Un girotondo per abbracciare
la chiesa delle Vergini (Foto/Video)

MACERATA - Il vescovo Nazzareno Marconi: «E' una fabbrica di speranza e ne abbiamo bisogno un po’ tutti». Il parroco don Pietro: «Questo Santuario non è solo un edificio. È memoria viva»

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L’abbraccio alla chiesa delle Vergini

L’abbraccio dei suoi parrocchiani al Santuario di Santa Maria delle Vergini. Un momento simbolico durante il quale circa duecento maceratesi si sono stretti questa sera attorno alla chiesa chiusa dal terremoto dal 2016. Silenzioso ma al tempo stesso corale, il gesto è avvenuto nell’ambito dei festeggiamenti per la Santa Maria delle Vergini.

Insieme, tra la gente, i rappresentanti della Soprintendenza delle Marche e nazionale, numerose autorità civili e militari che non sono volute mancare. Con loro il parroco don Pietro Micheletti e il vescovo Nazzareno Marconi, i quali si sono uniti ai parrocchiani dopo la celebrazione dei riti religiosi della messa e la processione. Presenti anche il sindaco di Macerata Sandro Parcaroli, i candidati Gianluca Tittarelli e Marco Sigona.

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Marco Sigona e Gianluca Tittarelli

«Per quanto sia complesso cercare di fare qualcosa per facilitare ed accelerare il restauro della nostra chiesa, io sono qui con tutta la nostra Diocesi disponibili a collaborare, e non solo da oggi – ha detto nell’omelia il vescovo –, subito dopo il terremoto ci fu chi scrisse che le chiese non erano urgenti: prima le case, le fabbriche, le scuole e gli ospedali. Non contesto questo, sono d’accordo, ma vorrei ricordare come la chiesa sia una scuola: di cultura, di arte e di armonia. La chiesa è un ospedale, che cura le divisioni e gli odi, annunciando la fraternità e la pace. Per tutto questo, la chiesa è una fabbrica di speranza e ne abbiamo bisogno un po’ tutti, oggi più che mai».

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Dello stesso avviso il parroco don Pietro: «Oggi siamo qui per ricordare che il martedì di Pasqua del 1548, in questo luogo, la Beata Vergine Maria apparve ad una bambina, Bernardina Di Bonino, accendendo una luce per la città di Macerata – ha spiegato –, dieci anni fa la terra ha tremato: quelle scosse hanno ferito le pietre, ma non hanno spezzato la nostra fede. Da allora celebriamo sotto un tendone. E lo abbiamo fatto con dignità, con pazienza, restando uniti nonostante i vari disagi. Ma un popolo senza casa non può restare provvisorio per sempre. Questo Santuario non è solo un edificio. È memoria viva».

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Obiettivo dello stesso sacerdote e degli organizzatori non è stato quello di «alzare la voce o fare rumore», ma ricevere una risposta dalle autorità competenti, che conforti le speranze di tutti: «Una chiesa chiusa è un dolore silenzioso – ha aggiunto il parroco –, siamo qui perché crediamo che restaurare non significhi soltanto ricostruire muri, ma restituire alla comunità parrocchiale un luogo dignitoso per pregare, e a tutta la cittadinanza un patrimonio artistico e storico di grande rilievo».

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Durante l’evento si sono alternati diversi momenti animati dai parrocchiani: la formazione di un grande numero “10” per rappresentare gli anni di attesa, la deposizione di dieci mattoni (auspicio di una imminente ricostruzione), la lettura di un testo collettivo che ha ricordato il motivo dell’essersi riuniti e una preghiera condivisa che ha concluso la serata.

Particolarmente significativa anche la presenza delle “cornici vuote”, a ricordare le opere d’arte custodite all’interno del Santuario e oggi non visibili. Non poteva mancare l’immagine del coccodrillo, a simboleggiare il desiderio del famoso animale impagliato di ritornare nella “sua casa”.

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«Quello di oggi non è stato semplice un evento, ma un gesto di comunità – hanno ribadito e sottolineato i membri del comitato organizzatore –, un gesto semplice, pacifico, ma impossibile da ignorare. Dopo dieci anni, abbiamo voluto dire con forza e con rispetto che siamo ancora qui».

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Per i parrocchiani il Santuario questo luogo è parte integrante e fondante della loro comunità: «Non chiediamo scorciatoie, non facciamo polemiche – hanno tenuto a chiarire – ma chiediamo un passo concreto verso il futuro. Restaurare questo luogo significa restituire uno spazio di fede, ma anche un patrimonio storico e artistico che appartiene a tutti. Continueremo a lavorare con spirito costruttivo, insieme alle istituzioni, perché questa porta possa finalmente riaprirsi».

(foto di Fabio Falcioni)

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