Payback dispositivi medici, esplode la grana:
la Regione chiede ai fornitori 136 milioni,
valanga di ricorsi al Tar

FOCUS - Anche nelle Marche scoppia il caso. Per gli anni 2015-2018 è stato accertato uno sforamento del tetto di spesa sanitario di 292 milioni. Come prevede la legge, circa metà importo è stato richiesto alle aziende che hanno fornito i prodotti: sono 1.507, ecco l'elenco completo. Ma è partita la battaglia legale: 224 società si sono rivolte alla giustizia amministrativa
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Le prime 20 aziende a cui sono stati richiesti gli importi più alti (clicca sull’immagine per vedere l’elenco completo)

di Giovanni De Franceschi

Payback dei dispostivi medici, arrivata la valanga di ricorsi: sono 224 le aziende che si sono rivolte al Tar Lazio. In ballo, nella nostra regione, ci sono oltre 136 milioni di euro da restituire, a fronte di uno sforamento del tetto di spesa nella sanità di 292 milioni di euro. E’ scoppiata definitivamente anche nelle Marche dunque, così come un po’ in tutta Italia, la “grana” relativa ai rimborsi milionari richiesti alle ditte private che forniscono camici, mascherine, siringhe, materiali per le sale operatorie e tutto ciò che occorre negli ospedali.

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Alcuni dispositivi medici

E’ stato il decreto Aiuti bis approvato l’anno scorso dal governo Draghi a dare l’accelerazione decisiva affinché questo meccanismo, considerato vessatorio dalle aziende, venisse attuato. Il tetto alla spesa dei dispositivi medici è stato infatti introdotto nel 2011 e prevede che le Regioni non possano superare il 4,4% del Fondo sanitario ordinario. Nel 2015 venne poi stabilito che in caso di sforamento, non dovessero essere solo le Regioni a pagare, ma anche le aziende fornitrici avrebbero dovuto contribuire per una quota pari  al 40% per l’anno 2015, 45% per il 2016 e 50% a partire dal 2017 in poi. Ma questa disposizione è rimasta inattuata fino al settembre scorso, cioè fino all’approvazione del decreto Aiuti bis appunto. Con la nuova norma introdotta le Regioni sono così state, di fatto, obbligate a fare un conteggio dello sforamento al tetto di spesa degli anni 2015-2018 e a comunicare a ogni azienda fornitrice l’importo da restituire.

La Regione Marche ha completato il procedimento a dicembre scorso: 292.197.000 di euro lo sforamento accertato. E ha richiesto indietro a 1.507 aziende un totale di 136.514.709 di euro. In questi giorni sul sito della Regione è comparso anche l’elenco analitico di tutte e 1.507 aziende che dovrebbero pagare (leggi qui). Si tratta di società farmaceutiche, aziende produttrici per lo più italiane, solo sette sono estere, ma anche farmacie, qualcuna comunale, sanitarie, ferramenta. Ai primi posti troviamo la Medtronic Italia spa a cui è stato presentato un conto di 9,2 milioni di euro; subito dopo la Primed srl che dovrebbe sborsare 5,9 milioni di euro, poi la Johnson&Johnson medical con 5,8 milioni di euro e via via fino a importi di qualche centinaio di euro.

Il problema è che le aziende hanno da sempre contestato la logica di questa legge. Sia perché rischia di mettere seriamente in ginocchio tantissime realtà medio-piccole o grandi, visto che a molti potrebbero arrivare il conto di diverse Regioni. Sia perché in questo modo le imprese vengono ritenute di fatto corresponsabili dello sforamento del tetto di spesa, senza esserlo. Le aziende, infatti, per partecipare alle gare indette dalle Regioni ed eventualmente vincerle, devono obbligatoriamente rispettare il tetto di spesa presente nel bando e il numero di dispositivi richiesti. Detto in altre parole, la Regione indice una gara per una fornitura di 100 camici con una base d’asta. La vince l’azienda x che fornisce il materiale richiesto al prezzo stabilito dalla Regione nel bando di gara,  cioè un prezzo di solito più basso della base d’asta. Ma dopo qualche anno la Regione si accorge di aver speso troppo e richiede indietro all’azienda parte di quei soldi spesi per i 100 camici. E’ questo, in breve, il meccanismo contestato del payback. C’è poi un’altra questione sollevata sempre dalle aziende: lo sforamento del tetto di spesa non è detto che comporti necessariamente la chiusura di un bilancio in rosso per quella specifica azienda sanitaria: perché allora pagare anche se i conti sono in ordine? Perché la legge non fa questa distinzione.

E cosi si è arrivati alla valanga di ricorsi. La giunta regionale il 10 gennaio scorso ha deliberato di costituirsi in giudizio contro ben 224 ricorsi al Tar Lazio presentati da altrettante società private a cui è stato richiesto il rimborso. E questo potrebbe essere solo l’inizio. Intanto il governo ha allungato il termine entro il quale le aziende dovrebbero pagare, non più fine gennaio, ma il 30 aprile.

 



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