Quale Europa con Trump?
INAUGURATION DAY - Oggi è il giorno dell'insediamento del 45esimo presidente degli Stati Uniti d'America, con la cerimonia del giuramento
Oggi è il giorno dell’insediamento di Donald Trump come 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, l’inauguration day con la cerimonia del giuramento. Le riflessioni di Sergio Sgarbi, economista, già membro per venti anni della “Commission on International Investiment and Transnational Corporation” of the United Nations, sulle ripercussioni dirette e indirette anche per il nostro territorio.
di Sergio Sgarbi
Tutti i sondaggi di voto, compresi quelli più autorevoli, sulle elezioni del presidente degli Stati Uniti sono stati un vero disastro. Gli americani, con grande sorpresa di tutti, hanno votato alle presidenziali americane, dello scorso 9 novembre, per Donald Trump. Hillary Clinton ha perso per la sua politica estera e per essere stata largamente finanziata dal “sistena” colpevole, tra il resto, di non aver attuato una giusta distribuzione del reddito. Trump, invece, ha fatto una campagna elettorale a favore dei molti scontenti americani, sostenendo una politica che comporti un aumento dell’occupazione e dei salari e il controllo dell’emigrazione. Inoltre, la sua campagna elettorale è stata impostata contro IL “sistema” (Wall Street, la globalizzazione economica, la grande finanza e alcuni politici) perché, da una parte ha creato una società sempre più disuguale, con un arricchimento sempre più consistente della classe più ricca, una diminuzione dei redditi della classe media e un impoverimento sempre più marcato della classe più povera, e dall’altra ha fatto aumentare l’occupazione all’estero attraverso la delocalizzazione degli investimenti. Facciamo notare che l’aumento della disuguaglianza della distribuzione del reddito, secondo un rapporto dell’Ocsce (trentaquattro paesi più ricchi del mondo), nel tempo, è aumentata in tutti i paesi del pianeta. Alle stesse conclusioni arriva il recente Foro economico mondiale di Davos dal quale emerge che nel 2016 l’1% della popolazione mondiale concentrava una ricchezza che è maggiore di quella in mano al 99% della popolazione. In Italia il reddito medio di una famiglia è più basso oggi che nel 2000.
Un aumento delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza potrebbe creare tensioni sociali, precludere l’accesso di determinate fasce di popolazione ai servizi sanitari e all’istruzione e portare a cambiamenti politici di tipo autoritario con principi xenofobi e nazionalistici. In alcuni paesi dell’Europa è già visibile tale cambiamento; basti pensare all’Ungheria e ad alcuni partiti, non ancora al governo, di altri paesi dell’Ue.
A Davos, la Cina, che partecipa per la prima volta, ha sostenuto con forza, per bocca di Xi Ji Ping, la globalizzazione dell’economia. E’ curioso notare che il sostenitore principale della globalizzazione passi da un paese liberal come l’America a un paese comunista come la Cina ma pragmatico nella politica economica. Per quanto riguarda la globalizzazione essa è stata sopravalutata. Non ha raggiunto gli obiettivi sperati se non nei paesi poco sviluppati che hanno trovato nella domanda mondiale uno sbocco alle loro esportazioni. Pertanto, la globalizzazione mondiale andrebbe rivista in modo da rendere la concorrenza di prezzo di ogni paese del mondo non determinata da disparità giuridiche di trattamento dei fattori produttivi, specie del lavoro (lavoro minorile, sicurezza dei lavoratori, ecc.). La campagna elettorale di Trump ha convinto gli americani a eleggerlo. In altre parole, è stata determinante la volontà di cambiamento del popolo americano contro il “sistema”, cioè contro una elite finanziaria, industriale e politica che ha ignorato i problemi della maggioranza della popolazione Pertanto, Trump ha vinto con il voto dei tanti scontenti, compresi i sindacati, di solito, importante bacino elettorale dei democratici, e degli immigrati perché, gran parte di essi, sono a favore del controllo dell’emigrazione per non rischiare di perdere il posto o una diminuzione del salario. Da ciò risulta che gli Stati Uniti di Trump, seguendo gli slogan “America-First” e “America-Great” imboccheranno la via di una politica protezionistica che, attraverso le tariffe doganali, i tassi di cambio e una politica fiscale proteggeranno le industrie manifatturiere nazionali.
