Cadaveri eccellenti

IL GIALLO DELL'ESTATE
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crimini_e_misfatti

Mark B.Montgomery è uno scrittore inglese di gialli che ha casa nelle Marche e ha fantasticato questo ironico, impossibile ed incredibile plot per i lettori di Cronache Maceratesi. Pubblicheremo “Crimini e misfatti nel Granducato di Macerata” a puntate, bloccando i commenti, che saranno aperti solo alla fine del giallo.

***

Chapter one

Giulio Muti fu trovato morto dalla moglie. Che si era alzata di buon mattino per portare il cane, un mastino napoletano cui era stato dato il bizzarro nome di Ponvipò, con l’ultima o accentata, acronimo, in realtà, di “Ponte di Villa Potenza”, a fare una passeggiata sulla spiaggia di Civitanova, lasciando l’ex presidente della Provincia a dormire nel lettone matrimoniale. Era la prima domenica di agosto e la cittadina era animata da gruppetti di turisti tedeschi che, per ignoti motivi, erano tornati, dopo anni di latitanza, sulla riviera adriatica.

Muti giaceva supino sul letto. Non una ferita nè altro di visibile. Era, sia pure nel rigor mortis che avanzava, quasi elegante con quel suo pigiama con le righine celesti e bianche che facevano pendant con il colore degli occhi e quella barbetta birichina che gli incorniciava il viso magro ma volitivo. Solo un ghigno innaturale annunciava la tragedia. La donna, non si sa perchè, non fu presa da sgomento o da altro. Si limitò a telefonare dapprima al 118 denunciando l’emergenza gravissima che aveva in casa e poi ai suoi genitori, nell’entroterra piceno, per dir loro se potevano tenere il figliolo per tutto il giorno. Non aggiunse altro. Si lasciò cadere sulla poltrona della camera da letto e si sciolse, infine, in un pianto sommesso. <Povero Giulio, povero Giulio> ritmava mentre calde lacrime le rigavano le gote pallidissime. Arrivò la squadra del 118 che non potè che constatare il decesso. Medici e infermieri rimasero di stucco nel vedere morto stecchito uno dei leader politici cittadini e regionali. Il dottor Cellini si avvicinò alla signora per le condoglianze di rito. E aggiunse: <Probabilmente si tratta di un infarto ma lei capisce bene che dobbiamo portare il corpo del caro Giulio in ospedale per l’autopsia di rito>. <Certo, certo> rispose la donna che, lavorando in una Asl del circondario, di sanità un po’ ci capiva.

La signora Muti riguadagnò  mestamente la poltrona e rivide, come in un film, la moviola delle ore precedenti per cercare un segno, uno qualsiasi, che preludesse al malore mortale. Niente. La serata, anzi, era stata gradevolissima. Il balletto, su coreografia di Pina Bausch, era stato splendido e le centinaia di cittadini che vi avevano assistito avevano quasi fatto crollare, dagli applausi scroscianti, le leggere strutture di “Civitanova danza”. Per Giulio, poi, era stato un trionfo personale. Il vecchio leone era tornato al centro della scena politica. E aveva dovuto stringere decine e decine di mani, sperticandosi in sorrisi e saluti. I motivi di tanta contentezza c’erano tutti: le elezioni provinciali, quelle perse un anno prima, erano state annullate e tra un po’ si sarebbe dovuto rivotare. La vittoria, a Macerata, sia pure per una manciata di voti del candidato del centrosinistra, Romano Caraceni (e sia detta la verità: mai come in questo caso il nomen non corrispondeva all’omen, data la noncuranza nel vestire del primo cittadino, ma in questo c’era una linea di continuità con il vecchio sindaco ), era un buon viatico per riconquistare lo scranno di corso della Repubblica, sottraendolo di nuovo a quel Franco Galletti che, partendo dalla roccaforte di Treia, aveva umiliato Muti relegandolo, al momento, nelle palestre di un istituto tecnico di Fermo per le ore canoniche di ginnastica. Ma ora, pensava il vecchio Giulio, anche lui è un ex presidente. Si riparte alla pari.

