La roverella, il gigante
delle colline maceratesi

Viaggio tra gli alberi della nostra provincia
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Grande roverella sopravvissuta alla costruzione di un palazzo, per buona volontà del progettista e del costruttore.

‘Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi di essi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi’

di Fulvio Ventrone

Con la citazione della profezia degli indiani d’America, che amavano vivere il rapporto con la natura in maniera simbiotica ed armonica, si inaugura la serie di schede botaniche con le quali si vuole contribuire a divulgare la conoscenza della flora arborea della nostra provincia, nonché gli indissolubili legami che ci uniscono ad essa.

Troppo spesso, soprattutto tra le giovani generazioni, si riscontra la mancata conoscenza del mondo naturale a noi circostante. Tale conoscenza era invece molto diffusa tra le generazioni passate ed era fondamentale per l’alimentazione, la medicina popolare e naturale, il lavoro (attrezzi), il tempo libero (strumenti musicali), le costruzioni ed i riti religiosi.

In questa collana, ogni specie verrà descritta ed indicata con il nome italiano ed il nome latino; quest’ultimo, a sua volta è costituito da due parti (nomenclatura binomia), di cui la prima indica il genere ed il secondo la specie vera e propria; a questi si aggiunge il nome dell’autore che ha classificato la pianta. Così, ad esempio, la ‘quercia’ o ‘cerqua’ in dialetto locale, roverella in italiano, è detta Quercus pubescens Willd. , di cui:

* il termine Quercus indica il genere, a cui appartengono molte specie di querce, come la già citata roverella, la rovere (Quercus petraea), la farnia (Quercus robur), il leccio (Quercus ilex), la sughera (Quercus suber), il cerro (Quercus cerris), etc.;
* il termine pubescens indica la specie, ossia la roverella vera e propria;
* il nome Willd. è il diminutivo di Carl Ludwig Willdenow (Berlino, 22 agosto 1765 – Berlino, 10 luglio 1812), botanico, farmacista e micologo tedesco che determinò la pianta, descrivendone le caratteristiche botaniche.

L’importanza dell’uso della nomenclatura scientifica, in lingua latina è fondamentale, poiché permette che in tutto il mondo ogni specie abbia un solo nome, al contrario dei nomi in lingua nazionale o, ancor peggio, dei nomi dialettali, molto numerosi. Ciò vale sia per il mondo vegetale, che per quello animale, incluso l’uomo moderno (Homo sapiens sapiens LINNEO.

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Foglie primaverili della roverella

Il paesaggio vegetale attuale

Segue una breve descrizione del paesaggio vegetale odierno, ricco di differenze climatiche e microclimatiche, che marcano anche profondamente il territorio e che caratterizzano una profonda varietà vegetale e, di conseguenza, anche animale: la cosiddetta biodiversità, che tutti noi dobbiamo proteggere e tutelare dagli scempi ambientali, per lasciare un patrimonio ambientale sano ai nostri figli.

La provincia di Macerata presenta forti discontinuità, dal punto di vista morfologico, climatico e pedologico, con conseguenti diversi aspetti vegetazionali. Partendo dalla costa, infatti, estremamente antropizzata, gli elementi naturali sono estremamente ridotti e relegati perlopiù ai bordi dei fiumi o fossi, così come nelle aree pianeggianti interne, ove l’agricoltura prima e l’urbanizzazione/industrializzazione poi, hanno consumato e consumano irreversibilmente grandi estensioni di territorio. Gli elementi naturalistici residui sono quasi esclusivamente formazioni ripariali a salici e pioppi.

