Del parlare in dialetto
Ripensando Flavio Parrino

Il nuovo editoriale di Filippo Davoli è dedicato alle opere del noto studioso, pubblicate quasi vent'anni fa a cura di Agostino Regnicoli e Carlo Babini
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Filippo Davoli

di Filippo Davoli
Ripenso spesso, e con affetto, alla meritoria ristampa (a cura degli amici Agostino Regnicoli e Carlo Babini) delle opere del professore maceratese Flavio Parrino, scomparso nel 1994, dedicate allo studio linguistico e filologico della lingua maceratese, scritte tra il 1956 e il 1987 e ancora attuali, interessantissime. C’era necessità di un simile strumento, di facile reperimento (rispetto alle pubblicazioni originali) e che rendesse giustizia ad un parlare a torto, troppe volte, considerato soltanto una storpiatura dell’italiano. Già in passato, infatti, lavorando sulla poesia, mi ero dovuto scontrare con un linguaggio – il maceratese, appunto – di difficile utilizzo all’interno di un sistema linguistico come quello che sovrintende la versificazione: al confronto con il milanese di un Loi o di un Porta, o col napoletano di un Di Giacomo, il maceratese sempre mi costringeva ad una fuga tra le braccia dell’italiano.

Ho trovato una sorta di soluzione nel fissare, nella lingua nazionale, termini di chiara derivazione dialettale come grascià (ndr.: il letamaio), diventato grasciano (è una licenza poetica introdotta da Dante Cecchi – ma in funzione grottesca – ne “Le pasciò de un curatu de cambagna”: le fonti vorrebbero la forma grasciàro), ‘rzumiju (ndr.: ritratto, fotografia) trasformato in risomigliostutà(ndr.: spegnere) in stutarsi; giungendo anche a coniare il neologismo pritudine, che sta per ignavia incolpevole, per inettitudine. Ciò nonostante, restava scoperta – in me – un’esigenza più profonda, alla ricerca delle fonti, per ritrovare in esse le radici più intime della mia scrittura. Quelli della mia generazione, e più ancora quelli della generazione successiva, infatti, non godono il privilegio di cui Franco Loi riferisce nell’introduzione al suo Bach:

“Penso in italiano, parlo in italiano, scrivo anche in italiano. Ma quando scorre la musica delle mie memorie, quando voglio dare forma alle mie esperienze vengo sommerso dal milanese.[1] 

La spersonalizzazione, l’omologazione generalizzata cui ci ha abituato l’ultimo scorcio di Novecento, ha un suo segnale indicativo anche – e proprio – nella confusione dei linguaggi, alla quale tristemente si lega anche lo smarrimento di un destino più segreto, di un senso più profondo, della coscienza stessa del vivere un’appartenenza, una radice, un’incarnazione. Andando a caccia di se stessi, allora, si avverte – nella dicotomia tra il dire e il fare e, successivamente e quasi inconsapevolmente, tra il dire e l’essere – il bisogno di una concretezza esistenziale, di un axis: che può (e forse deve) aprire alla contaminazione, ma prima deve (necessariamente) apparire perché l’incontro si dia tra due essenze reali e non alimenti – feroce – il dubbio che si stia trattando di una fuga da sé, di una dispersione.

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Franco Loi

Nel linguaggio, il dialetto – che rappresenta la madre, almeno quanto l’italiano rappresenta il padre, ossia l’istituzione – assurge ad emblema di una riconquista possibile. Flavio Parrino ne sviscera le dimensioni più segrete, le consonanze col latino, le dipendenze e le indipendenze dagli altri gergali marchigiani e non, con il tatto discreto di un amante che, proprio in virtù del suo immenso amore, sceglie di non far mai violenza all’oggetto delle sue attenzioni.

