Paolina Leopardi e la cantante Marianna Brighenti

Il volume delle lettere è stato curato da Floriano Grimaldi
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donatelle donatidi Donatella Donati

Un fascio di lettere, 164, in trenta anni di corrispondenza  tra Paolina Leopardi e le sorelle Brighenti, figlie di Pietro, avvocato bolognese amico di Monaldo. Spedite e ricevute segretamente da Paolina fino alla morte dei genitori che riprovavano la corrispondenza con due artiste, rappresentano una fonte preziosa per la conoscenza quasi cronachistica della storia della famiglia Leopardi ma anche dell’Italia di allora e di numerosissimi personaggi ruotanti intorno a Giacomo. Conosciamo una Paolina inedita, che rifiuta  il primato maschile e accusa gli uomini di egoismo e di violenza. Gli eventi sono visti da lei con occhio libero come quando critica la sospensione  di tutti gli spettacoli  nel tempo di carnevale a causa del conclave per l’elezione di un nuovo papa, o racconta dei moti liberali del 1831, nel corso dei quali il governo provvisorio della Province Unite in Recanati elesse delegato della città a Bologna proprio Giacomo. in quell’epoca a Firenze. Il volume delle lettere, 375 pagine, è stato curato da Floriano Grimaldi, un piccolo frate cappuccino dal nome principesco, un ricercatore accurato e insaziabile di documenti e un preciso valutatore della loro attendibilità. Come racconta nella ricca prefazione ha letto non le lettere già stampate e raccolte fin dal 1888 da Emilio Costa e poi da Manuela  Ragghianti, ma ha avuto tra le mani gli originali minutamente vergati su fogli spesso leggeri bianchi e rosa e li ha decrittati con la sua riconosciuta abilità di archivista e bibliotecario della Santa Casa di Loreto. Belle anche le pagine dedicate alla carriera musicale di Marianna Brighenti da Paola Ciarlantini, recanatese che insegna al Conservatorio di Bari.

brighentiHo chiesto all’editore Andrea Livi di Fermo con quali fondi ha potuto portare a termine la stampa di un volume così corposo con riproduzioni degli autografi e la solida impaginatura: una casa editrice a conduzione familiare, la disponibilità disinteressata degli autori e la prevendita con adeguata proposta alle biblioteche internazionali e agli istituti di italianistica all’estero.  Spiace che in tutto questo lavoro non compaia il Centro nazionale di studi leopardiani che d’altra parte in un comunicato stampa mandato a tutti i soci dichiara la sua “limitata autonomia a causa dell’insufficienza di risorse finanziarie disponibili”. Ma dove è andato a finire il denaro ricavato pochi mesi fa dalla vendita dell’appartamento di Pisa lasciato in eredità da una nobile signora appassionata di Leopardi?

 



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