La Compagnia Filarmonico-Drammatica riscopre il dialetto
Applaudita esibizione al Teatro Sociale

MACERATA - La commedia Dietro ‘na nuvola lu sole è un bonario spaccato di vita italiana
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lu-Maestru-nou

Lu maestru nou

di Walter Cortella

Dopo molti anni, la Compagnia Filarmonico-Drammatica di Macerata riscopre il vernacolo e presenta al suo pubblico “Dietro ‘na nuvola lu sòle”, del fermano Euro Teodori, per la regia di Diego Dezi. Dai tempi de “Le pasció de un curatu de cambagna” di Dante Cecchi non veniva più allestito uno spettacolo dialettale e questa volta la scelta è caduta su un testo gradevole e brillante, anche se segnato da una leggera vena tragica, che tocca l’acme con la dipartita del bizzoso e vecchio spilorcio ’Ndon Don ma che tuttavia si stempera nella generale atmosfera di allegria dell’intera opera. La commedia ha debuttato qualche giorno fa al Teatro Sociale di via Gramsci. Chi è Euro Teodori? È un uomo eclettico, un artista a tutto tondo. Attore del cinema negli anni ’50, musicista, compositore, fondatore e direttore di orchestre sinfoniche oltre che autore di alcune commedie in vernacolo di buon livello, tra le quali mi piace ricordare Eja, eja, eja!., ambientata nell’Italia fascista e accolta con successo in ogni «piazza», dal nord al sud.
La sua Dietro ‘na nuvola lu sole è un bonario spaccato di vita italiana a cavallo degli anni ’50 e ’60, con il nostro Paese che a fatica cerca di lasciarsi alle spalle le ferite della guerra, nella rosea prospettiva del boom economico. Ma la ripresa è dura. «…A róppe se fa presto…a ’rcommedà è lunga», dice infatti il protagonista. La ricostruzione del tessuto sociale è affidata nelle campagne ai parroci e la canonica del nostro don Costanzo (Giulio Latini) è il centro propulsore del piccolo paese. Il curato è un uomo alla buona, dalla fede salda e attento alle problematiche dei suoi parrocchiani ma ha un carattere forte e un temperamento sanguigno. Ci ricorda un po’ il don Camillo di Guareschi, ma il suo antagonista non è l’onorevole Peppone. Il nemico che deve combattere è l’incombente comunismo i cui seguaci, nell’immaginario collettivo dell’epoca, «se magna le creature». È amato dalla sua gente che si rivolge a lui per un fattivo aiuto morale e materiale.

Angilina

Angilina

Lo affiancano in questa diuturna fatica le due fidate sorelle-perpetue, Rosetta e Angilina (Lidia Montecchiari e Paola Piaggesi) che hanno allevato con amore la «nipote» Giulia (Cecilia Franceschetti), che non si sa bene di chi sia figlia. E questo è uno dei temi centrali della vicenda. Nella canonica entrano ed escono, quasi senza sosta, vari personaggi del paese: l’arguta e ingenua Mimetta (Gilla Cipolletti), la pettegola Teresa (Susanna Giovannini), lo scanzonato e quasi irriverente Toni (Enrico Marcucci) e «lu Maestru nou» e scapolo (Roberto Gamberini) nel quale le due perpetue vedono una buona sistemazione per la nipote. Ognuno di essi rende in qualche modo movimentata e intensa la vita del povero curato. I problemi economici che affliggono la sua chiesa sono gravi e per di più è anche vittima di sacrileghi ladri che gli rubano i conigli e le misere elemosine. Ma la Provvidenza, nei lerci panni di ’Ndon Don, potrebbe dargli una mano. Il vecchio Pasquale, questo il suo vero nome, dopo una vita piena di sacrifici ma anche di peccati di usura, ha da parte parecchi milioni e nessun parente. I suoi soldi risolverebbero i tanti problemi di don Costanzo. Ma nel momento topico del suo trapasso, assistito da Santina (Laura Silvetti), badante ante litteram, spira senza rivelare al deluso parroco il nascondiglio dei soldi. E a nulla serve il serrato battibecco con la Coscienza (Stefano Cosimi).

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Don Costanzo

La scenetta, pur nella sua tragicità, risulta molto divertente, così come il siparietto finale nel quale due spettatori (Giordano Pierucci e Paola Cosimi) interloquiscono, tra la sorpresa del pubblico, tra loro e con don Costanzo che con parole semplici lancia ai presenti un messaggio di speranza: «…Ma sta sicuru che dietro ’na nuvola lu sòle sta a spettà». Come detto, il lavoro è godibile, divertente e di facile presa sullo spettatore che apprezza la totale mancanza di battute sconce e di volgarità. I dialoghi sono sempre garbati e ad alto ritmo pur nella loro leggerezza. L’autore ha espresso il suo compiacimento a tutto il cast per l’impegno profuso, per l’elevato livello delle performances individuali e per la precisa caratterizzane dei singoli personaggi. Profonda la sua emozione nel vedere di nuovo in scena, dopo quasi venti anni, una sua «creatura». Tutto merito degli interpreti, ma come non sottolineare il lavoro compiuto dal regista Diego Dezi? Grazie alla sua fermezza e alla sua esperienza, il lavoro è stato allestito in un tempo relativamente breve. Sue anche le scene realizzate con l’aiuto di Stefano Zagaglia che ha curato anche gli effetti di suono e luci. Azzeccati i costumi scelti da Maria Sincini e le musiche selezionate da Giuseppe R. Festa. Con questo lavoro, fortemente legato al territorio, la Compagnia Filarmonico-Drammatica si accinge ad affrontare la prossima stagione estiva.

Ndon-Don

‘Ndon Don



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