Il ritorno dell’aereopittore
La “via” maceratese di Wladimiro Tulli

I GRANDI PERSONAGGI - A dieci anni dalla morte dell'ultimo futurista la città lo ricorda con un progetto a cura della biblioteca comunale ed una mostra a fine anno a Palazzo Buonaccorsi. Le sue opere in tredici istituzioni del capoluogo e in tante case di amici
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Wladimiro Tulli

Wladimiro Tulli

 

di Maurizio Verdenelli

Me lo ricordo ancora. In piazzetta Oberdan ad indicarmi con il braccio teso la bella facciata marmorea di palazzo Costa e la corte interna. “Ecco, là avevamo (in questo plurale comprendeva me e tutta la ‘famiglia’ dei giornalisti discesi da lui, il primo corrispondente de ‘Il Messaggero’ di Macerata ndr) la redazione. Un ufficio piccolo piccolo, dove dopo la guerra mandavamo i ‘pezzi’. C’era pure una cassetta per la posta per chi volesse lasciare qualche commento, contributi vari, proposte di articoli, pure qualche ‘lettera in redazione’. Ed un giorno felice ci trovai una lettera speciale…”. A quel punto mi tirava fuori, con la devozione dovuta ad una reliquia pur laicissima, un consunto pezzo di carta. L’intestazione diceva: A Tulli, al Messaggero, presto! F.T. Marinetti. “Capisci?! Lui, il Maestro di noi tutti, il grande Filippo Tommaso era venuto a Macerata. Mi aveva cercato e non trovandomi, aveva lasciato un messaggio e poi…ciao”.
“Ciao e presto erano due parolette che mi rimandavano quasi quotidianamente a lui, a Miro” ha ricordato commossa, ieri sera alla Sala Castiglioni della Biblioteca ‘Mozzi Borgetti’, Paola Ballesi ricordando Tulli, “l’ultimo futurista”. Così intitolò il ‘coccodrillo’ di Rossana Bossaglia, ‘La Stampa’ di Torino quando il 28 febbraio 2003, dieci anni or sono, si spense per sempre ‘il bardasciò’  che a 16 anni aveva suonato alla porta del gruppo Boccioni e di quel mirabile ‘pugno’ di artisti che faceva capo a Sante Monachesi, Ivo Pannaggi, Umberto Peschi, Rolando Bravi e a Bruno Tano che ebbe più vicino di tutti il giovane ‘apprendista stregone’ indicandogli le strade non ancora esplorate dell’aeropittura. Un affetto che Wladimiro avrebbe ricambiato assistendo Tano fino agli ultimi giorni di una fine precoce e straziante “quando in ospedale, lui ormai allo stremo dipingeva con il pennello stretto tra i denti” ha ricordato la Ballesi.

