la raticola”. Con i ritagli della pasta fatta a mano, ci si faceva la minestra, da sola o “co’ lo cece”. Con il pane secco “se facia lo pancotto”, oppure “le fette”, cioè acqua bollita con pomodoro e olio, buttata sopra al pane sistemato in una “teja”. Qualche volta ci si rompeva sopra anche un uovo. L’acqua bollente lo cuoceva. Il pane secco veniva anche grattato per le impanature. Se ce ne era ancora veniva bagnato per gli animali. Un vecchio detto ammoniva che se buttavi il pane, dopo morto saresti dovuto ritornare a cercarlo con una candela e raccoglierlo per l’eternità. Se proprio bisognava buttarne qualche pezzetto perché ammuffito o per altri motivi, c’era chi prima si faceva il segno della croce e poi lo baciava. Anche quando cadeva, lo si raccoglieva e prima di mangiarlo, lo si baciava.

Non si buttava neanche “la pella de lu salame”, quella delle fette veniva lasciata “pe’ lu gattu”. Anche lui poverino doveva mangiare. “La capatura de la virdura, vinia data a li puji”. “Co’ l’acqua de la pasta, la vroda o sciacquatura de li piatti e le scorze de le patate (poi veniva aggiunta la farina) ce se facia lu veorò pe’ li porchi”, cioè un pasto piuttosto liquido servitogli “dentro lu troccu”. Neanche gli avanzi “de la trocchjatura” venivano sprecati, “li graspi sprimuti” venivano sparsi per i campi in quanto concime. “Li tutuli de lo granturco” servivano invece “pe’ fa focu sotto lu callà de le fornaciole”. Le “fornaciole” erano quei piccoli angoli esterni alla casa in cui si scaldava l’acqua per gli animali, o d’estate si facevano bollire “le vuttije de li pummidori”.
“Lo vi’ che java in forte” (che si faceva cattivo), se vuttava su l’acito”.  Quando si ammazzavano i conigli, le pelli venivano messe da parte per poi venderle, così anche “co’ le piumme dell’oche”. Tutto serviva, tutto aiutava ad andare avanti alla meno peggio. La parola “sprecà” non esisteva.

SPRECO-CIBOErano altri tempi, di miseria certo, ma anche di rispetto per le persone e per le cose. C’erano in voga ed in lizza altri valori, altri sentimenti ed altre aspirazioni. Le scarpe rotte non si buttavano, “se rsolava”, li pagni strappati o consumati, “se rennacciava, se rattoppava, ce se mittia (in tutti i sensi) ‘na pezza”. “Co’ le maje, le camisce o atre pezze che oramai no’ ne putia più, ce se facia li stracci pe’ sporvedà, per pulì’ quarsiasi cosa”. Ritornando al cibo, secondo la Fao, ogni anno 1,3 miliardi di derrate alimentari finiscono nella spazzatura. L’italia ne butta annualmente 6,5 milioni di tonnellate, pari a 108 chili pro capite. È tollerabile tutto ciò? Credo proprio di no. Ripensiamo allora con umiltà, con buoni e nuovi propositi alla fame di una volta, all’attuale fame nel mondo, alle nuove e sempre più crescenti povertà. Ripensiamo a quando in campagna sempre per non buttare via proprio niente, si facevano le salsicce anche con il sangue del maiale, si chiamavano “li sanguenacci” e venivano consumate solo cotte. Il sangue del maiale veniva anche cucinato in una padella assieme a “lu collà” (collana di grasso sempre del maiale), con olio e cipolla. La vergara cuoceva anche il sangue “de li viri” (tacchini) e dell’oche”. Anche in questo caso, in una padella con olio e cipolla.  “Ogghj simo diventati tutti signori” (una volta si diceva “artisti”), quindi lo spreco non può che essere la nostra arte. “Attenti a non dov’è ‘rghj areto…”, ammonisce spesso una mia zia.



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