Tolentino città dai due volti,
Giombetti: «Il turismo non comincia
davanti alla porta di San Nicola»
L'INTERVENTO - Dai graffiti di vicolo Storto agli escrementi di piccioni passando per il degrado di piazzetta Cavour. Punti che secondo l'ex assessore sono zone di degrado: «Da una parte c'è la città delle cartoline, dall'altra quella che si incontra camminando»

Vicolo Storto
di Francesca Marsili
«Da una parte la città delle cartoline, dall’altra quella che si incontra camminando». È su questo contrasto che Flavia Giombetti, ex assessore alla ricostruzione di Tolentino, costruisce la sua riflessione sullo stato del decoro urbano, accompagnata da una serie di fotografie che, spiega: «non vogliono negare la bellezza della città ma semplicemente allargare l’inquadratura».

Via Albo Damiani
Giombetti parte dalla bellezza ritrovata. Il Cappellone di San Nicola, restituito alla città dopo dieci anni; la chiesa di San Francesco, che ha riaperto le sue porte; San Catervo, che a giorni tornerà fruibile. «Ci sono fotografie di Tolentino che fanno venire voglia di esserci – dice – questa è una Tolentino che merita di essere raccontata». Ma accanto a questa immagine, evidenzia l’ex assessore, ne esiste un’altra, quella che non compare nelle locandine né nelle foto delle inaugurazioni. «Basta uscire dal percorso più bello, guardare ciò che circonda i monumenti, per trovare erbacce, sporcizia, muri imbrattati, strade e marciapiedi dissestati, edifici ancora segnati dal terremoto e spazi pubblici trascurati. Angoli che restituiscono un senso di disordine in contrasto con l’immagine che si vuole dare della città».

Da qui la sua domanda: «Quale delle due Tolentino si vuole mostrare a chi arriva da fuori? Il turismo non comincia davanti alla porta di San Nicola, ma dalla strada che percorri, dal marciapiede che attraversi, dalla piazza in cui parcheggi, dalla facciata che incontri».
Tra le immagini che accompagnano la sua riflessione ci sono quelle di via Albo Damiani, in pieno centro storico. In alto, le eleganti cornici in cotto decorato, sotto, un’intera facciata ricoperta di graffiti: tag e scritte a spray in rosso, azzurro, nero e verde, sovrapposte l’una all’altra lungo tutta la parete. Poco cambia in via Filippo Corridoni: qui sono le serrandine abbassate delle finestre a piano terra dell’ex stabile delle Pie Venerini a essere diventate superfici da riempire, una dopo l’altra.

Via Albo Damiani
«Il caso forse più emblematico è quello delle aiuole di piazza Cavour – dice – un intervento completato con i fondi del Pnrr. Le panchine in ferro e i vialetti in pietra ci sono, ma basta guardare gli spazi intorno: terra nuda e secca coperta di foglie, ciuffi di piante ingialliti, erbacce, tubi lasciati scoperti. Accanto alla base di un palo spunta una guaina corrugata, e lungo il cordolo l’asfalto è crepato e rattoppato. Un’opera nuova, dunque, che a poco tempo dalla conclusione mostra già i segni della mancata manutenzione: la prova più concreta che restituire uno spazio alla città non basta, se poi nessuno se ne prende cura».

Le aiuole di piazze Cavour
E poi c’è quello che si vede abbassando gli occhi, prosegue Giombetti: «In tutto il centro storico strade e vicoli sono costellati di escrementi di piccioni: si accumulano soprattutto lungo la base dei muri e negli angoli, ricoprendo le pietre fino a formare vere e proprie chiazze scure, tra piume e foglie secche. In alcuni punti il guano arriva fino ai gradini dei portoni. Non è solo una questione di decoro – evidenzia -. È il biglietto da visita che accoglie residenti e visitatori a ogni passo, proprio lungo le vie che portano ai monumenti appena restituiti alla città».

Ci sono poi i vicoli, con quelle strade che, per usare le parole di Giombetti, «gridano aiuto». «Tra le mura in mattoni il fondo stradale è un mosaico di asfalto e cemento solcato da crepe che si allargano a ragnatela, segnato da rattoppi stesi uno sull’altro attorno ai tombini. «In alcuni punti l’asfalto si è sgretolato del tutto, lasciando affiorare i vecchi ciottoli sottostanti, mentre lungo i bordi, ai piedi dei muri, la superficie si sbriciola».

Vicolo del Monastero
È il caso di Traversa della Croce: «di nome e di fatto – sottolinea – qui, come in altri vicoli in condizioni altrettanto pietose, non si può nemmeno dare la colpa ai mezzi pesanti della ricostruzione: per le loro dimensioni, in quelle strade non riescono neppure a passare. È il fondo su cui si cammina ogni giorno, a pochi metri dalle vie principali: proprio quel percorso che dovrebbe accompagnare verso la bellezza della città e che invece finisce per raccontarne l’abbandono».

Traversa della Croce
Nel mirino finisce anche la comunicazione istituzionale. Secondo l’ex assessore: «Si è arrivati al paradosso per cui una buca sistemata, un tombino ripulito o un piccolo intervento di manutenzione diventano occasione per annunciare che qualcosa è stato fatto. E va bene – dice – ma allora viene spontaneo chiedersi: se una buca merita un comunicato, il degrado che rimane tutto intorno non merita almeno un intervento?». Per Giombetti, recuperare la bellezza significa prendersi cura non solo di ciò che sta dentro un monumento, ma anche di ciò che gli sta intorno. «Una città non dovrebbe aver bisogno del buon samaritano di turno per essere tenuta in ordine. E nemmeno la cura dell’ordinario dovrebbe sembrare un’impresa straordinaria».

Sampietrini disconnessi

Via Filippo Corridoni – scritte

Via Filippo Corridoni

Via Laura Zampeschi

Via dei Vasari

Via Luara Zampeschi

Porta Adriana

Largo Fidi – sampietrini sconnessi

Tubo scoperto nell’aiuola di piazza Cavour