Dalla guerra al dramma del sisma,
Dina spegne 100 candeline
«Vorrei vedere la mia casa ricostruita»

SAN GINESIO - Angela Agostini, neo centenaria, racconta la sua vita con la lucidità e la grinta di una ragazzina. «Quando sono andata via dalla mia abitazione dopo il terremoto l'ho baciata. L'avevo costruita con le mie mani insieme a mio marito. Il consiglio per i giovani? Non perdete mai di vista l'obiettivo»

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Angela Agostini alla festa per i 100 anni

di Giulia Sancricca

Cento anni, i ricordi di una vita lasciati nella casa terremotata che aveva costruito con le sue mani insieme a suo marito e la voglia di ritornare in quella terra ferita ma forte e tenace come lei. La storia di Angela Agostini, per tutti Dina, è la storia di chi oggi spegne cento candeline con la lucidità e lo spirito di una ragazzina, ma con l’esperienza di chi ne ha vissute tante e a ripensarci il cuore arriva in gola e gli occhi si fanno lucidi. La storia di Dina è anche quella di tanti terremotati che aspettano di rientrare nella loro casa distrutta dal sisma (ora la nonnina vive a Macerata con la sua famiglia, ndr), ma nel frattempo non si scoraggiano e lasciano che la vita illumini le loro giornate con gli affetti più cari sempre al fianco. Dina si racconta mentre è in collegamento su Zoom insieme alla nipote Chiara Marangoni: «Guarda nonna, la giornalista è sullo schermo», le dice, e subito Dina saluta con la mano. Poi si guarda al monitor ed esclama: «Mamma mia, quanto mi sono invecchiata. Per fortuna non mi specchio mai».

Ed è facile capire che il vezzo dello specchio non è adatto a chi nella sua vita ha fatto della concretezza la stella polare. Chi ha vissuto la guerra e ha faticato per portare a casa da mangiare sa che le cose importanti sono altre, e che per quelle bisogna lottare sempre e fino in fondo.

Allora Dina torna indietro con i ricordi e gli aneddoti, partendo proprio dal principio: «Sono nata a Montalto di Cessapalombo quando mio padre era in America – dice -. A iscrivermi all’Anagrafe del Comune andò mio nonno Angelo, il padre di mia madre. Doveva chiamarmi Dina, ma di fronte all’addetto del Comune il suo orgoglio prevalse e mi diede il suo nome: Angela. Ma poi tutti mi hanno sempre chiamato Dina».

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Dina nella sua vecchia casa mentre prepara un dolce

A cinque anni il trasferimento con la sua famiglia da Cessapalombo a San Ginesio e quel grande desiderio di studiare che purtroppo non era compatibile con le difficoltà economiche dell’epoca: «Ho studiato fino alla quinta elementare – confida – avrei voluto proseguire, ma la mia famiglia non poteva permettersi di mandare a scuola tre figlie. Però nella mia vita posso dire di essere stata anche un’insegnante».

Ah sì? E come? Sorride la nipote che conosce la storia: «In terza elementare – dice Dina con grande soddisfazione – ho dato ripetizioni a un mio compagno di classe che era stato rimandato a ottobre e grazie alle mie lezioni poté continuare gli studi superando l’esame di riparazione». Così, dal sogno di diventare ostetrica alla necessità di andare a lavorare: «Aiutavo la famiglia nei campi, facevo da baby sitter ai bambini del paese e poi sono stata per tanto tempo la badante di un giovane paralitico. Ricordo che per farlo divertire un giorno mi travestii da ragazzo e quando lo seppe mia madre non la prese tanto bene, disse che non era una maniera che si confaceva a una signorina».

