di Roberto Scorcella
Una delle figure più importanti della Questura di Milano è un tolentinate. Silvano Gattari, 60 anni compiuti oggi (auguri!, n.d.r.), sostituto commissario, viene comunemente chiamato a Milano “L’eroe del 113” per aver combattuto la malavita e il terrorismo negli anni più bui della nostra Repubblica.
Nel 1994 gli è stata conferita l’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica” e nel 2005 è stato insignito dell’onorificenza di “Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica”. Nel 2002 gli viene concessa la medaglia d’oro per meriti di servizio e nel 2004 la Croce d’Argento per anzianità di servizio.
Silvano Gattari nasce a Tolentino nel 1951 da una famiglia tolentinate doc. Inizia a lavorare giovanissimo alla Nazareno Gabrielli, ma in realtà non vede l’ora di arrivare a compiere diciotto anni per indossare la divisa della Polizia. “Da ragazzino sognavo di entrare nella Polizia Stradale, perchè da noi si vedeva solo quella e pensavo che fosse l’unica Polizia. Sono partito contro il volere dei miei genitori: avevo un buon lavoro, non mi mancava nulla, ma avevo questo grandissimo desiderio che sono riuscito a realizzare completamente. Compiuti i diciotto anni sono andato alla scuola di Nettuno, poi a Caserta dove ho raggiunto la nomina di agente. Poi un generale vide in me delle doti di comando che io non conoscevo e mi inviò al corso di istruttore militare: un’esperienza breve ma fondamentale perchè mi ha insegnato a trattare con le persone, a valorizzarle, a non farle sentire dei numeri, a comprendere gli stati d’animo anche nei momenti difficili. Successivamente ho fatto il concorso da sottufficiale nel 1972: mi lasciai crescere i baffi per far credere che fossi più maturo. In quegli anni nasceva il 113, un numero che è entrato nel mio Dna per diciassette anni. È stata la mia vita, un lavoro nel quale ho creduto e credo ciecamente, nonostante ormai sono prossimo alla pensione. Anche oggi continuo a lavorare con la stessa intensità. Ho avuto soddisfazioni e dolori. Dopo neanche un anno che ero stato trasferito a Milano, in piazza della Vetra, Renato Vallanzasca e la sua banda trucidarono il mio compagno di camera e amico, un corregionale di Altidona, il vicebrigadiere Giovanni Ripani, per il quale avrei voluto che le istituzioni si ricordassero di più. Lui quel giorno era di pattuglia e fece un giro della piazza, quando vide alcune persone che si stavano allontanando. Sceso dalla Volante, si avvicinò ma uno di loro si girò improvvisamente e gli sparò. Nonostante fosse ferito, Ripani rispose al fuoco e uccise uno dei banditi. Gli altri, però, estrassero pistole e mitra e lo crivellarono di colpi. Io quel giorno ero di pattuglia in piazzale Loreto e attraverso la ricetrasmittente venni a sapere dell’agguato. Mi precipitai in piazza della Vetra, ma feci solo in tempo a vedere morire Giovanni che spirò fra le mie braccia. Lì mi sono sentito solo e questa è la mia ombra che mi porterò dietro per sempre”.
Dopo gli anni della malavita sono arrivati gli anni del terrorismo. Silvano Gattari è già diventato l’uomo di punta della Questura milanese. “Diciamo che io ero l’ufficiale di Polizia Giudiziaria che correva un po’ da tutte le parti. Sicuramente è stata un’esperienza professionale fantastica, ma mi ha dato anche delle grandissime noie. Le Brigate Rosse mi avevano preso di mira e io dovevo essere un loro obiettivo, ma non perchè fossi una persona importante. A quei tempi in ogni intervento arrivava il brigadiere Gattari con la sua squadra e per le Brigate Rosse farmi fuori non significava ammazzare una persona importante ma uccidere un simbolo, un lavoratore, una persona apprezzata nel suo lavoro. Dovevamo essere uccisi io e l’avvocato Prisco: ci scherzavamo sopra. Se ci ammazzano, dicevamo, fanno fuori un milanista e un interista, quindi non facciamo danno a nessuno. Si viveva male, posso garantirlo. Di notte arrivavano telefonate con sospiri, silenzi. Furono mesi terribili in cui mi resi conto che in qualsiasi momento avrei potuto essere vittima di un agguato”.
Che rapporti ha mantenuto con Tolentino in questi anni? “Diciamo che la cosa peggiore fu quando le istituzioni comunicarono a mio padre che io ero un obiettivo del terrorismo. Ogni volta che succedeva qualcosa la mia famiglia tremava. Erano tempi drammatici. La mattina quando uscivamo, ci salutavamo fra noi poliziotti non sapendo se ci saremmo più rivisti”.
Quali differenze ci sono fra la criminalità milanese e quella delle Marche? “E’ un paragone improponibile. Innanzitutto a Milano c’è un livello di immigrazione altissimo e un tasso delinquenziale enorme: scippi, rapine, omicidi. Anche fatte le debite proporzioni non c’è paragone. È una realtà completamente diversa. Premesso che non sono assolutamente razzista e che i miei migliori amici sono egiziani e stranieri, purtroppo fra gli immigrati ce ne sono alcuni per i quali la vita umana non ha alcun valore. Molto spesso ammazzano per poco”.
Ora, dopo 42 anni, è arrivato il momento del riposo. Come lo vivrà? “Non farò assolutamente il pensionato! Ho delle richieste dal mondo della sicurezza: io voglio continuare a vivere in questo mondo dove ho sempre vissuto e ho sempre amato. Ritengo di amare le istituzioni come se fossero mie. Oggi sono responsabile di un gruppo di 80-90 uomini della centrale operativa della Questura di Milano, di tutti gli uomini che sono in perlustrazione a Milano e quindi rispondo della città intera. Nonostante le responsabilità amo questo lavoro. Rifarei tutto quello che ho fatto fino ad oggi perchè è stata un’esperienza di vita fantastica. Sono stati 42 anni unici: gioia, lacrime, soddisfazioni, dolori. Ma sono stati e sono la mia vita”.
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complimenti a questo grande uomo!!!!!!!!!!!
Questa passione, questo “amore” per la divisa e per la “Tua” questura , questo tuo attaccamento alla “verità” dell’essere forza di polizia, tutto questo dovrebbe guidarti,secondo me, (ora che stai per congedarti da tutto ciò) verso un ruolo “sindacale”, portando la tua esperienza a vantaggio di tutti, all’interno del comparto sicurezza.
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Complimenti e grazie di aver dimostrato con la tua “vita da poliziotto”, che anche mestieri difficili, pericolosi, sottopagati, se sono mossi da “valori” fondamentali dell’essere umano, alla fine premiano con quel sorriso e quella serenità che traspare dal tuo volto.
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Grazie e in bocca al lupo per il futuro.