Mattia Pacetti “incontra” Marco Bini

Un inedito di un nostro lettore di Agugliano, insieme a un inedito del poeta modenese
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Filippo Davoli

Ci scrive Mattia Pacetti, di Agugliano, studente universitario di Lettere, per mandarci questo suo componimento inedito dedicato ai giochi dell’infanzia e a un mondo agricolo – quello della casa del nonno – che non esiste più. Mattia utilizza la terzina, sebbene limitandone la rima al primo e al terzo verso di ognuna, e non incatenandole l’una all’altra alla maniera dantesca. Ma si tratta comunque di operazione non semplice e che, difatti, qua e là subisce l’obbligo di un lessico aulico e vincolante. Gli consigliamo di riscriverla in versi liberi, non temendone l’impoeticità. Per il resto, rimane comuque un bel brano, con più di qualche lampo felice:

 

 

M. Pacetti, L’orto del nonno

L’orto del nonno al bordo del paese,
con le galline a zonzo, il centenario
fico e le brevi salite scoscese,

non lo dimentico! Dopo la merenda
e i cartoni ci andavo solitario,
e il sabato a fuggire la faccenda

con il cugino o l’amico. Il muretto
lo superavi con un lungo balzo,
e se riuscivi, tu avevi il rispetto,

sennò l’orgoglio di una sbucciatura.
Sopra il fico m’arrampicavo scalzo
– era grande, copriva la verdura

la sua ombra spessa. Un tenebroso posto
di ragnatele e cose appiccicose
ci si scopriva, e io, da lì dentro ascosto,

svelto salivo alle oscillanti vette.
E cogliendo le frutta più succose
contavo il tempo, finché le schiette

grida della mia nonna non sentivo;
gridavo anche io, in saluto, e scimmiottavo,
poi scendevo fingendomi tardivo

con le tasche rigonfie per la cena.
Sostavo a lungo, se vedevo un favo
o un formicaio, a godermi la lena

delle fatiche. Tiravo dei sassi
alle lucertole, che non riuscivo
mai d’ acchiappar, coi loro agili passi.

Bei tempi quelli! L’ anima è sedotta,
e non s’ accorge, ad un sentire vivo
di voluto spavento e avida lotta.

Ogni collina ispirava all’impresa:
del campo appresso, sfidando le spighe,
correvo lungo la costa scoscesa

fino all’ulivo – era vero spavento
più oltre. C’ erano le finte brighe
col contadino, sicché come il vento

tornavo, e ritornando gli sfasciavo
il grano buono. Mi leccavo i graffi
poi, nei confini sicuri dell’avo,

e sgranocchiavo qualche chicco duro.
Con le persone ero bravo, di schiaffi
me ne buscavo pochi, e se era, giuro

non lo capivo. La pena sancita
la trascorrevo, gelido e vigliacco,
a simularmi in azione più ardita.

La più importante delle occasioni,
tanto bramata, non ne ero mai stracco,
la gallina prescelta spenzoloni

ad un ramo del fico, ed il coltello
del nonno esperto che ratto premeva
dal becco in gola . Di quel goffo uccello,

buono pel brodo, che s’ agita e freme
e sanguina, l’ira vana mi piaceva,
eppoi spennarlo ed aprirlo insieme.

Bei tempi quelli, bei tempi davvero!
Alla gittata d’ un frutto la voglia
rideva, ed era carico il pensiero

d’ odori e viste, il tempo che dal bordo
non esce, in sé sospeso, lì gorgoglia,
e d’ improvviso ne affiora il ricordo.

L’ orto, ci hanno costruito sopra, e niente
ne resta. Un corto pensiero ci ho fatto
– ero ragazzo, volava la mente.

Non come allora, quando da quel regno
mio tornando, con frettoloso tratto
lo continuavo in un brutto disegno:

un orto vasto che fingevo accorto
con bestie e piante nuove, un nemico
quatto e me grande col coltello, un orto

più bello, con in mezzo un grande fico!

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G. Metsu, “Uomo che scrive una lettera”

 

Ignari esprimete con quello
antiche cose meravigliose

U. Saba

 

 

 

 

A DIGIONE NEL ‘79

Voglia da vendere e condizioni perfette del fondo.

Si riduceva tutto a una sillaba: Gilles, come un fiore

che in un attimo cresce sopra i denti ed era un lampo

di presenza quando a sportellate fece storia

contro Arnoux, su Renault.

