Rinunciare alle parole
è come cessare di vivere

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Il bisogno di comunicare con gli altri e Macerata in preda alla vocale “u”
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di Giancarlo Liuti

Il brutto andazzo degli ultimi giorni è stato distinto dagli incendi, che, divampati per cause naturali (le alte temperature del clima) o per gli interessi di chi ci speculava sopra (creare aree fabbricabili), hanno distrutto ampie zone di verde. E ne è stata ferita soprattutto la vegetazione spontanea, che contribuisce a rendere piacevoli l’aria, il nostro respiro, il nostro sguardo, la nostra vita. Non sempre ferita, per fortuna. Vi sono momenti, infatti, nei quali la luce dell’estate riesce a donarci limpidi panorami fino all’estremo orizzonte. E non di rado, con l’arcobaleno, anche il cielo partecipa alla bellezza di questo spettacolo quasi teatrale. Come descrivere tali fenomeni? Ovviamente con la parola.

Il sistema linguistico italiano s’impara – meglio: si dovrebbe imparare – a scuola, da giovanissimi, ma, nell’uso comune e secondo le varie regioni, lo sostituisce un altro sistema, il dialettale, simile al primo e tuttavia più o meno “storpiato”. Ecco allora i dialetti settentrionali, toscani, romaneschi e meridionali, che cambiano nel giro di pochi chilometri. Pure le Marche ce li hanno e pure Macerata ha il suo, la cui caratteristica più evidente è la forte presenza della vocale “u” (esempio: “Quìllu? Un purìttu!”), il che rischia di renderla meno dolce. Ovviamente vi sono eccezioni, e lo dimostra l’appellativo religioso “Civitas Mariae”, la cui perentoria evidenza spicca – senza “u”- all’ingresso della sede municipale, quella che civilmente e laicamente dovrebbe però rappresentare tutti i maceratesi, atei compresi. E ci vuole un minimo di attenzione per non confondere, come primo cittadino, il sindaco col vescovo e viceversa. La stranezza di queste cose, tuttavia, è attenuata – e “incivilita” – dal naturale temperamento dei maceratesi, che non amano le dispute astratte e preferiscono andare avanti col loro proverbiale e paziente fatalismo.

Le vocali italiane sono cinque e l’ultima è la “u”, da pronunciare a bocca semichiusa, con un tono un po’ombroso e un suono un po’ gutturale, il che sembra toglierle eleganza e vocazione all’allegria. Mica vero. Essa proviene dal latino, cioè dai nostri antichi progenitori, che di sicuro non erano privi né di eleganza né di allegria. La qual cosa – specie nella città di Macerata, che si direbbe casa sua – merita grande simpatia. Noi maceratesi, insomma, dobbiamo voler bene alla lettera “u”, che, come il sangue, ci scorre copiosa nelle vene.



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