«In Etiopia ero un italiano,
a Roma un fascista:
ma qui ho ritrovato la mia Addis»

STORIA - Salvatore Ricotta, una vita tra l'Agenzia delle Entrate di Macerata e il basket, è nato e cresciuto nel Paese africano che fu colonia italiana. «Hailé Selassie volle una capitale cosmopolita, io giocavo e studiavo con coetanei di ogni parte del mondo. Ma quando, dopo la rivoluzione del 1975, fui costretto a venire in Italia, ci insultavano. A Roma non riuscivo a stare, ma a Tolentino ho trovato il mio posto. E le montagne mi ricordano quelle della mia città d'origine»

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Salvatore Ricotta

di Maria Cristina Pasquali

Ci sono persone fra di noi con un passato singolare, con una vita che pochissimi hanno vissuto. E che nessuno immaginerebbe. Persone che hanno sempre custodito questo passato. Per tanto tempo non sembrava opportuno parlarne. È il caso di Salvatore Ricotta, geometra, residente a Tolentino, impiegato dell’Agenzia delle Entrate ora in pensione, che ha finalmente voluto raccontare il suo singolare passato che è anche un pezzo della storia d’ Italia meno conosciuta.

Molto noto e stimato a Tolentino anche per il suo impegno nel sociale e per essere da 30 anni il direttore sportivo della locale società di basket, ha seguito  generazioni di  ragazzi dai 4 anni in su «con l’ intento di formare uomini veri», dice lui.

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I genitori di Salvatore ad Addis Abeba

Ci racconti della sua famiglia di origine.

Mio padre Giovanni, nato nel 1912, ebbe una vita difficile e di grandi sacrifici. Nacque ad Aliminusa nel palermitano, ma rimase orfano a 5 anni. Presto andò a lavorare come operaio in una officina dove imparò le basi della meccanica. Imparò anche a suonare il clarinetto, che fù per lui, una fortuna. Prese la patente con orgoglio. Richiamato per Il servizio di leva nell’esercito,  fu mandato in Tripolitania, allora colonia italiana, come autista e intrattenitore dell’aviazione: la sera suonava nei palcoscenici dei cinema.  Finita la leva di 5 anni a Tripoli, partì per l’Etiopia terra dove c’era lavoro in abbondanza. Prima fu camionista di una ditta, poi venne richiamato alle armi. Quando entrarono gli inglesi fu fatto prigioniero, ma con il suo “savoir faire” divenne cuoco per gli ufficiali inglesi.

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La famiglia Ricotta con il piccolo Salvatore a destra

Cosa successe quando gli inglesi se ne andarono dall’ Etiopia?

Quando gli inglesi se ne andarono, nel 1943, l’imperatore Hailè Sellasie volle che almeno alcuni  italiani rimanessero nel paese. Anzi  poi ne incoraggiò perfino il ritorno. Aveva capito che erano grandi lavoratori e potevano insegnare i mestieri agli etiopi. La vita del camionista era durissima, viaggiavano tante ore, a volte per oltrepassare i guadi dei fiumi bisognava costruire ponti con tronchi d’albero.

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Come erano visti gli italiani in Etiopia?

Gli italiani non erano malvisti nonostante avessero commesso qualche massacro nel tentativo di colonizzare il paese. Avevano costruito una rete stradale di più di 4mila chilometri impegnando più di 200mila lavoratori italiani e 100mila locali, eretto ponti, realizzato gallerie, acquedotti  25 ospedali, uffici postali, alberghi insomma molte infrastrutture atte a far sviluppare il paese. Mio padre era amico di un altro siciliano, Giuseppe Di Maria, camionista del posto. Tramite lui conobbe mia madre, sorella di zio Giuseppe, e la portò ad Asmara, dove sono nato io. Subito dopo ci trasferimmo ad Addis Abeba dove siamo vissuti fino a che una rivoluzione militare prese il potere deponendo il Negus Haile Selassie nel 1975.

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Il Negus Haile Selassie con J.F. Kennedy

Come era la scuola italiana di Addis? Qual era la sua vita coi compagni?

La nostra scuola era mista con ragazzi e ragazze italiani ed etiopi. A scuola fino al cancello si parlava in italiano, appena fuori, amarico (etiope) o inglese. Quando ero a casa sin da piccolo giocavo con bambini del quartiere che erano di tutte le razze e religioni, non c’ erano confini, eravamo tutti uguali. Spesso andavamo a casa degli etiopi senza alcun pregiudizio. Le macchinette o le biglie erano i nostri giochi preferiti e se qualcuno non le aveva, condivideva con noi. Passavamo ore ed ore concentrati e insieme spensierati prendendo la mira su quei mucchi di palline di vetro multicolore dai disegni fantasmagorici. Mi ricordo anche che la domenica, sul viale principale, passava in limousine il Negus Hailè Sellasie e se vedeva ragazzini che lo aspettavano, si fermava e allungava qualche caramella o del pane che noi accettavamo volentieri anche se non ne avevamo bisogno. Gli eravamo grati perché era un uomo meraviglioso, si ricordava di tutti e se gli parlavamo in amarico lo rendevamo felice.

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Il giovane Salvatore Ricotta sulla sinistra

Altri ricordi d’Africa?

