Prof deve andare in pensione
ma chiede d’insegnare ancora:
«La scuola è la mia famiglia»

CIVITANOVA - Respinto il ricorso contro il decreto di pensionamento del preside. Cosimo Franco Manni, trasferito in Lombardia: «Chiedo di smettere a 70 anni»

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Cosimo Franco Manni

di Maurizio Verdenelli

Si fa presto a dire pensione. E se mettiamo, un insegnante nel pieno del vigore dei suoi 65 anni o 67, con il massimo dei contributi, non ci volesse andare? Non è per nulla possibile, l’uscita dal lavoro è senza alternativa alcuna. Un obbligo per legge non riscontrabile tra i 28 Paesi Occidentali le cui normative sul modello anglofono lasciano spazio alla eventuale volontarietà dell’impegno aldilà della pensione acquisita. Soltanto in Italia per la scuola non s’applica peraltro la norma ora presente nel bilancio 2025 dello Stato in riferimento alla possibilità di proseguire il lavoro dopo i termini previsti dell’età.

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«Non sono un mostro, ma pur rendendomi conto di rappresentare l’1% del totale, ho almeno io l’autenticità di dirlo. Siamo di fronte ad una legge del 1957 ormai obsoleta. E’ un dettato che impone la quiescenza esclusivamente per una questione d’età: testualmente per “vecchiaia”. Una codificazione da mandare in soffitta visti i progressi della Geriatria e il finis vitae spostato intorno agli 80 anni. E’ chiaro poi che tutti sono liberi da voler uscire dal lavoro al momento della cosiddetta età pensionabile: 62 anni. Ma questa è un’altra storia, forse un’altra battaglia.

In ogni caso se l’Inps vorrà sopravvivere dovrà togliere questo paletto dell’obbligatorietà della pensione per limiti d’età. E sarebbe proprio il caso, aggiungo, di non disperdere un grande patrimonio di professionalità e d’esperienza: quello degli insegnanti a favore dei giovani, degli studenti». È un fiume in piena il professor Cosimo Franco Manni, civitanovese nato nel 1959 trapiantato in Lombardia dal 1986 ordinario di Storia e Filosofia al liceo scientifico Leonardo a Brescia. Al quale, il 15 ottobre scorso il decreto del dirigente scolastico ha imposto la fine dell’attività didattica dal primo settembre prossimo in coincidenza appunto della pensione di “vecchiaia”.

Contro questo decreto nulla da fare: inutile è risultato l’8 novembre la richiesta di revoca pur prontamente inoltrata per autotutela dal docente: «Una forte amarezza perchè allo stato attuale delle cose non potrò portare alla maturità una classe quarta che bene mi sta seguendo» dice Manni.

Il docente si è visto nella camera di consiglio dell’8 gennaio scorso respingere anche dalla sezione staccata di Brescia del Tar della Lombardia, presidente Mauro Padroni, il successivo ricorso contro il decreto del preside presentato il 15 dicembre. «Un ricorso dichiarato inammissibile non già sul merito – sottolinea il docente – ma per difetto giurisdizionale dello stesso giudice amministrativo trattandosi di materia di lavoro. Quindi di competenza del Gal al tribunale civile di Brescia. Al quale, tramite l’avvocato Cristiano Pellegrini Quarantotti, Manni è già ricorso. Si attende la sentenza entro breve: forse già a febbraio. Sarà un giudicato molto importante per la scuola italiana e la classe dei docenti che all’insegnamento hanno dedicato la vita».

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E poi ancora: «La scuola è la mia famiglia» dice il docente che ha scelto la vita di single e che ama Aristotele prediligendo fra tutte la lettura dell’Etica Nicomachea. Con un riferimento: il principio della saggezza si attua attraverso il sillogismo pratico via mediana tra il target alto e virtuoso e i mezzi per raggiungerlo. Ci sarà una via aristotelica per i docenti che amano i loro studenti inesperti della vita e non intendono abbandonare al suono della campanella della vecchiaia pensionistica?

«Per me chiedo di spostare la pensione di 3 anni, a quando avrò 70 anni» ha detto Manni. Che medita (chissà?) il buen retiro proprio nella sua Civitanova dove la sua famiglia è molto conosciuta e stimata. Giuseppe Manni, il padre, da Modena si trasferì nelle Marche per dirigere l’azienda civitanovese Cecchetti. «Cui lui sempre si riferiva come Sgi (Società gestioni industriali) specializzata in carri ferroviari e timonerie idrauliche. A quei tempi la Sgi contava 500 dipendenti. Eravamo 7 figli, di questi solo Alvise (scrittore, insegnante al liceo classico di Civitanova ndr) è rimasto a Civitanova».

Che ricordi? «Tantissimi. Adolescenza e giovinezza in città, la laurea alla Normale di Pisa, poi il concorso e la cattedra in centri della provincia bresciana e nel capoluogo. A Civitanova torno ogni estate. Quindici anni fa con i miei 19 compagni delle scuole elementari alla Castellara (maestro l’indimenticabile ex sindaco Antonio Bertoni) ho costituito una reunion permanente con appuntamento fisso annuale. So tuttavia che questi miei carissimi ex compagni si vedono a tavola tutt’assieme anche più spesso, che nostalgia».

 



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