
Il rettore John McCourt
In un Paese dove l’economia sommersa legata all’evasione fiscale supera i 170 miliardi di euro l’anno e la corruzione continua a frenare lo sviluppo del sistema produttivo, minando la fiducia nelle istituzioni, è sempre più necessario individuare strumenti efficaci per contrastare questi fenomeni e promuovere la cultura della legalità.
È questo l’obiettivo di “Tec – Tax Evasion and Corruption: theoretical models and empirical studies. A quantitative-based approach for the Italian case”, il progetto di ricerca sviluppato dal Dipartimento di economia e diritto dell’Università degli Studi di Macerata, insieme alle università di Catania e di Urbino.

Elisabetta Michetti, coordinatrice del progetto
Lo studio è finanziato dal ministero dell’Università e della ricerca nell’ambito del bando Prin 2022 (Progetti di rilevante interesse nazionale). I risultati, che saranno raccolti in un volume pubblicato dalla casa editrice Springer, sono stati illustrati dalla coordinatrice Elisabetta Michetti durante un convegno che si è tenuto a Unimc.
L’incontro, molto partecipato, ha riunito esponenti di rilievo del mondo istituzionale, universitario e associativo.
«Evasione fiscale e corruzione non producono soltanto un mancato gettito per le casse pubbliche, ma generano effetti più ampi: compromettono la concorrenza tra imprese e l’equilibrio del sistema contributivo e colpiscono anche i diritti di chi lavora in condizioni irregolari», spiega Michetti.
In Italia, l’evasione sui redditi da lavoro autonomo rappresenta circa il 67% del totale. Inoltre, negli ultimi anni, strumenti come la fatturazione elettronica e la diffusione dei pagamenti digitali hanno contribuito a ridurre l’evasione dell’Iva, anche se il loro utilizzo resta inferiore rispetto ad altre nazioni europee.
Nel nostro Paese, infatti, si continua a fare ampio ricorso al contante, una condizione che può favorire i pagamenti in nero. Anche sul fronte della corruzione il quadro resta critico: secondo il Corruption Perceptions Index 2021, l’Italia si colloca al 17° posto su 27 Paesi dell’Unione Europea. In questo contesto assume particolare rilievo anche il tema dei controlli, che secondo un recente studio rappresentano un nodo delicato: le micro e piccole imprese hanno infatti solo il 3% di probabilità di essere sottoposte a verifiche, contro il 14% delle medie e il 32% delle grandi. Una differenza che può alimentare quella che i ricercatori definiscono una “trappola dimensionale” spingendo alcune realtà a non investire nella crescita per non farsi intercettare. Una criticità che risulta particolarmente significativa in regioni come le Marche, dove il tessuto produttivo è composto prevalentemente da aziende di piccole dimensioni.

A partire da queste evidenze, Tec ha individuato diverse strategie di contrasto, sottolineando l’importanza di controlli più mirati e di soluzioni poco invasive ma efficaci. Tra questi rientrano le “nudging letters”, avvisi capaci di incentivare l’adempimento, e metodologie statistiche innovative come la Legge di Benford applicata ai bilanci aziendali per individuare possibili anomalie contabili. «Accanto agli strumenti tecnici – aggiunge Michetti – resta decisiva anche la dimensione culturale: evadere significa spesso dimenticare che lo Stato siamo tutti noi e che le conseguenze ricadono sulle generazioni future. Per questo rafforzare il senso civico e la fiducia nei servizi pubblici è essenziale per promuovere, nel medio-lungo periodo, comportamenti più orientati alla legalità e alla responsabilità collettiva».

Al convegno, oltre al rettore di Unimc John McCourt e alla direttrice del Dipartimento di economia e diritto Elena Cedrola, sono intervenuti Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate, Maria Teresa Monteduro, direttrice della Direzione studi e ricerche economico-fiscali del Ministero dell’economia e delle finanze, Fabrizio Sbicca, dirigente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Gustavo Piga dell’Università di Tor Vergata e Paolo Liberati dell’Università Roma Tre. Presenti anche numerosi stakeholders del territorio: l’associazione Libera, l’Ordine dei dottori commercialisti, Cgil e Guardia di finanza. A moderare i lavori è stata Emma Galli, direttrice del Dipartimento di scienze sociali ed economiche della Sapienza Università di Roma.

Una piccola impresa si rege se fà qualche cosa in nero altrimenti chiude. E chi lavora per essa rimane disoccupato. Mentre le grandi imprese, percepiscono contributi statali se si trovano in difficoltà. E i loro capitali sono tutti all'estero.
Le grosse aziende fanno il saldo e stralcio con riduzioni altissime perché hanno liquidità e possono pagare flotte di avvocati. Le piccole imprese non possono farlo perché non hanno lo stesso potere di liquidità e difficilmente si possono permettere un avvocato
Sarà il norvegese? Ah no, italiano!! Cit.
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Tocca leggere pure l’accorato elogio della piccola impresa evaditrice. Sinceramente credevo di aver letto tutto e invece…
Deve essere una bella soddisfazione evadere le tasse che servirebbero ad ingrassare tutti i parassiti che ci lucrano sopra. Solo che diventa paradosso quando ci si ingrassa anche l’ermafrodito governativo che dice di non pagarle.