Da Camerino la salvezza del Cesena?
Mister Micarelli a caccia dell’impresa

CALCIO - Il tecnico camerte è il secondo di Marco Giampaolo sulla panchina dei bianconeri in serie A. Storie, esperienze ed aneddoti nella vita quotidiana a contatto con i professionisti
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di Sara Santacchi

Disponibile, simpatico, riflessivo e gentilissimo. È questo il ritratto di Fabio Micarelli, allenatore in seconda del Cesena, squadra del campionato di calcio di Serie A, alla fine di un’intervista in cui ha raccontato senza problemi le sue passioni, le sue impressioni e i suoi ricordi sull’inarrivabile mondo del calcio e della massima serie. Lo abbiamo incontrato nella sua Camerino, dove è nato il 7 marzo 1965, nonostante il suo lavoro lo impegni in diverse parti d’Italia, «ma la cosa non mi pesa, sà tutte le scelte della mia vita le ho fatte per allenare», non dimentica mai le sue origini e il suo paese, in cui torna sempre volentieri. Prima ancora di iniziare afferma subito: «Io mi sento un privilegiato. Alla fine sono riuscito a fare proprio il lavoro che ho sempre desiderato e inseguito. Mi sono laureato in Scienze Politiche anche se avevo già in mente quale fosse il mio obiettivo. Certo, studiare è importante e avere una buona preparazione culturale l’ho sempre ritenuto fondamentale nella vita. Forse è per questo che non mi è pesato: ho sempre studiato per piacere. Poi, per il mio futuro, le decisioni che ho preso sono sempre state per riuscire ad allenare».

Micarelli, come ha iniziato il percorso che l’ha portata a livelli così alti?
«Io ho giocato pochissimo a calcio e questo è un grande ostacolo perché questo mondo è un hobby in cui si riversano molti ex giocatori. L’8 agosto 1988 può essere considerato l’inizio ufficiale della mia carriera. Ho cominciato come aiuto del mister del Camerino nel campionato di Promozione. Dopo dieci anni di calcio dilettantistico, in cui un’esperienza importantissima sono stati i cinque anni a Tolentino, ho avuto un colpo di fortuna nel 1999 quando dalla Civitanovese sono passato a fare il collaboratore della Fermana, allora in serie B. Per questo devo dire grazie al presidente Battaglioni che all’epoca era presidente di entrambe le squadre e mi ha permesso di fare questo triplo salto. Da quell’anno in poi ho lavorato sempre nel calcio professionista come vice-allenatore (di Ivo Iacani e di Marco Giampaolo)».

Dopo tanti anni da vice, si sente pronto a diventare il primo allenatore di un club?
«No. In primis perché dovrei praticamente ricominciare tutto da capo per questioni di patentino; e poi perché ci tengo alla salute. Quello è un ruolo pesante e pieno di pressioni che non è facile sopportare. Onestamente, non mi sono mai posto il problema perché ciò che faccio mi dà un’enorme soddisfazione. Ho modo di guardare il calcio dal punto di vista che mi piace senza però avere la carica di responsabilità e ansia che ha un allenatore ufficiale. Certo, ho delle responsabilità e mi bastano quelle. Dopo sette, otto anni di Serie A consecutivi, poi, va bene così. Non ho mai pensato di provare a cambiare la mia posizione perché questi anni sono stati totalmente appaganti, nonostante qualche esonero. L’importante è avere una grande professionalità ed essere validi. Questo fa in modo che Giampaolo (l’allenatore con cui lavoro) continui a essere cercato e molto stimato nell’ambiente».

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Ecco, a tal proposito, Giampaolo che persona è?
«L’allenatore che l’opinione pubblica percepisce è una visione distorta di quello che è in realtà. Ciò perché in Italia una partita non è mai solo una sfida per cui il tecnico è costretto a difendersi dal tritacarne giornalistico per non farsi strumentalizzare o creare assist a eventuali notizie su cui poi si ricama sopra. Marco (Giampaolo, ndr) è una persona seria, intelligente e rispettosa di chi lavora con e per lui. Poi è anche molto disponibile a divertirsi in determinati momenti. Con la squadra non è un allenatore che instaura legami con i giocatori, insomma la sua gestione non è da “cena una volta a settimana con il gruppo”, ma dimostra la sua stima a ogni singolo con il lavoro e il rispetto verso le esigenze di ognuno. Con i collaboratori è diverso. Basta considerare che ci vediamo più spesso che con le famiglie, quindi è fondamentale avere una grande serietà, rispetto e onestà per remare insieme nella stessa direzione. In alcune situazioni, ormai, basta mezzo sguardo, uno è già troppo per capire che cosa serve».

Come si reagisce dopo un esonero?
«Partiamo dal presupposto che un esonero è sempre e comunque un colpo al cuore. Detto questo, è giusto dire che fa parte del mestiere e riguarda tutti gli allenatori di tutte le categorie che tra poco inizierà a interessare anche i settori giovanili. Il 60% delle squadre sono coinvolte in esoneri il che matematicamente fa quasi pensare che sia più difficile arrivare a fine stagione che no. Gli allenatori sono l’anello debole della catena. Sono soli e si devono assumere responsabilità dei risultati diventando spesso i parafulmini di scelte del club ed è sempre la prima persona da dare in pasto ai tifosi, ai giornalisti che insinuano e ai giocatori che si lamentano. In questo quadro, l’allenatore è colui che al primo alito di vento salta per aria perché non ha ancoraggi».