Non solo: il professore di educazione fisica aveva una carta di riserva, le elezioni municipali di Civitanova da tenersi probabilmente lo stesso giorno delle provinciali. Il centrodestra, dicevano tutti gli osservatori, era alla frutta e dopo il governo Marinelli aveva perso la bussola. In ogni caso, Muti si sentiva tranquillo. “Tra un po’ clientes nuovi e antichi verranno a cercarmi di nuovo”, pensava con gioia e cattiveria messe assieme. Ma vogliamo mettere fare il sindaco di Civitanova con il presidente della Provincia di Macerata ora che, e pareva assodato,  i territori di Fermo e, udite udite, anche quelli di Ascoli Piceno stavano per essere inglobati e governati da corso della Repubblica? Anche Diego Della Valle, rimuginava Giulio Muti, doveva venire a Canossa. Altro che presidente. In ballo c’era un granducato. Molto più importante della Regione ormai in via di rottamazione. Del resto i grandi industriali, Montezemolo con la Frau, Guzzini con l’illuminazione, il proprietario della Tod’s e così via insistevano tutti nell’immenso, ricco e prestigioso territorio che Macerata si era ritrovato senza colpo ferire, grazie, pensate un po’, a quei mascalzoni, politicamente parlando s’intende, di Berlusconi e di Tremonti.

Accorpamento, accorpamento, questa era la nuova parola d’ordine per risparmiare: e Muti, per una volta, aveva benedetto il centrodestra.

* * *

Il corpo di Giulio Muti fu portato nell’ospedale di Macerata. A Civitanova non c’era posto dopo un terrificante incidente tra un pullman e un Tir avvenuto sull’autostrada. E per l’intero pomeriggio di quella prima domenica d’agosto tutti i politici rimasti in città si attrezzarono per rendere omaggio alla augusta salma.

* * *

Franco Galletti stava tornando a casa in compagnia della moglie e di alcuni amici. Era il pomeriggio tardo dello stesso giorno. A Treia, la notizia della morte di Giulio Muti s’era sparsa in un battibaleno e per rispetto fu sospesa e rinviata, a data da destinarsi, la storica disfida del bracciale. Anzi, i maggiorenti della cittadina della Lube, lo stesso Galletti, il segretario regionale dell’Udc, Antonio Pettinari, l’avvocato Corrado Speranza, il sindaco Santalucia, tanto per citarne alcuni, avevano deciso di recarsi a Macerata per dire una prece, all’obitorio, per il povero Muti.

Erano rimasti esterrefatti. Un infarto fulminante: così dicevano le  prime notizie che volavano per le vallate del Chienti e del Potenza. <Un infarto> ripeteva tra sè e sè l’ex presidente Galletti. <E pensare che Giulio era un salutista. Non fumava, non beveva, sì forse qualche peccatuccio d’altro tipo, ma di quello non ci è mai morto nessuno, a parte il presidente francese Fèlix Faure nel 1910>. Si stupì, l’ex presidente della Provincia, di un accostamento tanto colto e audace. E pensò: <Chissà chi me l’avrà detto, mah>. E continuò a rimasticare cattivi pensieri sulla caducità della vita.