L’economia occidentale non è nuova al protezionismo . La crisi di Wall Street del 1929, fu superata, oltre che con investimenti pubblici anche grazie a una politica protezionistica. La conferenza di Bretton Wood del 1944 segnò la fine del protezionismo creando degli organismi per tutelare il libero scambio, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale Dopo la depressione mondiale a seguito della crisi energetica del 1979 si sono manifestate spinte protezionistiche che, però, durarono poco. La Ue, che dopo la crisi del 2008 si è trovata impreparata alla globalizzazione dei mercati, soprattutto per le continue e pesanti perdite di posti di lavoro nel settore manifatturiero, ha messo in atto, in modo non palese, una politica che potemmo definire di neo-protezionismo (ricordiamo la politica francese a favore dell’auto). Inoltre, l’America di Trump, volendo incoraggiare solo le politiche favorevoli agli Stati uniti, rivedrà tutti i trattati multilaterali trasformandoli in bilaterali perché più favorevoli. Tra i trattati multilaterali ricordiamo in particolare: il Nafta (accordo nord americano per il libero scambio), stipulato tra Usa, Canada e Messico, è in vigore dal 1 gennaio 1994. Esso verrà rivisto perché ha favorito una rilevante delocalizzazione di investimenti USA in Messico a causa della differenze salariali.
Il Tpp (trattato di libero scambio tra dodici paesi dell’Asia, America e Oceania che si affacciano sul Pacifico) è stato firmato da Obama nel 2016. La strategia del Tpp è quella di rafforzare i rapporti commerciali con il Giappone per contrastare l’espansione economica della Cina creando un blocco del Pacifico attraverso una progressiva diminuzione delle tariffe doganali, una specie di Ue. I paesi del Tpp rappresentano il 40% dell’economia mondiale. Il trattato non è stato ancora ratificato dai paesi che l’hanno firmato. Trump, che considera il Tpp negativo per l’occupazione Usa, vuole sostituirlo con accordi bilaterali più favorevoli. A questo trattato è molto interessato il Giappone il cui primo ministro ha già avuto un colloquio con Trump.
Il Ttip (accordo commerciale di libero scambio transatlantico tra Europa occidentale e Stati Uniti) è ancora in corso di svolgimento. La bozza di accordo è al cento di forti critiche da parte di molti paesi dell’Ue, tra cui l’Italia, per quanto riguarda il commercio di prodotti alimentari. Trump non sembra dell’avviso di portarlo a termine. Il Coop21 è un accordo internazionale sul clima. E’ stato negoziato e firmato a Parigi nel 2015 da ben 195 paesi. E’ stato firmato anche da Obama e Xi Ji Ping. Trump, che è un eco-scettico, considera finito il supporto alle fonti rinnovabili e necessaria la revisione di tutte le regole avverse al carbone. Quindi, anche questo accordo per gli Stati Uniti dovrà essere rinegoziato, specie dopo la nomina di Mc Kenna, lobbista del gruppo “Clima scettici”, a capo del Dipartimento energia.
La Nato (organizzazione del trattato nord Atlantico), che è un’alleanza militare per una difesa collettiva, è stata fondata il 4 aprile 1949 per salvaguardare i confini dell’Europa occidentale dall’ora Unione Sovietica. Ne fanno parte, oltre gli Stati Uniti e il Canada, i più importanti paesi dell’Europa occidentale. L’Italia è uno dei paesi fondatori. Trump considera la NATO obsoleta; pertanto dovrebbe essere rivista negli obiettivi e nei costi che dovrebbero gravare in modo più equilibrato su tutti i paesi che ne fanno parte e non più prevalentemente a carico degli Stati Uniti. L’Italia nell’ambito della NATO si trova in una posizione strategica importante per via dei problemi del Mediterraneo Tale trattato cambierà completamente se ci sarà un accordo Stati Uniti- Russia.