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Dina in una foto da bambina

Poi arrivò l’amore della sua vita, Rovello, un vicino di casa che conquistò il cuore di Dina in una maniera così travolgente che il legame superò addirittura la lontananza della guerra: «Siamo nati quasi insieme – dice Dina -, eravamo vicini di casa, ma lui non amava stare con la sua famiglia e non vedeva l’ora di sposarmi. A 18 anni andò in guerra e venne spedito in Sicilia. Per tutto il periodo dei combattimenti non ci siamo visti, ma ci siamo sempre scritti. Io l’ho aspettato con amore e disciplina – tiene a sottolineare Dina -. Quando è tornato dalla guerra ci siamo sposati». Dina lo ricorda come fosse ieri quel giorno: «Era il 13 ottobre 1947 – dice -, la cerimonia alle 5 del mattino nella chiesa di San Gregorio a San Ginesio con don Pacì». E come mai il matrimonio all’alba? «Perché poi sarebbe partita la corriera per andare in viaggio di nozze a Roma. La festicciola l’aveva già fatta mia mamma il giorno prima». E al ritorno da quel viaggio – di cui resta una sola foto in bianco e nero dove gli occhi di Dina e Rovello brillano per tutti i sogni e le speranze per il futuro – la coppia costruisce mattone su mattone la propria vita. E partono proprio dal loro nido d’amore. «Quanto sudore su quella casa – dice Dina -. Abbiamo lavorato sodo io e mio marito e anche i nostri vicini si rimboccarono le maniche». È quella la casa dove, fino al 2016, ha vissuto anche l’unica figlia della coppia insieme alla sua famiglia. La casa che il terremoto ha reso inagibile.

Allora l’emozione del racconto diventa nostalgia, tristezza per ciò che tutti hanno dovuto lasciarsi alle spalle, ma anche speranza di poter presto tornare in quel luogo del cuore. Le lacrime rigano il volto di Dina e di sua nipote e il nodo allo stomaco si stringe per la consapevolezza che quel sentimento è lo stesso di tanti – anziani e non – che nel breve tempo di una scossa hanno visto sgretolarsi i sogni e il lavoro di una vita. «Prima di andare via per sempre da casa mia – dice Dina piangendo – ho voluto baciare casa mia. La penso tutti i giorni: mi dicono che c’è qualcuno che ogni tanto si siede sulla panchina che avevamo lì vicino. Era il punto di ritrovo per tutti».

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Dina e suo marito Rovello in viaggio di nozze a Roma

Ma poi tornano la forza, il coraggio, la voglia di non arrendersi e sperare: «Ma io comunque sto bene anche qui – confida -. Non mi manca niente. Certo, non ho molto spazio per muovermi con il girello (Dina quattro anni fa si è rotta il femore ma dopo l’operazione ha comunque ripreso a camminare). Se fossi stata a casa mia, in campagna avrei avuto più spazio».

Ma lo spazio Dina lo lascia comunque ai suoi ricordi, quelli che non vuole perdere e che vuole tenere così stretti da scriverli ogni giorno nel suo diario: «Ora faccio un po’ più fatica con la vista – ammette -, ma mi piace scrivere quello che vivo». Un testamento il suo, che ai suoi familiari ripete ogni giorno in maniera puntuale e decisa e che ora confida anche a tutti i giovani: «I miei consigli? Di non fare mai il passo più lungo della gamba, perché poi è difficile tornare indietro. Fregarsene delle chiacchiere e vivere la propria vita: io ho pensato sempre per me, ho lavorato duro insieme a mio marito. Camminate dritti per la vostra strada, tenete forte il sentiero che avete scelto, perché se sbandate poi è più difficile raggiungere i propri obiettivi. E se ogni tanto vi sentite giù di morale fate come me: mi preparo uno zabaione e tutto passa».

Dina è stata sempre anche una brava cuoca: «Ah, quante cose preparavo a casa mia: lu pulentò (il polentone, ndr), i dolci, il formaggio di pecora». Allora arriva la promessa: «Quando tornerò nella casa ricostruita cucineremo insieme (dice alla nipote), io comando e voi eseguite!». E la speranza rende l’obiettivo più vicino, forse il desiderio affidato alle cento candeline diventerà presto realtà.



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