La buona politica
non sta nei sondaggi

Il convegno sulla “cultura per ripartire”, la visione del bene comune, gli “animal spirits” e lo Sferisterio
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di Giancarlo Liuti

La cultura per ripartire. E’ questo il titolo del convegno fra gli intellettuali marchigiani che si è tenuto all’Abbadia di Fiastra su iniziativa dell’assessorato regionale alla cultura. Ripartire da che cosa? Dalla situazione di stallo derivante dalla crisi. In che modo ripartire? Mettendo in campo le energie del sapere, dell’innovazione, della bellezza, della fantasia. Verso che cosa ripartire? Verso quel nuovo modello di sviluppo che ormai si delinea come il migliore, se non l’unico possibile, su scala mondiale. La strada non è facile. Ce la faranno, le Marche, a percorrerla? Solo se riusciranno a fare squadra, a mettere insieme le forze, a sacrificare i localismi, i campanilismi e le piccole rendite di posizione per affermare una realistica visione di bene comune. Quali sono le carte da mettere sul tavolo? Le Marche ne hanno moltissime, certamente più numerose, in proporzione, di qualsiasi altra regione italiana: università, centri storici, monumenti, biblioteche, musei, pinacoteche, archivi, teatri, accademie, conservatori, case editrici, scuole d’arte, scuole di design, musica classica, sinfonica, lirica e leggera, balletti, festival e, non ultima, l’armonia del paesaggio.

E’ una partita, questa, da giocare solo coi sogni? No, la Regione l’ha già iniziata nel concreto, perché, nonostante i duri sacrifici di bilancio imposti dai tagli dei contributi statali, ha mantenuto invariato – e, anzi, l’ha accresciuto rispetto al 2010 – il proprio stanziamento a favore dei soggetti che fanno cultura, perché ha dato vita al Consorzio dello Spettacolo al quale hanno aderito in massa – lo Sferisterio in prima fila – gli enti e le associazioni di questo non secondario settore culturale allo scopo di ridurre i costi di vari servizi, perché ha annunciato che d’ora in poi i finanziamenti regionali non saranno a pioggia ma terranno conto dell’effettiva qualità delle iniziative diffuse sul territorio, e perché si ripromette di sostenere la “green economy”, fermare il consumo dissennato del suolo, porre un freno al fotovoltaico, ricuperare le aree industriali dismesse, stimolare la sussidiarietà fra pubblico e privato. Il tutto in omaggio a un progetto di rilancio – ripartenza – che attribuisce anche alla cultura il ruolo di motore del progresso civile, sociale ed economico.

Ecco, mi sono detto, ciò che s’intende per buona politica. Discutibile, certo. E con esiti che saranno da verificare nei fatti. Però buona nel senso che non si riduce alla mera e opaca tutela di interessi contingenti – diciamo di casta – o alla ricerca immediata dal consenso elettorale, ma tende a realizzare un progetto di vasta portata generale. E ne ho tratto conferma dagli interventi di quel convegno. Tutti di alto livello, del presidente Gian Mario Spacca, dell’assessore regionale al bilancio e alla cultura Pietro Marcolini, di Giuseppe Roma, Francesco Adornato, Maria Luisa Polichetti e Luigi Sacco, moderatori dei quattro tavoli tematici su cultura e welfare, cultura ed economia, cultura e paesaggio, cultura e creatività. Non è vero, infatti, che la cultura non si mangia. Essa, al contrario, produce reddito, genera lavoro, previene gravi disagi sociali, ad esempio la solitudine degli anziani, favorisce forme di socializzazione, stimola l’imprenditorialità del settore manifatturiero – fondamentale nelle Marche – perché promuove l’estetica e l’etica del bello, l’innovazione, l’immaginazione. E il paesaggio? E’ identità, qualità della vita, coesione sociale, e la cultura insegna a rispettarlo, a gestirne le trasformazioni. E la creatività? Abbandonare il pessimismo sui giovani, credere invece nelle risorse umane delle nuove generazioni formatesi sulla cultura umanistica e al tempo stesso su quella tecnologica, non badare soltanto al fatturato, aprirsi a tutte le dimensioni, incoraggiare nuove forme d’impresa.

Un gran sapore di futuro, insomma. Bacchetta magica? Fuga in avanti? Vuoto miracolismo? No, questa strada – o, se si vuole, questa scommessa – è impervia e non garantisce un successo scontato, ma la Regione è decisa a percorrerla coi passi non da gigante che le sono consentiti dal proprio bilancio e soprattutto col sostegno fattivo degli amministratori locali, degli atenei, degli imprenditori, dei partiti, dei sindacati, dell’insieme dei cittadini.