Ascoli, Siena, Catania, Cagliari, Cesena…Qual è il club in cui si è trovato meglio?
«L’Ascoli, per i risultati raggiunti e affinità di territorio, era come stare a casa. Devo dire che a Cesena, in questo momento, mi trovo molto bene e mi auguro che possa ripetersi l’esperienza di Ascoli. È significativo che per la prima volta abbia deciso di spostare la mia famiglia e portarla con me».

Dopo tutti questi anni c’è un episodio o un aneddoto su qualche personaggio che ricorda in particolare?
«Un aneddoto che ricordo è legato a una partita contro l’Inter quando allenavo a Siena. Faccio un passo indietro. Avevamo un preparatore atletico che aveva lavorato nel Chelsea di Mourinho e aveva raccontato come lui sia attentissimo a mantenere un certo tipo di rapporto con tutti: dal presidente della squadra al giardiniere, così da crearsi una risposta positiva per lui su qualsiasi fronte. Ebbene, andiamo a San Siro e nel sottopassaggio mi passa davanti Mourinho e quando passa lui è come se fosse una superstar. Entra nello spogliatoio, dopo pochissimo ne esce e và subito dallo steward per salutarlo molto caldamente scusandosi per non averlo fatto prima. Ecco, lì ho ripensato a quello che mi aveva detto il preparatore atletico. Lui è bravissimo a curare questi tipi di rapporto che servono anche per il suo tornaconto personale».

Com’è il suo rapporto Mutu?
«Ho un ottimo rapporto con Adrian. È un ragazzo intelligente. Ha un bagaglio culturale importante, i suoi genitori sono professori, insomma è di buona famiglia. Ha le caratteristiche del campione con la “C” maiuscola. È il giocatore più forte che mi sia mai capitato in squadra, ha quel qualcosa in più. Si vede che ha giocato in squadre come Inter, Juve, Fiorentina, Chelsea. Insomma è un bravo ragazzo. Certo, ha le sue debolezze e i suoi sbalzi d’umore. Non se la tira, ma sicuramente ha la consapevolezza del campione. Comunque, con lui faccio discorsi che vanno anche oltre il calcio».

Quali sono le sue passioni?
«Il Barcellona e Springsteen. La prima nasce dall’ammirazione che ho per i catalani che va ben oltre il calcio. È una squadra portavoce di un sentimento di indipendenza, condivisibile o meno, che ha questo popolo. Era un club che fino a pochi mesi fa per 113 anni aveva resistito a mettere sponsor nella maglietta a eccezione dell’UNICEF che però, al contrario, era la società a pagare. Lo stadio dove la squadra giocava durante la dittatura franchista era l’unico posto in cui si poteva parlare catalano. Come riportano anche le divise, il Barcellona è “Mes que un club” (più di un club), «è l’esercito disarmato della Catalogna», come aveva detto Carreras. Sò a memoria l’inno della squadra, sono stato abbonato per un periodo a un quotidiano di Barcellona, ho anche imparato lo spagnolo per il Barca. La mia seconda passione, invece, nasce nel 1988 quando ho visto per la prima volta a Roma un concerto di Springsteen. C’è chi dice che il mondo è diviso in due: chi adora il boss e chi non lo ha mai sentito suonare dal vivo. Spero di riuscire a portarci i miei figli».

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Qual è il personaggio, che ha conosciuto, che ricorda più volentieri?(qualche secondo di riflessione)
«Non è facile perché ho conosciuto tante persone che a volte hanno deluso l’opinione che potevo avere. In tanti, tantissimi trattano il calcio come un affare finanziario più che come una passione. La persona che mi è rimasta più in mente e che ho conosciuto recentemente è Arrigo Sacchi. Lui mi dà dei grandi insegnamenti e vede il calcio come deve essere visto. È per la collettività e quel tipo di persona che dice due cose, ma le dice giuste. Ecco, spero di poter mettere accanto alla foto che ho con Zeman, quella con lui».

Forse oggi il calcio è visto poco come dovrebbe, ovvero un gioco?
«Diciamo che questo sport non deve essere vissuto dai ragazzini, dagli allenatori e dai genitori come il passaggio obbligatorio per diventare giocatori di serie A, ricchi e famosi. I settori giovanili non sono talent show dove diventare personaggi. Il calcio deve essere vissuto come un insegnamento per il ragazzino che deve essere rispettoso verso i compagni, chi lo allena e chi ha a disposizione.  Oggi vedo tanti genitori e allenatori riversare le loro ansie e le loro ambizioni verso questi piccoli giocatori che non sono, né devono essere, uno strumento per la carriera. Soltanto un’infinitesima parte riesce a giocare a calcio e una ancor più piccola parte di questa arriva in serie A, quindi deve rimanere prima di tutto un gioco. Lo sport ha una magia per cui sia il giocatore professionista che quello dilettante quando scendono in campo vivono la stessa emozione. Ecco, è questa la magia del calcio: è un linguaggio comune che riesce ad avvicinare tantissime persone e in cui ci si capisce tutti».

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Fabio Micarelli in compagnia del tecnico boemo Zeman



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