Ci sono poi le relazioni economiche con importanti singoli paesi come Iran, Cina e Russia. Per quanto riguarda l’Iran e la Cina, nella campagna elettorale Trump ha sollevato la possibilità di modificare il trattato con l’Iran e i rapporti con la Cina che hanno tolto agli USA moltissimi posti di lavoro. Queste due direttrici di politica sembrano più elettorali che reali dato che sarà difficile rinegoziare con l’Iran, considerato che il resto del mondo si è già aperto alla Repubblica islamica. Anche con la Cina sembra difficile trovare una strategia che possa favorire l’occupazione americana attraverso il paventato riconoscimento di Taiwan, la politica delle tariffe doganali per rendere più costose le esportazioni cinesi in USA e gli incentivi fiscali alle imprese USA delocalizzate in Cina per promuovere il loro trasferimento in USA. Tale politica sembra difficile da attuare anche perché la Cina ha in mano una parte consistente di bond americani che farà pesare e, inoltre, può attuare una politica di ritorsione.
Per quanto riguarda la Russia la problematica è sostanzialmente diversa. Le sanzioni internazionali per il conflitto in Ucraina, la svalutazione del rublo, il crollo del prezzo del petrolio, una domanda di gas praticamente piatta in Europa, primo mercato di esportazione per la Russia, e la recente competizione a livello globale con l’entrata di nuovi partecipanti nel mercato del gas naturale liquefatto, sembrano aver messo in ginocchio la Russia. Ne risulta un periodo complesso e incerto della storia recente della Russia. Nonostante tali difficoltà, o forse proprio a causa di queste, in quest’ultimo periodo la Russia è riuscita a mettere a segno una serie di importanti iniziative internazionali: dalla collaborazione con l’Opec , all’ingresso nel settore estrattivo egiziano, all’accordo con la Turchia, in grado di portare la Russia al centro dello scacchiere energetico globale. La collaborazione con l’Opec è stata positiva perché ha messo d’accordo i produttori di greggio sempre rissosi, dato che è stato deciso di diminuire la produzione dei paesi Opec , stabilendo, così, nel futuro dei prezzi crescenti. L’Opec , senza la Russia non sarebbe stata in grado di stabilire una politica energetica globale. Inoltre, la Russia è entrata nel mercato del gas naturale, attraverso l’impresa statale Rosneeft, nel Mediterraneo orientale, dal 2000 territorio esclusivo di compagnie statunitensi ed europee. Rosneeft, infatti, ha acquistato dall’Eni
I il 30% della concessione Shourouk all’interno della quale l’Eni ha scoperto, lo scorso anno, il mega giacimento Zohr di gas naturale. In quest’area la Ue, con una strategia di diversificazione, ha incrementato i rapporti per essere meno dipendente dalla Russia. Quindi, la Russia, in questi ultimi tempi, anche come reazione alle sanzioni e per una mancanza di una valida politica dell’energia della Ue, ha sviluppato nel Mediterraneo orientale una strategia legata al petrolio, gas naturale, cooperazione economica e militare che collegano Grecia, Turchia, Cipro, Siria, Egitto, Israele, e, forse, tra breve, Libia. Un’altra buona occasione per Putin può derivare da Trump il quale non ha mai nascosto il suo obiettivo di una normalizzazione della tensione con la Russia. La recente nomina a Segretario di stato di Rex Tillerson, ex amministratore delegato del gigante petrolifero Exxon Mobil, amico di Putin, avendo stipulato molti contratti petroliferi in Russia, potrebbe contribuire ad un riavvicinamento tra le parti. Anche l’approccio cooperativo di Mosca con l’Opec può essere interessante per Washinton perché grazie al prezzo del greggio, previsto in crescita, avrebbe la possibilità di migliorare i profitti delle sue compagnie.
Inoltre, il potenziale disimpegno dell’amministrazione Trump nel Mediterraneo potrebbe far diventare Mosca egemone della politica energetica nel Mediterraneo. Il nuovo Segretario di stato, buon conoscitore della Russia avendoci operato nel settore energetico, è probabile che arrivi ad un accordo con Putin su alcuni importanti temi, come: una cooperazione per il petrolio artico, l’Ucraina, la Siria, la cooperazione contro il terrorismo e la Nato. Se si arriva a tale accordo la maggior parte o la totalità delle sanzioni saranno tolte con grande vantaggio dell’Italia. Facciamo notare che le sanzioni incidono quasi esclusivamente sull’Ue ed, in particolare, sull’Italia, ma non sugli Stati Uniti perché, sostanzialmente non hanno esportazioni di prodotti sanzionati verso la Russia. A causa delle sanzioni l’Italia ha avuto una diminuzione delle esportazioni verso la Russia del 30%. Trattandosi, soprattutto di beni alimentari, abbigliamento, mobili, e prodotti della meccanica, la diminuzione percentuale delle esportazioni marchigiane dovrebbe essere superiore a quella nazionale.
