In ricordo di Walter Mauro

Sedicesima puntata della rubrica dedicata al mondo della scuola
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di Maria Luisa Lasca

Le narrazioni ospitate nel Grande Quaderno hanno seguito i cicli stagionali, collocandosi dentro il fluire del tempo. Ora  l’estate, la grande stagione per eccellenza, accoglie studenti e docenti. Che cosa scrivere nel Grande Quaderno: all’apparenza poco o nulla, i periodi di felicità sono le pagine bianche della storia, scriveva il filosofo Hegel nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia. Eppure di pagine da riempire ce ne sono, quelle dell’attesa e della speranza.

kafkaIl ragazzo promosso si aspetta un anno meno difficile per il futuro, avendo compreso come organizzarsi per superare i problemi della scuola. E quello che ha debiti formativi e studierà durante l’estate comprende che l’esperienza lo aiuterà a far meglio l’anno successivo. I docenti si interrogano fin da adesso sulle classi future e si augurano di averne rispondenti alle aspettative scolastiche, per poter realizzare tutti insieme i progetti educativi e didattici in cui credono. Il Grande Quaderno sta dalla parte dell’educazione, ne consegue il rispetto per professori e studenti e l’apprezzamento verso la comunità scolastica, in quanto educativa per definizione e funzione. Sarebbe bello che la scuola divenisse anche comunità narrante e ce ne sono già abbastanza di racconti. Ogni apprendimento sta nelle parole che esprimono un fatto storico, un esperimento e un ambiente. Si potrebbe invece narrare della scuola e in questa rubrica lo si è già fatto. Ma chi dovrebbe fare questi racconti, non solo i docenti, anche gli studenti. Si potrebbe partire dal racconto di sé, delle proprie esperienze, delle proprie emozioni. Altri ascoltano, altri raccontano differenti storie. Si ascolta, si è ascoltati, e si cresce. Vale per i giovanissimi e anche per gli adulti, vale per tutte le età, perché in ogni epoca della vita c’è bisogno di confronto, di narrarsi e di sentire storie altrui, per confermare chi siamo, e per adattarci un po’.

Oggi il Grande Quaderno una storia la può raccontare. Parte dall’attualità, va all’indietro,  proiettandosi  nel futuro. La cronaca: lo scorso 3 luglio, a Roma, ci ha lasciato Walter Mauro, critico letterario e musicale, soprattutto nel campo del jazz, scrittore e apprezzato saggista. Ha conosciuto i più grandi artisti e letterati italiani e europei del Novecento, ha scritto su di loro e li ha ricordati con garbo e leggerezza nell’ultima opera, quasi un’autobiografia, La letteratura è un cortile, Perrone, Roma 2008.  Ha scritto moltissimi saggi, in particolare su Dante Alighieri e romanzi, ha fatto l’insegnante di liceo e il musicista,conservando sempre un tratto distintivo tutto suo, la libertà nelle idee,  l’apertura a quelle dell’altro,  la genuinità nel comportamento. I  folti capelli bianchi, il sorriso fanciullesco e l’andatura dinoccolata lo caratterizzavano.  Nella giuria di importanti premi letterari e di saggistica, con piglio sempre originale, presentava, recensiva, spiegava, valorizzava  talenti letterari e critici. A fine maggio alla cerimonia del  Premio di saggistica Città delle Rose a Roseto degli Abruzzi, non c’era, già malato, eppure tutti si aspettavano di rivederlo, per la prossima presentazione. Il 13 dicembre 2000 Walter Mauro fece un dono a una istituzione scolastica maceratese: svolse una conferenza pomeridiana, di fronte a un  pubblico formato da docenti, genitori, esperti di letteratura, liberi cittadini, nell’ambito delle attività formative organizzate dal Centro Territoriale Permanente per l’educazione degli adulti. Fu un avvenimento: parlando di Letteratura e società nel Novecento si riferì al suo ultimo saggio, Il peso di Anchise ( Frassinelli, Torino 1997), riflessione sul rapporto tra padre e figlio nella letteratura e nella cultura occidentale. Ripropose le esemplificazioni fatte nel libro, storie di sei personaggi illustri, percorrendo il rapporto di amore-odio fra essi e il padre: Francesco d’Assisi e Pietro Bernardone, Torquato e Bernardo Tasso, Giacomo e Monaldo Leopardi, Gustave e Achille-Cléophas Flaubert, Franz e Hermann Kafka, James e John Joyce.

walter-mauroI presenti si commuovevano perché la storia di  Giacomo e del padre Monaldo la conoscevano, e anche quella di Francesco e Bernardone, per vicinanza geografica e affettiva, e qualcosa sapevano di quella terribile e dolorosa lettera, lunga sessanta pagine, mai spedita, indirizzata dal giovane Kafka nel 1919 al padre. E degli altri, Flaubert e il padre, Tasso e il padre, Joyce e il padre, vennero a sapere quella sera. Ognuno guardò dentro la propria famiglia. Tutti, giovani e adulti, si ricordarono della scena di Enea, che fugge da Troia in fiamme, con sulle spalle il peso del vecchio padre Anchise. Poi Enea si libererà del suo passato per fondare il futuro, per lui stabilito. L’arte ha invece liberato i personaggi del saggio di Walter Mauro dal peso delle conflittualità con il padre, l’arte si è fatta carico di rimettere ordine, a un altro livello.  Anche Freud sosteneva doversi l’individuo “liberare” del padre, per scegliere la propria autonomia. E in pedagogia, cosa dire? La lezione è quella tratta dalla pagina memorabile di Virgilio nel secondo libro dell’Eneide, dove lo stesso Enea racconta: prima di intraprendere il proprio percorso di autonomia, volto al futuro, bisogna ricordare il padre, cioè la storia. Walter Mauro quel pomeriggio, parlando di scrittori, della loro vita di relazione e della loro arte, senza voler insegnare, fece una lezione di pedagogia. Pedagogia narrativa, si direbbe oggi.



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