In vino la veritas
sull’enogastronomia di Macerata e dintorni

Non esiste un sistema di valorizzazione dei prodotti nè alcuna forma di tutela delle eccellenze e dei settori produttivi

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vinodi Carlo Cambi

Leggerete il servizio della nostra ottima Giulia Canuto su come è andata la vendemmia nel maceratese (leggi l’articolo). E fra un po’ ci occuperemo dell’olio extravergine e poi dei tartufi. Potete misurare a spanne la distanza che separa la fatica e la professionalità dei produttori dall’approssimazione che domina la gestione della promozione e della commercializzazione del nostro territorio e dei suoi prodotti. In questi giorni sulla stampa nazionale e sui telegiornali si parla molto dei punteggi delle Guide. Io non li considero, ma molti sì e comunque la critica nazionale ha assegnato alla Belisario, cantina benemerita in quel di Matelica, ampi riconoscimenti con il suo Verdicchio (in special modo con la Riserva Cambrugiano) . Egualmente Michele Biagiola, chef del ristorante Enoteca de Le Case, portato avanti con passione da Francesca Giosuè,  è considerato il terzo migliore cuoco delle Marche dietro due mostri sacri come Mauro Uliassi e Moreno Cedroni. E potrei dire che Iginia Carducci (Osteria dei Fiori) è stata la capitana della nazionale italiana dei cuochi che ha mietuto successi internazionali, che la buona Maria Cucculelli del Cacciatore di Muccia è tra le maestre di cucina del programma tivvù La Prova del Cuoco, che Rosaria Morganti dei Due Cigni di Montecosaro è considerata tra i critici una interprete sublime della cucina di territorio, che Matteo Quintili e Gian Paolo Lambertucci di Una Taverna per Loro (di Loro Piceno) sono tra i più raffinati cercatori di autenticità in cucina. E l’elenco sarebbe lunghissimo perché potrei mettere in conto i vini della Cantina Il Polenza, del Conte Aldo Brachetti Peretti, quelli di Giovanni Meschini, di Mauro Quacquarini, di Sergio Sgarbi, di Benedetta Lucangeli, dei D’Ottavi, della Capinera e di quasi tutti i produttori di Matelica dalla Monacesca a Cavalieri passando per Colle Stefano e Maraviglia. E ancora gli oli delle Gabrielloni o di Francesco Alfei, la Pasta di Aldo, le squisitezze di SiGi (Silvano Buccolini e la moglie Giuliana Papa) che sono il recupero dei frutti dimenticati, il cioccolato di Marangoni, i formaggi di Di Pietrantonio o di Angeli, i salumi di Monterotti, o di Cappa o dell’Antica Gastronomia. Un elenco nutritissimo che qui ho solo accennato. Perché dovrei dire del granturco quarantino, del fagiolo monachello, della mela rosa dei Sibillini, dei grani Sentore Cappelli. E’ un paniere di eccellenze straordinario legato alla terra, collegato alla percezione di qualità del nostro territorio. Tra queste eccellenze si devono ricordare l’Istituto Agrario di Macerata (con un’ eroica attività di selezione della razza marchigiana, tanto per dirne una) e l’Istituto Alberghiero di Cingoli. Ebbene entrambe queste scuole di eccellenza soffrono di indifferenza e di mancati sostegni finanziari.

Volete la verità? Dell’enogastronomia maceratese non frega niente a nessuno e dell’agricoltura ancora di meno. Altrimenti come si spiega che il Premio Nebbia sia tenuto al minimo del gas e che la povera Iginia Carducci, presidente della Federcuochi debba pietire ogni anno uno straccio di finanziamento? Come si spiega che il calendario degli eventi sia zeppo di sagre e sagrette o che si caccino centinaia di migliaia di euro in una manifestazione biennale che ha solo un vago sentore di agricolo e scimmiotta l’enogastronomia e pare un riservato dominio di un Ente Economico? Davvero si pensa che con la Raci e con Assaggi di Raci si faccia molta strada? E ancora come si spiega che in corso della Repubblica da anni si attenda l’apertura dell’Enoteca della Camera di Commercio che nessuno di preciso sa a che cosa debba servire? Macerata per la qualità dei suoi prodotti, per la solidità della sua agricoltura, per l’abilità dei suoi produttori e dei suoi cuochi meriterebbe un grande evento enogastronomico di portata internazionale capace di unire il valore del territorio al valore delle sue produzioni attraverso il filo rosso dell’identità e della tradizione. L’obiezione è sempre la solita: non ci sono i soldi. Basterebbe mettere a sistema i troppi finanziamenti a pioggia e i troppi sprechi. Ad aggravare la miopia di questo territorio c’è il dato che l’Università di Macerata ha formato in questi anni dei giovani preparatissimi che però non trovano lavoro e il fatto che a Macerata, ancora una volta nell’indifferenza dei più, ci sono competenze consolidate a livello nazionale in queste materie. Ma si lascia che i produttori fatichino in solitudine, che i ristoratori fronteggino la crisi con le proprie scarse risorse, che le competenze si applichino, con buoni risultati, ad altri territori e che i giovani vivano la loro delusione.  E’ davvero una miopia di sistema quella di cui soffre Macerata stretta tra burocrazie che ingessano gli enti, favoritismi che appiattiscono le differenze positive, assenza di fantasia progettuale e carenza di cultura antropologica legata all’enogastronomia. Macerata non si è data un sistema territoriale di valorizzazione del territorio,  non ha una Strada del Vino e dei Sapori (per la verità la Regione Marche è l’unica in Italia a non aver mai legiferato in merito), non ha una sua enoteca pubblica, è residuale nelle scelte dell’IMQ (è il consorzio di promozione regionale) e non dà nessun sostegno all’internazionalizzazione dei produttori che operano nell’enogastronomia, non ha né una politica per l’agricoltura e per la tutela attiva del paesaggio, né una azione per la promozione delle proprie eccellenze enogastronomiche e paesaggistiche, né una valorizzazione della formazione in questi settori adeguate alla qualità delle proprie produzioni. Ed è ben strano che questo accada nella città di Antonio Latini, di Antonio Nebbia, del Tirabasso. Ed è ben strano che accada in una città e in una provincia che ogni due per tre dice di voler fondare sul turismo un nuovo modello di sviluppo. Forse la crisi devastante che ci ha colpito e che richiede un ripensamento del nostro modello economico farà capre che i valori della terra, dei suoi prodotti sono i valori dai quali possiamo trarre nuovo sviluppo e nuova occupazione per i nostri giovani. Se solo Macerata volesse potrebbe mettersi alla testa di questo modello. Ne ha le caratteristiche, ne ha le abilità, ne ha le qualità. Ma evidentemente non ne ha la volontà. E allora poco conta che la vendemmia sia stata un’annata particolare.



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