Pettinari e gli altri si stringevano a Galletti e lo abbracciavano, quasi fosse un congiunto stretto di Muti e non, invece, il suo implacabile avversario. E’ vero, e la cosa non era passata inosservata, che i due amici-nemici s’erano viste varie volte dopo <les evenements>, gli avvenimenti, come avrebbero detto a Beirut durante la sanguinosa guerra civile. Gli avvenimenti, è presto detto, erano rappresentati dalla sentenza del Consiglio di Stato che aveva accolto il ricorso della Lam, i piccoli comuni della montagna consorziati in una sorta di lega contro Macerata ladrona, annullando il voto delle ultime elezioni provinciali, quelle dello scorso anno, ma, soprattutto, dal roboante annuncio del governo sulla “grande” provincia di Macerata. Fermo e Ascoli annullate in un attimo, che gusto. Ma da lì erano cominciati i problemi, problemi seri. Il Granducato di Macerata, infatti, faceva gola a molti e non solo tra le vallate dei due fiumi. Alcuni grandi esponenti romani che non avevano trovato posto nella compagine governativa nè nel ristretto gruppo dirigente del Pd scalpitavano con dichiarazioni sui giornali e programmi futuristici tronituanti. Sogni, solo sogni: ponti con l’Albania, aeroporto internazionale, gemellaggi con Dubai. Sullo sfondo si agitava anche l’immarcescibile Giulio Conti. Era stato deputato sia di Macerata che di Ascoli e chi meglio di lui poteva diventare il dux, il signore, il gauleiter di tutta la Marca meridionale? Ma, proprio nelle ultime ore, era passato con Fini e questo gli nuoceva. Stesso discorso per Mario Baldassarri, presidente della commissione Finanze del Senato, anche lui era andato ad ingrossare le truppe dell’ex presidente di An. E c’era sempre l’evergreen Sgarbi a smuovere le acque. Tra barocco e rinascimento stava di nuovo mettendo a soqquadro mezza provincia.

In più, ambienti interni al Pdl rimproveravano a Franco Galletti, che nel frattempo aveva riguadagnato il posticino di dipendente regionale, alcune cose. Non tanto la superficialità con la quale era stata condotta la vicenda Lam (nessuno, dicasi nessuno avrebbe mai potuto pensare che sarebbe finita in quel modo) quanto l’arroganza mostrata nella campagna elettorale di primavera e che era costata il posto di sindaco al giovane Fabio Pistacoppi. I maceratesi non gli avevano perdonato l’alzata di scudi contro la loro presunta codardìa e nel segreto dell’urna avevano preferito l’avversario, Caraceni, sia pure per un’incollatura. Poi c’era anche dell’altro: c’era davvero bisogno, in Provincia, di un ufficio del cerimoniale dove era stata chiamata una bella signora che aveva fatto anticamera in qualche ministero romano? Un Galletti con siffatte difficoltà non aveva trovato meglio da fare che stringere un singolare rapporto con Giulio Muti. Un rapporto, diciamo, psicoanalitico, quasi fosse una sindrome di Stoccolma. La vicenda del Granducato non doveva sfuggire loro di mano: ecco il pactum sceleris. Avrebbero combattuto trasversalmente in modo tale che i due candidati fossero loro e soltanto loro.

* * *

Franco Galletti si accasciò  improvvisamente davanti alla sua auto, in piazza della Repubblica. Divenne nero in volto e morì quasi all’istante. Il sole era scomparso dietro le colline mentre nella piazza di Treia il dolore impazzava. Un sogno tramontava. Senza Galletti, Treia non sarebbe più stata, era certo, il gioiello della provincia, quel piccolo borgo che grazie a Lube e mobilifici aveva contrastato la decadenza culturale di Macerata e la iattanza economica di Civitanova. No, non era più la Port Royal, sia detto senza ironia, delle Marche. Il merito di Franco Galletti era stato quello di interpretare alla perfezione le aspirazioni della valle del Potenza e di aver ribattuto colpo su colpo alle sparate di Giulio Muti, quand’era presidente della Provincia.

Ma ora il deus ex machina era morto.

Anche in questo caso arrivò il team del 118 e si ripetè la scena del mattino a Civitanova. Galletti fu portato all’obitorio, anche lui, di Macerata per l’autopsia di legge.

Adesso le due salme, vestite con i panni della festa, erano vicine, quasi si toccavano. Tutta Macerata si era  riversata all’ospedale, tra incredulità e orrore. A tarda notte l’obitorio chiuse.

Alle tre del mattino, l’ora del diavolo, una figura furtiva  sgattaiolò fuori.

Mark B.Montgomery

(1/continua)

 



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