Sui versanti collinari, anch’essi dominati dall’agricoltura, si rinvengono talvolta dei boschetti relitti a prevalenza di roverella, in particolar modo nei terreni impervi e non coltivabili. Tale situazione migliora, dal punto di vista naturalistico, man mano che ci si sposta verso l’entroterra, ove il rapporto boschi/aree agricole migliora a favore dei primi, per ragioni anche economiche e sociali, come l’abbandono dei campi. Il paesaggio, diviene pertanto più vario e diversificato. Nella zona basso-montana, invece, si riscontra una discreta naturalità, con le cime semipianeggianti interessate da grandi pascoli ed i ripidi versanti (non coltivabili), da boschi molto estesi a carpino nero, orniello e, più in alto, a faggio. Infine, nella zona alto-montana, si riscontra la più alta naturalità, essendo tali territori impervi e non antropizzabili. Sopra i 1.900 metri (limite degli alberi), si hanno i pascoli primari, mai intaccati in maniera pesante dall’uomo.

L’attuale paesaggio vegetale, non è però, sempre stato così, anzi. Fino all’epoca pre-romana, la provincia di Macerata, così come l’Europa intera, isole mediterranee incluse, era completamente ricoperta da fitte foreste,
ma poi, con il progredire della civiltà umana e con l’inizio delle primitive pratiche agricole, l’uomo passò dall’essere cacciatore-raccoglitore a ‘agricoltore’ e ‘allevatore’, con insediamenti non più nomadi, ma stabili. Si cominciò, allora, a ricavare spazio dalle foreste, anche tramite incendi, proprio per creare aree coltivabili e in cui allevare il bestiame.

In seguito il bosco assunse un ruolo fondamentale nelle comunità, per la produzione di legna da ardere (unica fonte di calore per i freddi inverni), carbone ed anche foraggio per il bestiame, sia direttamente (animali al pascolo nel bosco), che indirettamente tramite la raccolta di foglie e giovani rami di olmo, tiglio, acero.

Ad oggi, per fortuna, i boschi maceratesi stanno recuperando terreno, dopo il massimo sfruttamento avuto nello scorso secolo.
Ciò è fondamentale per la lotta all’effetto serra, essendo gli alberi dei veri e propri serbatoi per l’anidride carbonica in eccesso.

Il calo demografico nelle aree montane, l’attrattiva delle aree urbane e la diminuzione degli allevamenti ovini e caprini, hanno consentito alla vegetazione arbustiva prima ed arborea poi, di riprendersi molte aree.

In conclusione, perciò, i boschi maceratesi di oggi sono il risultato di circa 8.000 anni di attività umana e sono relegati perlopiù nelle aree più impervie del territorio. Purtroppo, va registrata la quasi scomparsa dei ‘grandi alberi’, plurisecolari o millenari che un tempo abbondavano ovunque. Qualcuno di questi è ancora oggi visitabile, come il faggio (Fagus sylvatica L.) di Macchiatonda presso la pintura di Bolognola, che misura più di 5 m di circonferenza e dall’età presunta di circa 300 anni, oppure la roverella di Treia, di circa 450 anni e 6,5 metri di circonferenza.

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SCHEDE BOTANICHE

La prima pianta che viene descritta nelle schede della collana, è proprio la roverella, il gigante che accompagna il paesaggio collinare maceratese.

Nome italiano: Roverella

Nome scientifico: Quercus pubescens Willd.

Descrizione e localizzazione:

La roverella, comunemente definita ‘cerqua’, nel dialetto locale, è la più diffusa specie di quercia nel nostro territorio. La sua presenza va dalle basse colline, prospicienti la costa adriatica, alle pendici dei monti Sibillini, fino ad un’altezza anche superiore ai 1.000 metri, nelle esposizioni più favorevoli. Albero che può arrivare a 35-40 metri di altezza, con defogliazione tardiva (conserva le foglie secche per tutto l’inverno), ha il frutto (ghianda) protetto dalla cupola sino a metà. Fiorisce in aprile-maggio ed è diffusa in gran parte dell’Europa centrale e meridionale, sino alla Crimea, Caucaso ed Asia minore.