Dal casco un ciuffo biondo

quanto basta per star bene nelle foto con il fiocco

a sbalzo sulla cornice. Un sorpasso a freni in fumo


è un controsenso appassionante anche a trenta

e passa anni; “come avessero fermato il mondo”

si dice a chi non c’era, “altra pasta e sangue

ribollente che non scalda nuove vene”,

nel tempo in cui da tempo il turbo è fuorilegge


e rimangono la polvere a bordo pista, il giro in tondo


che smarrisce conto e orientamento e solo un’ombra

della tigna che ci vuole a puntare il retrotreno

divorare gomma e cordoli con rabbia
andare d’infilata, tagliare il traguardo per secondo.

 

 

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Gianluca D’Andrea

Il sintomo di una nostalgia impresso dalle parole, nello sport, in un immaginario che tenta di rifarsi collettivo. Tutto il senso della memoria (e, dunque, della storia) si ri-espande attraverso un’emozione che ci raggiunge da anni grazie agli strumenti della registrazione perpetua. Quale strada percorre la poesia? La resistenza nella testimonianza che ci aggancia a una tradizione, la quale rischia di perdersi nell’oblio rovesciato dell’estrema possibilità di accesso all’informazione. Il poeta da puro testimone si trasforma in cercatore, lavora al reale attraverso i suoi immani archivi e, in questo lavoro di setaccio, estrapola la pepita etica, quello slancio umano e folle che si mette alla prova per il solo fatto di essere.

Andando alle scelte testuali, il ritmo, scandito da versi lunghi e piani, tradisce il desiderio del racconto, l’andamento imperfetto di martelliani mascherati. Sboccia l’epica, per frammenti, nello stesso modo per cui il nome Gilles «come un fiore/ che in un attimo cresce sopra i denti» si riaffaccia nel ricordo dell’evento agonistico, quasi accavallandosi alla memoria di una poesia da intendere come impresa e che, nel suo farsi (ma anche nella sua scomparsa, «che smarrisce conto e orientamento e solo un’ombra…») possiede ancora «Voglia da vendere», ma deve attendere le «condizioni perfette del fondo» per giungere a compimento. Nel dettato, apparentemente semplice, s’insinuano dubbi, l’ambiguità si manifesta in una voce che dallo sfondo, col suo intervento diretto, giudica straordinario l’evento cui ha assistito («“come avessero fermato il mondo”», «“altra pasta e sangue/ ribollente che non scalda nuove vene”»), un’alterità trasparente, generica, che sembra rimproverare la disillusione di chi scrive adesso. Si attiva un messaggio che, nella sua stessa ambiguità, può appoggiarsi alla tradizione, in questo caso orale, di chi era presente. Emerge il tema della trasmissione che può avvenire su più canali, si stabilizza la posizione del soggetto scrivente che deve attendere il più possibile agli stessi canali nel tentativo di riscoperta o semplice tutela di valori etici da rimettere in comune.

Il movimento di riscoperta, però, non è solo abbinabile a una conservazione del reperto (a Modena nel maggio 2013 è stato conservato proprio il modello della Ferrari 312 T4 utilizzati da Villeneuve) che rischierebbe di “musealizzare” e immobilizzare l’esistente, ma deve tendere a riattivare nelle coscienze la dignità di un gesto veramente esemplare nella sua unicità, distanziandosi dalle fagocitanti capacità della riproduzione.

 

 

 

Marco Bini è nato nel 1984, e abita a Vignola (MO). Si è laureato in lettere moderne all’Università di Bologna. Oltre a scrivere poesie, saggi e traduzioni, collabora con l’organizzazione di Poesia Festival in provincia di Modena e collabora con il quotidiano «La Gazzetta di Modena».
Suoi testi sono apparsi sulle antologie Pro/testo (Fara edizioni, 2009) e La generazione entrante (Ladolfi editore, 2011), e sulla rivista «Ali». Ha vinto diversi premi per la poesia, tra cui il Premio De Palchi-Raiziss 2010, la sezione «Cantiere» del Premio Renato Giorgi 2010, il Premio Gianfranco Rossi 2011, il Premio Giuseppe Giusti 2011 e la sezione speciale del Premio Beppe Manfredi 2012, ed è stato finalista al Premio Penne 2011, al Premio Mauro Maconi 2012 e al Premio Camaiore 2012. Nel 2011 è uscito il suo primo libro di poesia, dal titolo Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi editore).



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