Pur tuttavia, proprio di un atto d’amore si tratta: mai, infatti, lungo la trattazione, si ha la sensazione di uno scivolare verso la pedanteria: nelle sue analisi, appare il volto della Macerata che non c’è più o che forse – più attendibilmente – giace al fondo delle nostre divine incoscienze[2], abilmente sommersa da un’italianità che poi, in realtà, esiste (ed è esistita) sempre e soprattutto soltanto nella volontà e nel desiderio. Scrive Parrino, da pag. 85:

 “Il dialetto, lingua “di natura”, segue una norma che, malgrado le affinità, non coincide in tutti i casi con la norma della lingua “di cultura”. (…) Così lo scolaro elimina, prima o poi, nel linguaggio che userà a scuola e soprattutto nella scrittura, i vezzi dialettali più evidenti. (…) Può tuttavia affermarsi che nella pronuncia dei nostri giovani non si verifichi mai un perfetto adeguamento alla norma fonetica della lingua. Eliminate nella grafia, molte alterazioni sopravvivono, più o meno, avvertibili, nella pronuncia. (…) Il risultato, in questi casi, è che le inflessioni dialettali si impongono vittoriosamente, nella parlata e talvolta anche nella scrittura, sulla norma della lingua.”

Parrino – sia chiaro – non prende le difese del tempo che non c’è più, né tanto meno propugna l’uso del maceratese a svantaggio di quello dell’italiano: il suo approccio è pur sempre quello del linguista rigoroso che si limiti discretamente a registrare gli accadimenti e le trasformazioni. In un punto, indicativo di questa sua innata discrezione, afferma:

“In effetti, gli schemi tradizionali della vita sociale nel nostro territorio stanno infrangendosi con straordinaria rapidità: istituzioni ed abitudini di vent’anni fa sono divenute estranee alla presente generazione. Sarebbe assurdo condannare o contrastare questo mutamento, che dobbiamo limitarci a registrare, e ozioso abbandonarci al rimpianto di un mondo sano e schietto che se ne va per dar luogo a un mondo diverso, che finirà per trovare anch’esso la sua sanità e la sua schiettezza.” (pag.35-36)

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la copertina del libro di Parrino, edito dal Gruppo ’83 nel 1996

Pur tuttavia, contemporaneamente, proprio questo suo tenersi a  bada risveglia, anche in chi – per fattori anagrafici – non può averne, immagini di una “sensibilità diversa dalla presente”, che riaffiora, in tutta la sua virginea e potente delicatezza, dagli esempi portati: ad esempio, lu carru mattu per indicare l’Orsa maggiore, o la ‘ndurmindina (il sonnifero), o ancora lu pròsperu il fiammifero), lu rzumiju (il ritratto, la foto); come anche le citazioni di costruzione delle frasi in forme che la norma italiana ripugna. E’ lui stesso a rilevare che

“quello -pensiamo- era il linguaggio di una società patriarcale, legata alla terra, intenta ad attività economiche casalinghe e paesane, fatta di gente saggia, semplice, frugale, tenace negli affetti e nella fatica; ed anche superstiziosa, retriva, inesperta del leggere e dello scrivere, ignara del mondo al di là di Loreto o, nel migliore dei casi, al di là di Roma e della Maremma, di facile contentatura nel divertimento, nel cibo, nel vestito.” (pag. 37)

Di quel casto ritegno si avverte, oggi, come un rimpianto che, certo, il Parrino del 1963 (a quell’anno risale lo scritto) non avrebbe potuto sospettare, nelle necessarie diversità del mondo di trent’anni dopo; intendiamoci, se ne avverte un rimpianto che è pari al rintracciamento di se stessi, nel caos delle voci e delle tendenze che assillano il nostro presente; un rimpianto di quella franca robustezza, di quella bella ingenuità…

 

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[1] F. Loi, Bach, Libri Scheiwiller, Milano 1986.

[2] Idem. Le parole citate fanno parte del seguente contesto: “(C’è) la lingua della poesia, che è lingua segreta degli uomini tutti (…) Ma è anche la lingua di ciò che tace dentro di noi e che si rispecchia nell’infinito, la lingua delle nostre divine incoscienze.



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