Veniamo a noi. Pubblicando in esclusiva le cifre relative alle ultime sei stagioni liriche dello Sferisterio (leggi l’articolo), Cronache Maceratesi ha dato, dopo quella sulla Cittadella dello Sport, una prova ulteriore di ottimo giornalismo perché ha alzato il sipario su una realtà che le fonti ufficiali si ostinavano, chissà per quali code di paglia, a mantenere coperta. Da tali cifre risulta che dal 2006 al 2011 sono piovuti sullo Sferisterio circa venti milioni di contributi pubblici fra Ministero, Regione, Comune, Provincia, Fondazione Carima, Camera di Commercio e Banca Marche. Ma anche risulta che nonostante queste robuste iniezioni il passivo si è attestato su circa un milione di euro, soprattutto per i “buchi” – 390.000 e 360.000 – delle ultime due stagioni. Il discorso è complesso, perché bisognerebbe valutare anche le positive ricadute sul corpo sociale in termini occupazionali, commerciali, turistici e di prestigio a livello nazionale. Sta di fatto, comunque, che lo Sferisterio è in perdita. E, salvo rare eccezioni, lo è sempre stato. Come, se ci fermiamo a questo tipo di calcoli, lo sono l’Arena di Verona, la Scala di Milano e via via tutti i teatri lirici, stabili o di tradizione.

A questo punto diventa facile immaginare – ma ne abbiamo già avuto conferme – qual è l’opinione di gran parte dei cittadini maceratesi. Vero è che il contributo del Comune si è fermato a poco più di quattro milioni e se lo Sferisterio fosse rimasto chiuso i sedici milioni degli altri enti non ci sarebbero stati. Resta però che quei quattro milioni potevano servire per la realizzazione di opere pubbliche quali – l’elenco è nutrito – strade, parcheggi, piscine, impianti sportivi, interventi sul sociale. Basta, dunque, con lo Sferisterio, meglio spendere per cose più concrete e più utili. E la politica che ne pensa? Secondo Graziano Pambianchi, politico di primo pelo, essa dovrebbe accodarsi al diffondersi di questo mugugnante ma reale sentimento popolare, a questo “animal spirit” del principio trito e ritrito che la cultura non si mangia. E perplessità non mancano anche su altri versanti, personali, di gruppo, di partito.

Domanda: è  davvero buona politica quella che per inseguire gli umori istantanei della cosiddetta gente della strada abdica alla sua funzione – meglio, al suo imprescindibile dovere – di perseguire un disegno di bene comune che si ponga al di sopra delle contingenze, delle emergenze e delle reazioni d’impeto? Altra domanda: risponde davvero a un superiore senso di responsabilità verso i propri compiti una politica che si riduca a uno sbrigativo, opportunistico e ragionieristico confronto di costi fra ciò che significa lo Sferisterio e ciò che significa una pur necessaria piscina?

Bene. Secondo un recentissimo sondaggio della Demos, il 56,4 degli italiani è favorevole alle manifestazioni contro i provvedimenti del governo Monti e il 57,7 è favorevole ai provvedimenti del governo Monti. La ragione di una così clamorosa contraddizione sta nel fatto che a ogni singola domanda dei sondaggisti ogni singolo “sondaggiato” risponde sulla spinta delle proprie sensazioni del momento. Dopodiché vien fatta la somma di tutte le risposte a tutte le domande e se ne deducono gli umori, le tendenze, gli orientamenti dell’intera società. Ma in preda a quale schizofrenia versa un’opinione pubblica che, come abbiamo appena visto, si dichiara contraria e contemporaneamente a favore del governo in carica? E’ questo, in fondo, l’inganno che si cela nei sondaggi, e sta qui l’errore – o la demagogica astuzia, tipica del populismo – di ritenere che le decisioni politiche debbano dipendere dai sondaggi, i quali saranno pure utili per cogliere in tempo reale gli stati d’animo della cosiddetta gente della strada, ma a condizione che la politica non venga meno alla sua primaria funzione di mediare fra gli impulsi immediati, orientarli, guidarli, ricondurli a sintesi, elaborare e perseguire prospettive di più alto respiro. Perché, mi sia consentito un salto fra gli ovini, il gregge è qualcosa di molto più importante della semplice somma delle pecore che lo compongono. E se accade che in esse prevale l’istinto di disperdersi, può anche darsi che per un po’ vivano meglio, ma muore il gregge e alla fine muoiono pure loro. E’ per questo che il gregge ha bisogno di un pastore. Vale a dire, fuor di metafora, della supremazia della politica. Di quella politica che sappia sfidare anche l’impopolarità di scelte dettate da una superiore visione del presente e del futuro. Questa politica, ahinoi, non c’è. O ce n’è troppo poca. Ed ecco, extrema ratio, il governo dei tecnici. Che Dio ce la mandi buona.



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