Ancora prima di essere insediato ufficialmente Trump, diffidando le società automobilistiche che erano interessate a investire in Messico attraverso l’applicazione di un’alta tariffa doganale, è riuscito a far dirottare i loro investimenti in Usa la Ford annulla un investimento di 1,6 miliardi di dollari in Messico destinando 700 milioni di dollari allo sviluppo dello stabilimento in Michigan. Anche la Toyota rinuncia a un programmato investimento in Messico per dirottarlo i Usa. La Fiat- Chrysler, giocando d’anticipo, ha dichiarato al Salone dell’auto di Detroit di investire un miliardo di dollari per modernizzare due impianti nel Midwest dove saranno creati 200 nuovi posti di lavoro.
Trump, dopo il suo insediamento ufficiale dovrà affrontare i temi sopra elencati. Temi che sono importanti per tutti i paesi occidentali anche se le decisioni pratiche non saranno facili da prendere perché da una parte le proposte elettorali non sempre vengono mantenute e dall’altra perché c’è sempre un compromesso con gli apparati USA, che, a volte, hanno un potere maggiore del Presidente, come l’intelligence, il Congresso, i media,. e con i paesi con i quali di dovrà trattare un accordo. Facciamo notare che per una larga parte del suo stesso partito, i repubblicani, Trump è considerato come un corpo estraneo che il partito cerca di condizionare; basti pensare che l’influente senatore repubblicano Rubio considera Putin “un criminale di guerra”. Inoltre, gran parte dell’apparato pubblico e la diplomazia americana non hanno una buona opinione della Russia, considerata comunista. Per concludere la Ue oggi si trova spaesata avendo un fronte interno, determinato dalla Brexit, da tendenze centrifughe di diversi paesi dell’Unione e da due importanti elezioni nel 2017 (Germania, Francia e, forse, Italia) e un fronte esterno, ancora più importante, determinato dalla nuova politica di Trump anti Unione e dalla politica, tipo compressore, di Putin che appoggia l’antisistema di Tramp oltre che distribuire dal nord al sud punti strategici dell’energia e militari. In tale situazione la Ue è incapace di risolvere la crisi economica e sociale al suo interno e, quindi, ancor più di stabilire una politica di dialogo con le due grandi potenze: Usa e Russia.
In questo contesto non solo ci sarà la fine della “pax americana” ma anche l’appoggio di Trump a tutti i partiti dell’antipolitica o populisti dell’Ue per ottenere, da una parte, il dollaro come unica moneta internazionale e, dall’altra, la dissoluzione dell’Ue per poter trattare più vantaggiosamente con i singoli paesi dell’Europa. A tale politica fa eco Putin il quale, senza far nulla, vede che tutto ciò va anche a suo vantaggio.
Speriamo che sulla spinta di una nuova politica economica internazionale, che si presenta molto serrata, la Ue trovi il coraggio per esprimere una leadership collettiva, un modello di sovranità che rappresenti la “nuova Europa” costruita sulle rovine di un’Europa sempre più nazionalista in un periodo in cui solo grandi paesi, o unioni di più paesi, avranno voce in capitolo a livello planetario.
In questo quadro, l’Italia può giocare un ruolo importante al sessantesimo anniversario del della firma dei trattati comunitari il prossimo marzo a Roma se è in grado di organizzare, oltre una importante celebrazione che non deve essere solo rituale, anche una nuova linea di integrazione europea che dovrà dar luogo a una “nuova Europa” che tenga conto dei problemi dell’integrazione europea, l’occupazione, l’immigrazione, la ricerca scientifica, la politica energetica e la difesa comune. Un altra occasione per l’Italia sarà il G7 (probabilmente G8 con la partecipazione della Russia) che sotto la presidenza italiana si svolgerà a Taormina dal 26 al 27 maggio. Nel Summit dei capi di stato delle più importanti economie del mondo si dovrebbero sviluppare temi globali, come la crescita economica, lo sviluppo industriale, l’industria 4.0, la tecnologia, l’occupazione, la sicurezza e la lotta al terrorismo. Il coordinamento a livello internazionale di tali importanti temi può dare più stabilità al nostro pianeta percorso da forti venti di guerra.
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