Wladimiro Tulli e Filippo Davoli

Wladimiro Tulli e Filippo Davoli

A far da corona al ‘ritorno di Tulli nella sua città sempre riconoscente’ (‘eppure a Miro, una volta, il comune fece pagare la bolletta della luce alla San Paolo dove aveva tenuto una mostra’ mi sussurra Filippo Davoli) c’era ieri sera la commozione dei familiari (la figlia Carla, il fratello Pieralberto) e quella di un’autentica folla di amici e critici -tra le autorità con il sinaco Carancini e l’assessore Monteverde, anche l’assessore provinciale alla Cultura, Bianchini- nella splendida sala restituita due mesi fa alla fruizione pubblica. “Non ci fermiamo: adesso stiamo aprendo un altro cantiere” ha dichiarato la Monteverde, docente di Filosofia. Incappando poi in un lapsus definito da lei stessa “stranissimo e freudiano” allorché introducendo la testimonianza della collega Maria Stefania Gelsomini, ne ha storpiato il cognome in ‘Gelmini’. Scatenando subito un’istintiva, muta ma palpabile ‘sollevazione’ dalle prime file occupate perlopiù da insegnanti. La Monteverde e il sindaco Romano Carancini (un intervento il suo improntato all’orgoglio maceratese e alla necessità di ‘volersi più bene’ e ‘voler più bene alla città’) hanno annunciato una grande mostra su Tulli a far da pendant a quella temporanea del 2011, al piano nobile di palazzo Buonaccorsi quando anche questo verrà recuperato, a fine anno o alla più tardi all’inizio del prossimo.
La serata alla ‘Mozzi Borgetti’ nel nome di ‘Miro’ è stata infatti una tappa importante di quel working in progress ‘dell’attività di ricognizione sul tessuto cittadino volta a mettere in luce i segni dell’operato dell’artista in sedi di pubblica fruizione’. Un percorso cui stanno lavorando con passione la direttrice della Biblioteca, Alessandra Sfrappini e con lei Maria Vittoria Carloni, Rosaria Cicarilli, Mauro Mazziero e il fotografo Fabrizio Centioni.
Il piccolo ma elegante catalogo apprestato per l’occasione segnala tredici istituzioni ‘visitati’ da ‘Miro the Aviator’, l’aereopittore ricordato dall’associazione “Tulli in città”. Eccole:  Musei civici di Palazzo Buonaccorsi; Museo di Palazzo Ricci; Palazzo del Teatro Lauro Rossi; Università degli Studi, Rettorato; Provincia; Ufficio Iat; Società Filarmonico Drammatica; Camera di Commercio; Liceo Classico; Farmacia Collevario (presente in sala Manuela Grelloni); Palazzo di Giustizia; Direzione Inps; Ospedale civile. “Senza contare la marea delle case private: per avere qualche bella opera di Miro non era necessario essere collezionista, bastava essere suo amico. Lui dava a piene mani” ha detto la prof. Ballesi che ha ricordato anche l’impegno civile di Tulli, pittore della Resistenza, commentando le opere in catalogo. Influssi futuristi a cominciare da Tano, gli amici di una vita Licini e Burri, poi Matisse, Picasso, Mirò (questa volta con l’accento…) e  Picasso.  “Tulli era Tulli, aveva il carisma in sé dell’artista. La sua firma, le intitolazioni-dediche che dava alle opere erano poetiche. Lui era anche e sopratutto un poeta” ha ricordato da parte sua Filippo Davoli, uno degli amici giovani più cari all’ex ragazzo del Gruppo Boccioni. “Miro dipinse per il gruppo teatrale Calabresi, che allora presiedevo, le scene per ‘Piccola Città’, il capolavoro di T. Wilder scelto per celebrare l’anniversario della compagnia. Lo volle fare pur sofferente perchè ricordava che un giorno, ‘lungo le scalette’ il fondatore Angelo Perugini lo aveva così apostrofato: ‘Bardasciò, un giorno verrai a lavorare per noi!’. Morto di lì a poco Perugini, nessuno lo aveva tuttavia più cercato… fino ad allora”. Ancora, Davoli: “Lui vestiva quasi da ragazzo, indossando abiti sgargianti. Addosso a lui non stonavano, anzi. Se ci provavo io, un disastro! Gli chiesi un giorno il suo segreto. ‘Semplice, Filippo: io non ho paura dei colori. Non lo dimenticherò più”.
wladimiro tulliL’uomo che con tutte le sue importanti relazioni aveva fatto conoscere Macerata fuori di Macerata ‘aprendo la weltschauung dei maceratesi’; promuovendo il Premio Scipione attraverso ‘Gli Amici dell’Arte’ che aveva visto alla prima edizione vincere Roberto Vedova; che nel 1962 costituì a Macerata il gruppo Levante (con Goffredo Binni, Marinelli, Ferrajoli e Nino Ricci), il pittore, grafico, ceramista, scultore, ‘sentinella dell’Arte’ che ‘vide il mare a Macerata’ con innovativi collages (seppure sulla loro primogenitura s’innescasse una discreta competizione con Pietro Baldoni, padre di tutti i fotoreporters) è stato infine ricordato con commozione dall’ultima dei suoi ‘giovani amici’: Maria Stefania Gelsomini. Una grande amicizia, anche questa, nata da un’intervista -la giornalista era stata inviata dalla redazione del ‘Messaggero’- e dalla quale nacque l’idea di un’esaustiva biografia. Maria Stefania ha letto testimonianze scritte da Tulli, di proprio pugno. Una, bellissima pensando a sua moglie “alla quale per tutta la vita sono stato fedele”.
Una serata abbastanza lunga, qualche ora, ieri sera alla ‘Castiglioni’, eppure volata via nel ricordo di un maceratese buono dalla stretta forte e gentile, dal sorriso aperto, dal cuore giovane, pronto ad un motto pieno d’affetto (“Peschi ce l’aveva un po’ con Monachesi perchè con quel poco da mangiare che c’era, lui faceva la parte del leone: ma Sante era il più ‘grossu’ di tutti, c’era da capirlo…). Tulli voleva dire Macerata nel mondo dell’arte così come Trubbiani, esule e ‘di se stesso antico prigionier’ nella marca Anconetana. Due grandi ‘Soli’ maceratesi e marchigiani, scomparsi Monachesi, Pannaggi, Peschi, Tano e tutta quella splendida irripetibile brigata di talenti. Si guardavano e si apprezzavano, con neppure tanti distinguo, anche se caratterialmente opposti, l’uno sul colle tra i Monti azzurri e l’Adriatico, l’altro sul poggio di Candia. Tuttavia quando Palazzo Ricci, nel contesto delle monumentali Antologiche estive, aprì nel ’97 per la prima volta le porte ad un ‘vivente’ e cioè a Trubbiani, Wladimiro richiese per sé uguale trattamento, senza fare tuttavia polemiche, limitandosi ad osservare, con me: “In fondo Valeriano è più giovane…”. L’anno dopo, Palazzo Ricci si aprì a Tulli: all’inaugurazione una gran folla in fila. Seduto platealmente sulle pietre a terra del cortile interno del palazzo, il celebre Giampiero Mughini venuto apposta per lui.
Wladimiro se n’è andato ‘da vivo’ come sarebbe piaciuto all’altro grande ‘maceratese’ Ennio Flaiano. Qualche settimana prima di quel 28 febbraio 2003, mi concesse un’intervista televisiva (operatore Gabriele Censi). Si tolse per l’occasione la cannula dell’ossigeno e lo vidi per la prima volta un po’ più ‘aggressivo’, più puntuto. Negli occhi, per via della malattia e dei medicamenti necessari, si era un po’ spenta quella dolcezza che l’aveva sempre accompagnato. Quel lampo complice ed amicale di quando firmava, quasi con un verso, le sue opere. Successe un giorno anche al  ‘suo’ giornale romano. Viste alcune stampe, sulla Resistenza, che tenevamo alle pareti della redazione in Galleria del Commercio, le autenticò tutte, alla sua maniera con uno svolazzo alla sua maniera, pieno di poesia e di vicinanza: “Agli amici del Messaggero…e ciao!”. Una dedica che ricordava tante altre. Come quella di una sua importante opera ‘burriana’ (definizione di Paola Ballesi) conservata ai Musei Civici: “L’ultimo pianto e ciao!”.
Ciao, caro Wladimiro. E a presto -senza fretta, però…



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