di Walter Cortella
La 43ª edizione del Festival Macerata Teatro ha preso il via proponendo al L. Rossi un classico della letteratura mondiale, il «Don Chisciotte» di Cervantes, messo in scena dalla Compagnia del GAD di Pistoia, per la regia di Franco Checchi. Siamo nella Spagna del ‘600. Don Alonso Quijano, nobile di campagna, è un appassionato lettore di romanzi cavallereschi e questa morbosa passione lo porta a estraniarsi dalla realtà per vivere in un fantastico mondo parallelo nel quale assume il ruolo di cavaliere errante, sempre in lotta per difendere i deboli e gli oppressi. Sceglie per sé un nome altisonante, don Chisciotte della Mancia e nelle sue peregrinazioni lo segue il fido servitore Sancio Panza, elevato per l’occasione al rango di scudiero. Inizia così il suo viaggio in terra di Spagna e nelle sue avventure si scontra con avversari immaginari: mulini a vento che ai suoi occhi appaiono come giganti dalle lunghe braccia rotanti, burattini che scambia per demoni e greggi di innocue pecore che diventano eserciti di nemici, il tutto frutto di una visione distorta della realtà e da ogni tenzone esce sempre sonoramente sconfitto e bastonato. Malgrado ciò, continua a battersi in nome di ideali ormai tramontati, dedicando le sue imprese ad una gentil donzella, tale Aldonza Lorenzo, una contadina vicina di casa, trasfigurata dalla sua fantasia in una nobildonna e ribattezzata Dulcinea del Toboso. La vasta opera di Cervantes, una delle più lette al mondo, poco si presta però ad essere rappresentata in teatro, per cui il regista Checchi ha pensato bene di proporne una particolare lettura estrapolando dalle pagine del romanzo solo i «quadri» più teatrali e per il finale si è ispirato all’omonima opera di Mihail Bulgakov, scritta sul finire degli anni ’30. Don Chisciotte, stanco e deluso, torna a casa dopo l’ennesima sconfitta ad opera del Cavaliere della Luna Bianca e nella serenità della sua dimora riprende a vedere la realtà con la dovuta obiettività. Il suo senso di libertà si spegne rapidamente, i suoi sogni tramontano e don Chisciotte muore, proprio come l’uomo che cessa di vivere nel momento in cui viene privato della libertà di azione e di pensiero.
L’allestimento di Checchi è risultato agile e gradevole, grazie ai repentini cambi di scena, all’alternanza delle situazioni, alla vivacità dei costumi e alla essenzialità della scenografia, creazioni del pittore Edoardo Salvi. Lo spettacolo, che si fonda sulla collaudata tecnica del teatro nel teatro, fa grande presa sul pubblico che segue il dipanarsi della vicenda con interesse e partecipazione, dall’inizio alla fine. Molto convincente l’interpretazione di Paolo Nesi: il suo don Chisciotte è umano e pacato, pur nella sua aberrazione mentale e fisicamente lontano dalla iconografia tradizionale. A suo agio il bravo Elvio Norcia nel ruolo di Sancio Panza, con la sua saggezza popolana che lo tiene sempre ben ancorato alla realtà. Accanto a loro si sono distinti Nicola Buti, che ha dato vita a vari personaggi molto ben caratterizzati, tra i quali spicca l’arguto barbiere Nicolò, e Rossella Fedi, nel ruolo della energica governante tutto fare di casa Quijano. Il regista Franco Checchi è sinonimo di garanzia: ogni sua partecipazione alla kermesse maceratese, con messe in scena raffinate e di notevole spessore artistico, ha sempre ottenuto lusinghieri consensi da parte del pubblico. E quest’anno non poteva certo smentirsi.
(Nelle foto di scena di Nicola Buti, don Chisciotte con Nicolò e con Sancio Panza)
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