I miei ricordi d’Africa mi rendono orgoglioso e  grato di essere nato e cresciuto lì senza  pregiudizi. Da adolescente frequentavo amici francesi, tedeschi, americani e tante altre razze e religioni. D’estate mio padre mi portava con il suo camion ad Assab, il porto eritreo sul mar Rosso. Ero sempre felice di partire, mi piaceva quell’odore di nafta e di avventura. E il viaggio durava tre giorni. Passavamo per posti meravigliosi, la piana del sale in pratica una depressione dove prima stava il mare, la straordinaria e leggendaria Dancalia. Finalmente si arrivava ad Assab e lì stavo quasi tutta l’estate lì all’hotel Desideri, il cui nome era già tutto un programma. In quel caldo a volte insopportabile, ma il mare era meraviglioso e con gli amici locali ci buttavamo sulla spiaggia  e in acqua a raccogliere coralli e conchiglie. La natura in Africa era grandiosa e indimenticabile sia in savana che nei parchi e poi anche sugli altopiani e al mare. Però anche in città ci si divertiva molto e si incontrava tanta bella gente. La capitale d’Etiopia era diventata cosmopolita perché il Negus ne aveva fatto anche una vivace sede dell’Onu (Nazioni unite africane) a partire dagli anni Sessanta. Per questo era piena di stranieri. Mi sono diplomato alla scuola italiana come geometra, perché ad Addis c’erano all’epoca solo ragioneria e geometri, i licei erano ad Asmara.

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La cucina etiope

Che lavoro faceva dopo il diploma?

Ad Addis c’erano diversi costruttori italiani molto quotati. Appena diplomato ho lavorato presso cantieri locali, costruito case, capannoni e poi strade fino a Gimma, lontano da Addis, nel pieno della rivoluzione. Molti studenti etiopi venivano mandati dal Derg (Giunta militare) in posti lontani ad insegnare inglese e il libro di Mao, senza medicine, senza niente . Ricordo che io compravo le medicine anche per loro, non potendo vedere miei coetanei morire per la malaria o altro, senza che nessuno muovesse un dito o si preoccupasse di loro

Che successe nel 1974/75 in Etiopia?

Nel 1975 le cose non andavano bene in Etiopia, il governo capeggiato dal generale Menghistu Haile Mariam, stava incamminandosi verso una dittatura rossa e aveva ormai passato tutti gli oppositori per le armi. Avremmo dovuto prendere la cittadinanza etiope  per sopravvivere. Ma noi volevamo restare italiani C’era un odio strisciante verso noi e se non eravamo d’accordo con  il  governo erano guai; pertanto, la nostra scelta ineluttabile fu quella di tornare in Italia . Visto che ero ormai adulto, la mia famiglia decise che io dovevo partire e tornare alla mia terra di origine. A 21 anni ero arrabbiato. Vedevo il paese dove ero nato e che avevo amato senza futuro. Non lo volevo perdere, ma non ci fu nulla da fare.

In che modo siete rientrati?

Eravamo in tanti, prima in centinaia e poi migliaia, i profughi che rientravano in aereo con il cuore a pezzi per il dispiacere. Quando arrivammo in Italia ci sembrava che finalmente tutto questo dolore fosse finito, invece all’aeroporto ci aspettava una sorpresa: gente che ci urlava contro con bandiere rosse urlando: “fascisti, via. Tornate da dove siete venuti». Non riesco neanche a raccontare come mi sentivo male, ferito, tradito. Ma allora noi non eravamo italiani? Era il 1975, non bastava che mi avessero già tolto tutto? Ora anche la dignità? Tutto ciò che ci era rimasto stava in 20 chili di una valigia di cartone e questi  ignoranti ci insultavano pure , chi li aveva mandati?

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Addis Abeba

Cosa successe poi?

Appena mi ripresi da quell’impatto tremendo, un giorno a Roma alla stazione Termini mentre aspettavo un treno comprai un giornale a caso senza pensare. I giornali erano politicizzati, non potevi leggerne uno senza che qualcuno ti venisse a picchiare. Meno male che eravamo in democrazia. Reagii male quella volta  non tollerando che qualcuno mi dicesse cosa dovevo leggere o no ed essendo esperto di arti marziali mi difesi. Non mi piaceva per niente quella Italia. Comunque  trovai un posto alla Fao, ma mi aveva traumatizzato Roma, una città che non mi riconosceva e mi aveva contestato ingiustamente. Con l’aiuto di amici di Addis Abeba trovai un lavoro come geometra nelle Marche nella compagnia che realizzava il tratto di superstrada Caccamo-Belforte, ma dopo due anni decisi di andare in Nigeria con la ditta per cui lavoravo. La Nigeria, però, non era come la mia Etiopia, era tutto un altro pianeta così decisi di tornare nelle Marche e cambiare lavoro  Nel mentre avevo conosciuto mia moglie e la prospettiva di vita era cambiata. Improvvisamente le Marche mi piacevano, le montagne mi ricordavano Addis. Trovai lavoro in una pelletteria come capo operaio, un anno dopo andai a lavorare in una ditta di costruzione di case, poi feci anche il rappresentante e nel frattempo mi capitò un concorso statale ed entrai all’Agenzia delle Entrate di Macerata, dove sono rimasto a fare il geometra fino alla pensione.

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Dove ha vissuto con la sua famiglia?

Da sposato ho vissuto praticamente sempre a Tolentino con mia moglie e i miei due figli. In un posto così tranquillo nessuno avrebbe potuto immaginare la mia precedente vita e le mie disavventure ed io avrei trovato pace. Con molti miei compaesani cari amici di Addis Abeba sparsi per tutta Italia e anche all’estero abbiamo fondato nel tempo un sito web per mantenere facilmente i contatti e insieme abbiamo preso l’abitudine di ritrovarci di tanto in tanto per ricordare il  passato speciale e indimenticabile della nostra gioventù.

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Salvatore Ricotta con la moglie

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