Comprensione della verità

Il nuovo editoriale di Filippo Davoli
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Filippo Davoli

 

di Filippo Davoli

Stiamo continuando a crescere. La cosa ovviamente ci rallegra e, contemporaneamente, ci stimola a fare ancora di più e meglio. Ma anche ci fa stare in campana. C’è infatti sempre un pericolo, quando si cresce così in fretta: quello di non calibrare bene i pesi, o quello di non tenere a lungo. La nostra piccola grande fortuna è quella di essere un ensamble di collaboratori molto affiatati, legati da un unico obiettivo che li supera tutti: una ricerca che sia intellettualmente onesta e non condotta per secondi e terzi fini; proveniamo da scuole di pensiero spesso diametralmente opposte; abbiamo età diverse, attitudini differenti, studi ed esperienze professionali variegate, eppure – o forse proprio grazie a questo – abbiamo la fortuna (e la grazia) di saper individuare ciò che ci riguarda e ci accomuna tutti quanti, un anello che tenga, una maglia nella rete che non si sfilacci, un’attendibilità che è propria delle cose e che, a dispetto dei piccoli e grandi relativismi del nostro tempo, possiamo chiamare verità.

Sì, verità: quando – guardando un prisma da più parti – tutti quelli che guardano possiamo trovare degli aspetti inconfutabilmente comuni, quella è verità. Certo, l’individuazione richiede nudità di cuore e rettitudine di mente; e queste sono caratteristiche che matura solamente chi accetti la propria precarietà, la sua buona dose di fallibilità: qualità indispensabili per aprirsi all’altro da sé e disporsi alla comprensione (che è, appunto, con-prensione; farsi carico di sé e degli altri, delle cose, del mondo; e in tutta questa alterità rintracciare la nostra intimità più profonda: “a noi” – ha scritto giustamente un filosofo di cui ora non ricordo il nome – “non compete tanto la conoscenza quanto la comprensione”; non siamo puro pensiero, bensì pensiero e carne; respiro e cavità, come la bocca da cui si origina la voce per il passaggio del fiato).
Comprendere la verità, allora, non significa tentare di dominarne la portata, ma permetterle di illuminare la realtà di una presenza che è dialogo, confronto, ed anche solidarietà nella diversità.

Comprendere la verità serve, in buona sostanza, a potersi guardare negli occhi ed anche a poter camminare; serve alla salvaguardia della libertà (propria e di tutti), almeno quanto al fondamento del vivere quotidiano, al di là e contro le piccole e grandi tirannie, spesso ben acquattate nell’indistinto, nell’anfibio e nell’informe.

Scrive Kierkegaard nel suo splendido La nostra epoca, di recente traduzione in Italia per i tipi della Morcelliana:

<Un’epoca appassionata e tumultuosa vuole rovesciare tutto, spazzare via tutto. Un’epoca rivoluzionaria ma priva di passione e riflettente trasforma la prova di forza in un’acrobazia dialettica: lascia sussistere tutto, ma per togliergli capziosamente senso. Invece di culminare in una rivolta, essa giunge a sfibrare la realtà intima dei rapporti in una tensione riflessiva che però lascia sussistere tutto, e a trasformare così l’esistenza intera in un’ambiguità che nei fatti c’è, mentre il dolo dialettico interpola privatissime una variante segreta: “non c’è”.>

E invece c’è.



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