Le roverelle possono essere ammirate sotto 2 forme diverse: la prima, costituita da esemplari arborei, (di cui alcuni plurisecolari come la sopra citata roverella di Treia, o quella di Sforzacosta), disposti in filari come confini di proprietà, o come esemplari isolati che resistono strenuamente alle aggressive pratiche agricole in vigore dal dopoguerra in poi. La seconda, invece, come aggregazioni di individui, quindi boschi più o meno maturi, che occupano esposizioni prevalentemente soleggiate su versanti collinari. L’areale di distribuzione della roverella, purtroppo, è oramai estremamente ridotto, a causa dell’agricoltura e dell’urbanizzazione/industrializzazione.

Usi e tradizioni:

La roverella ha legno duro, simile a quello della Rovere (Quercus petraea (Mattuschka) Liebl.), ma con fibre meno dritte, per cui di lavorazione più difficile. In passato veniva usata per la realizzazione di traversine ferroviarie, botti, travature in genere e costruzioni navali. Oggi è uno dei tipi di legno dal più alto potere calorifico, usati come legna da ardere e come carbone per forni a legna.

Altro prodotto delle querce in generale e della roverella in particolare, è la ‘galla’, un’escrescenza provocata dalla puntura di un insetto e contenente sostanze zuccherine utili nella concia delle pelli, nella tintura, nella produzione di inchiostro ed anche in medicina per le proprietà astringenti.

Le ghiande venivano raccolte per darle in pasto ai maiali, usanza oggi quasi scomparsa.

Leggende

Le querce ospitavano non una ninfa, come gli altri alberi, ma due. Le driadi e le amadriadi. Le prime (da dryas, quercia sacra), potevano abbandonare l’albero; ecco perché era proibito abbattere una quercia prima che i sacerdoti le avessero allontanate. Le seconde (da hàma, insieme, ossia unite all’albero), invece morivano con l’abbattimento, ma dato che l’albero era considerato millenario, esse erano immaginate quasi immortali.

Il poeta francese Ronsard malediceva i tagliaboschi in questo modo:

Ascolta, boscaiolo, ferma il braccio:

legno solo non è quello che abbatti,

non vedi il sangue sgorgare dalle Ninfe

che vivono nei tronchi dalla dura scorza.

Sacrilego assassino, se s’impicca un ladro

per un bottino di scarso valore

quanto più tu meriti, o malvagio,

e ferro e fuoco e morte e patimenti.

A Roma racconta Tito Livio che dopo una vittoria contro i sabini, Romolo salì sul Campidoglio portando le armi del capo nemico ucciso, le depose ai piedi di una grande quercia molto venerata e tracciò l’area del primo tempio di Roma dedicato a Giove, divinità della quercia, della pioggia e del fulmine. Ai suoi rami venivano appesi i trofei conquistati al nemico.

La quercia era anche l’emblema della sovranità, difatti una corona di foglie veniva raffigurata sulle insegne dei re, per indicare che essi erano i rappresentanti sulla terra del dio della quercia.

Ovidio, nelle ‘Metamorfosi’, dopo che la ninfa Dafne fu trasformata in un lauro, le predice: ‘Sarai fedele custode davanti alle porte imperiali … e la quercia mirerai che è nel mezzo ’.

Le corone civiche, infine, erano intrecci di foglie di quercia, come emblemi del valore di un vero cittadino, onorato dell’aver salvato la vita di un concittadino o ucciso un nemico. Tra i privilegi dell’aver meritato questa corona, vi erano: esser rispettati da tutti, sedersi vicino ai senatori negli spettacoli e…. insieme al padre ed al nonno, essere esenti dalle tasse…

Caratteristiche alimentari

Nei periodi di crisi alimentare le ghiande venivano usate come alimento, sia cotte che sotto forma di farina, ma il sapore pare sia decisamente sgradevole. Il pane di ghianda si preparava mescolando la farina delle stesse con un tipo di argilla, secondo una tecnica usata dai romani per la preparazione dell’alica, una sorta di pane di grano duro. Le ghiande, si diceva avessero proprietà afrodisiache, come d’altronde si desume anche dal latino glans-glandis, che indica sia il frutto della quercia, che il pene.



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