L’insidia del numero 13
per Carancini e Corvatta

Si consigliano scongiuri: l’acqua santa di Trapattoni per il sindaco di Macerata e la magìa di una zingara – purché non sia rom – per quello di Civitanova
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Giancarlo Liuti

di Giancarlo Liuti

Non bastavano i Maya, adesso ci si mette pure il 13, un numero che secondo certe credenze non porta bene, per cui il 2013 rischia di rivelarsi un anno poco propizio. Erano 13, infatti, i partecipanti all’ultima cena (il tredicesimo, figuriamoci, era quel tipaccio di Giuda ) e Gesù fu crocifisso il giorno dopo, che sembra fosse un 13. E la tradizione sconsiglia di mettersi a tavola in 13 (per evitare questa insidia il famoso chef Gianfranco Vissani impose a un suo cameriere di sedersi fra gli altolocati commensali di una cena di gala) e di affrontare un lungo viaggio in una comitiva di 13 amici. E negli Stati Uniti il tredicesimo piano dei grattacieli si usa chiamarlo 12B o 14. E nell’aprile del 1970 la missione spaziale dell’Apollo 13 fu lanciata verso la luna alle ore italiane 13,13 ed ebbe un’avaria che le impedì di allunare e la costrinse a un drammatico rientro alla base. E la paura del 13, che in certe persone può provocare perfino  attacchi di panico, entra nel campo delle malattie mentali col nome di “triscaidecafobia”.

Non tutti, però, la pensano così. Ad esempio il celebre matematico pisano Leonardo Fibonacci che sette secoli orsono elaborò un’affascinante successione di numeri interi, ognuno dei quali è la somma dei due precedenti , e attribuì al 13 una posizione – la sesta: 5 più 8 – da lui ritenuta di buon augurio. Oppure la geometria sacra, per la quale il grado angolare 13 prefigura l’eterna creazione della vita. Oppure la “Smorfia”, che ai giocatori del lotto cui capiti di sognare uno straordinario taumaturgo come Sant’Antonio da Padova suggerisce di puntare decisi sul 13. Fare 13, infine, è un modo di dire che, mutuato dal vecchio Totocalcio, indica il conseguimento di un ottimo risultato. Tirate le somme, il 13 è insomma un numero ambiguo, che pur non avendo la pessima fama del 17 va comunque preso con le molle.

Veniamo a noi. Che cosa dobbiamo aspettarci, noi maceratesi, dal 2013? C’è la crisi, d’accordo,  ma riguarda l’intero Occidente e possiamo farci ben poco. Ci sono le elezioni politiche, d’accordo, e chissà di che segno sarà il nuovo governo, ma anche questo non dipende da noi se non in modestissima parte. Così, fra il serio e il faceto, proverò a immaginare il futuro di due sole persone, sì, ma che ne rappresentano più di ottantamila, vale a dire i sindaci di Macerata e Civitanova. Come sarà il 2013 per Romano Carancini e Tommaso Claudio Corvatta? Fiducia nel 13 di Sant’Antonio da Padova o ricovero in clinica per “triscaidecafobia”?

Romano Carancini e Tommaso Claudio Corvatta

Romano Carancini e Tommaso Claudio Corvatta

Va detto subito che Corvatta ha chiuso in bellezza il 2012 cedendo per alcuni giorni la sua casa a una famiglia rom ridotta sul lastrico e composta anche da una donna gravemente malata e da una ragazza incinta. Purtroppo per lui, però, questo gesto, che in un clima di maggior civismo avrebbe dovuto meritargli una plebiscitaria ammirazione (non è mancato, infatti, il sostegno morale dell’arcivescovo Luigi Conti), gli si sta ritorcendo contro e minaccia di procurargli, sulla questione dei nomadi, un 2013 piuttosto problematico. Come mai? Perché una considerevole parte – maggioritaria, secondo un giornale – dei suoi concittadini l’ha accusato di eccessivo “buonismo” e, siccome la notizia ha avuto risonanza nazionale, gli ha attribuito la colpa di aver lanciato un messaggio in conseguenza del quale intere orde di rom, ora, potrebbero giungere a Civitanova provenienti da ogni parte d’Italia (“Grazie a tutta questa umanità del sindaco verso questi delinquenti – è stato scritto in uno dei tantissimi commenti  di gente comune, ma considerazioni analoghe sono state espresse anche da qualificati ambienti politici della destra xenofoba – ce li ritroveremo sempre più numerosi. Che ne sarà di noi e dei nostri figli?”). E’ ovviamente da escludere che un così apocalittico presagio possa avverarsi (centinaia, migliaia di rom, pensate, che si accalcherebbero davanti alla casa di Corvatta reclamando ospitalità!), ma  questa storia sta costando al sindaco un non facile debutto nel 2013 e annuncia, per lui, un cielo amministrativo coperto di nubi. Attenzione, dunque. Pratichi gli scongiuri del caso, magari affidandosi alle arti magiche di una zingara, purché non sia rom.

  Diversamente dal collega civitanovese, Romano Carancini non ha chiuso in bellezza il 2012, visto che un sondaggio del “Sole 24 Ore” gli ha appioppato un calo dell’1,5 nel consenso popolare e l’ha fatto scendere, per la prima volta, al di sotto del 50 per cento (49,5). E se questa è la tendenza, gli si apre un 2013 non propriamente favorevole. Anche perché, ben più della perdita della maggioranza nei sondaggi, potrebbe pesare la strisciante perdita – o quasi perdita – della maggioranza in consiglio comunale e nella sua stessa coalizione. Ma il 2013 è iniziato con un fatto nuovo: la sicura elezione a deputato del vicesindaco Irene Manzi , il che renderà necessario ricorrere a un rimpasto di giunta, quel rimpasto, cioè, che da lungo tempo, verifica dopo verifica, gli anticaranciniani continuano a pretendere. Anno propizio, insomma, non solo per la Manzi, cui auguriamo ogni bene, ma fors’anche per il sindaco in carica, al quale si presenta l’occasione di rimetter mano alla giunta senza sottostare a ricatti o dichiararsi sconfitto, ma facendolo in spirito di collaborazione col suo partito e il suo partito in spirito di collaborazione con lui. Impresa agevole? Mica tanto, considerata la ruggine che corrode ingranaggi più o meno personali. Pure a Carancini, quindi, converrebbe qualche scongiuro. Per esempio, lui che è stato un bravo calciatore, fare come Trapattoni e affidarsi all’ausilio spirituale di un’ampolla d’acqua santa prima che inizino le sue partite, ossia le sedute consiliari, dove c’è quell’instancabile Giuda (13, ancora il 13!) che presiede la commissione urbanistica.

  Da ultimo una piccola cosa. Tempo fa denunciammo che l’inopinato muro a chiusura della casa natale dell’illustre musicista maceratese Lino Liviabella, al numero civico 39 di via Santa Maria della Porta, era stato imbrattato da un ignoto graffitaro con un grosso sgorbio nero. Passi per il muro, che tuttavia potrebbe essere reso più decente con un modesto orpello o, meglio, con l’apposizione della lapide, ora di fianco, che alla memoria di Liviabella fu dedicata dall’Accademia dei Catenati. Ma la speranza che il 2013 iniziasse almeno con la cancellazione – la ripulitura- di quella mancanza di rispetto è andata delusa. Lo sgorbio c’è ancora. Piccola cosa, ripeto. E piccolo intervento: una mano di solvente, cinque minuti di olio di gomito. Niente. Domanda:  non c’è, in giunta, un assessore incaricato di occuparsi , come sta scritto nella sua delega ufficiale, anche delle “piccole cose”?



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