
Gianni Ciccarelli
di Monia Orazi
Affittare casa a Civitanova costa il 31 percento in più rispetto a Macerata. Lo indicano le quotazioni dell’osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate: il canone medio è di 7,56 euro al metro quadro sulla costa contro i 5,75 del capoluogo. Porto Recanati raggiunge 7,89 euro, il valore più alto della provincia. Nell’entroterra i prezzi scendono drasticamente: Tolentino 3,69 euro al metro quadro, Camerino 3,43, Castelraimondo 2,82.
Per Gianni Ciccarelli, segretario provinciale del Sunia Cgil di Macerata, il mercato immobiliare sta ridisegnando gli equilibri del territorio: «Civitanova non può avere canoni come se fosse Capri. Eppure i dati dicono che ci stiamo avvicinando, almeno per gli standard marchigiani. E il trend non si inverte da solo».
Il divario tra costa ed entroterra rischia di aumentare. «L’entroterra paga meno della metà della costa. E questo divario crescerà ancora – dice Ciccarelli -. Non è un’emergenza, ma non è un conforto. Il costo crescente degli affitti spinge le famiglie più deboli fuori dalle città. La media non racconta questo». A Macerata il mercato immobiliare è ormai legato soprattutto alla presenza universitaria.
«Negli ultimi due anni nel perimetro della cinta muraria non è stato stipulato un solo contratto a lungo termine. Né un 4 più 4, né un concordato. Solo affitti brevi agli studenti» continua Ciccarelli. Una trasformazione che, secondo il sindacato degli inquilini, rischia di cambiare definitivamente la funzione del centro storico. «L’università è diventata la più grande industria di Macerata – prosegue Ciccarelli -, ma un centro storico con questa destinazione è destinato alla lunga a un binario morto».
Le politiche pubbliche non hanno invertito questa tendenza. Ciccarelli critica l’utilizzo dei fondi destinati alla riqualificazione urbana: «I fondi Pnrr e Pinqua sono stati usati quasi tutti per riqualificare spazi pubblici: piazze, belvederi, sottopassi. Interventi utili, per carità, ma i contenitori vengono riqualificati e restano vuoti». Secondo il Sunia altre regioni hanno utilizzato queste risorse in modo diverso.
«Molti comuni toscani e umbri hanno finalizzato quei fondi esclusivamente per interventi dentro le mura storiche e hanno invertito la tendenza allo svuotamento. Macerata ha perso quella finestra» prosegue Ciccarelli. Il nodo principale resta la carenza di edilizia pubblica. «Quegli appartamenti non sono nuovi. Sono rotazioni sul patrimonio esistente. Il patrimonio comunale è rimasto lo stesso da vent’anni: cinquanta-sessanta appartamenti in tutto. Il Comune di Ancona ne ha novecento». Una situazione che produce un paradosso: «Abbiamo costruito case pubbliche che inseguono il mercato invece di calmierarlo» dice il segretario del Sunia.
Tra le possibili soluzioni, secondo Ciccarelli, ci sono anche interventi fiscali. «Il Comune può intervenire sull’Imu per incentivare i proprietari a locare a famiglie invece che a studenti o per brevi periodi».
Ma il problema abitativo si intreccia con dinamiche demografiche più ampie. Lo spopolamento dell’entroterra, infatti, ha radici lontane. «Già dopo il terremoto del 1997 sollevai il problema – dice Ciccarelli -. Se molti comuni si fossero fusi avrebbero avuto più forza contrattuale e successivamente più contributi. Non mi ascoltò nessuno -. In tutta Italia si sono fusi 433 comuni su ottomila. Nella nostra provincia due. Il campanilismo ha un costo altissimo, ma lo pagano i cittadini, non i sindaci». Ciccarelli ricorda anche un episodio emblematico. Accanto allo spopolamento pesa anche la trasformazione del sistema universitario: «Il problema oggi non è solo il terremoto o il Covid. È il boom delle università online. Se lo studente può fare i corsi da casa non frequenta, non affitta, non vive in città. Le conseguenze sul mercato immobiliare e sull’economia urbana sono già visibili».
Il fenomeno incide anche sulle scelte degli studenti: «Non è una statistica stupida. Dice molto su come funziona un ateneo e su quanto riesce a trattenere i propri studenti fino alla laurea. Lo studente paga meno, prende il treno e arriva all’università. È una scelta razionale. Dovrebbe far riflettere» dice Ciccarelli.
Alla fine però il nodo resta quello delle opportunità di lavoro: «Chi sceglie ingegneria o medicina lo sa già quando si iscrive: il lavoro lo troverà altrove. La scelta della facoltà è già una scelta di vita. Non è colpa dell’università: è colpa di un territorio che non offre sbocchi adeguati – dice ancora Ciccarelli. Perdiamo montagna, perdiamo capoluogo, guadagniamo costa. Ma la costa sta cedendo sotto un peso che non è attrezzata a reggere. E nessuno sembra accorgersene».
Profondamente vero
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