L’arte urbana veicolo di cambiamenti,
i sogni di Giulio Vesprini:
«Due muri a New York e un libro»

L'INTERVISTA al giovane urban artist civitanovese che ripercorre dagli inizi la sua passione: «Il mio primo graffito con uno spray trovato per casa». Ecco come le Marche influenzano il suo lavoro e perché le ha scelte come base
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Giulio Vesprini

 

di Claudia Brattini

«Il muro è la mia unica tela». Lo ha capito presto Giulio Vesprini, giovane urban artist civitanovese, classe 1980. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti e laureato in Architettura. Si dedica da moltissimi anni all’Arte Urbana partecipando a progetti e festival nazionali e internazionali (New York, Lisbona, Saint Etienne, Moutiers) realizzando murales in città come Roma, Torino, Bologna, Milano, inoltre, si occupa di comunicazione visiva e direzione artistica per festival culturali. Nel 2009 ha dato vita come ideatore e curatore al progetto “Vedo a Colori” oggi riconosciuto come Museo d’Arte Urbana che ha visto la riqualificazione del porto della città, degli annessi cantieri navali e di tante altre zone di Civitanova e, come le scuole e i parchi pubblici. Nel 2013 fonda lo studio creativo Asinus in Cathedra e nello stesso anno inizia la sua ricerca sul concetto di Archigrafia che trasforma in azioni itineranti trasformando vari playground e parchi in opere d’arte attivando così un percorso di ricerca sul tatticismo urbano, interrogandosi sulla relazione tra grafica e architettura. Dal 2007 realizza importanti progetti creativi per clienti come Ikea Italia, Bruno Barbieri, Pinacoteca Civica di Ancona, Il Sole 24 Ore, Enel Energia, Rag&Bone NYC, EASports Italia e molti altri. Vive e lavora a Civitanova.

Come nasce la sua passione per l’arte urbana?

«Certe passioni nascono e crescono insieme a te, non saprei dare una data precisa sul mio inizio, ce ne sono tante; posso dire che ho iniziato a disegnare subito, da bambino amavo i pastelli, nel 1991 iniziavo ad andare con lo skateboard, la mia prima vera esperienza urbana e nel 1994 ho realizzato il mio primo graffito con un vecchio spray trovato a casa. L’incontro con un writer più grande di me fu decisivo, tutti gli sviluppi che la mia ricerca ha avuto nel tempo nascono principalmente da quel giorno. Non sapevo bene cosa stavo facendo ma era davvero divertente, mi sentivo libero in un contesto particolare come quello di una città. Da quel momento ho capito che il muro era la mia unica tela. Ho iniziato a frequentare a metà degli anni 90 alcune jam importanti, come il Juice 96 in Ancona dove ho conosciuto e visto all’opera i maestri del writing come Dare, Mode2, Daim e gli italiani Eron, Blast, Dado, Hekto. Durante gli anni accademici ho modificato l’approccio al tessuto urbano, passando dai graffiti alla poster art, stencil, stickers, tutte espressioni spontanee che avevano come fine ultimo il dialogo con la città. Nel 2007 ritrovo la pittura murale in una nuova forma nello spazio pubblico, la Street Art che caratterizza il mio linguaggio artistico ancora oggi.

giulio_vesprini-2-325x217Come si approccia alla realizzazione di un’opera impegnativa come il murale, hai bisogno, ad esempio, di vivere e “respirare” il tessuto urbano dove si realizzerà?

«È molto importante per me conoscere il contesto in cui l’opera si inserirà. Il rapporto con l’architettura è alla base della mia ricerca, quando l’Urban Art incontra la geometria della città, può nascere qualcosa di importante. La mia è un’arte complessa che nasce da un percorso formativo diversificato, stratificato. Ho sempre creduto all’importanza dello studio, le due scuole frequentate mi hanno dato tanto: in primis un approccio progettuale puntuale affrontando ogni lavoro con serietà e disciplina. Poi c’è stata tanta esperienza e tanta città. È fondamentale nella mia pratica capire come un murales possa cambiare il modo di comunicare di un edificio e di conseguenza comprenderne il contesto fatto di pieni e vuoti. Non sempre il murales è la soluzione migliore».

C’è qualcosa delle Marche che sente di portarsi dentro a tal punto da influenzare il suo lavoro?

«Il paesaggio, i colori della mia città che inserisco sempre nei miei lavori, il mare senza il quale non so stare a lungo. Nelle Marche sono nati sempre grandi artisti e creativi, sono questi luoghi incredibili che hanno ispirato i grandi pensatori del nostro territorio e credo che questo connubio tra bellezze architettoniche e persone continui a rappresentare per molti una fonte di grande ispirazione. La Città Ideale è senza dubbio qualcosa che porto sempre con me».

giulio_vesprini-3-325x211L’arte come mezzo di aggregazione sociale e spirito di comunità, arte e sport: sono tutti connubi che ha reso reali in alcune sue opere – come ad esempio il campo di pallacanestro di Monte Urano –, che tipo di riscontri ha avuto finora?.

«Negli ultimi anni la mia ricerca si è spostata anche sulle superfici piane. Questi lavori conosciuti come “playground” sono realizzati in contesti precisi, spesso parchi periferici di città o paesi. Piastre polivalenti spesso abbandonate che trovano grazie alle mie forme colorate una nuova vita. Gli elementi minimali uniti a quelli della botanica, che caratterizzano il mio lavoro, dialogano perfettamente con questi luoghi e sono in grado di cambiare la prospettiva dell’area urbana arricchendola senza rivoluzionare il suo contenuto.
Il lavoro fatto a Monte Urano, come gli altri realizzati nel tempo, vuole essere un approccio al potenziamento del quartiere-parco, una traccia che vista dall’alto diventa un landmark territoriale, ricreando un punto d’incontro tra cultura, sport, natura e persone».

Ha un progetto, o un muro, in particolare che sogna di realizzare?

«Vorrei tornare negli Stati Uniti, dove, prima del Covid-19, avevo iniziato a lavorare. Sono stato a NYC, dove ho dipinto un muro per un brand molto famoso ed ero in accordo per altri due interventi, poi la pandemia e il rinvio di alcune commissioni. Spero presto di tornare, per me dipingere un muro dove tutto è iniziato è come se fosse un premio alla carriera. Vorrei anche pubblicare un libro che racconti i quasi venti anni dedicati all’arte urbana, chissà magari un giorno lo vedrò stampato».

Dove ha scelto di vivere e perché?

«Sono nato a Civitanova , dove vivo e lavoro. Nel 2013 dopo alcuni anni di ricerca e preparazione, fondo lo studio creativo Asinus in Cathedra. Tra il 2019 e il 2020 riesco ad aprire un nuovo spazio nel cuore del borgo marinaro, al suo interno convivono un laboratorio di letterpress e stampa d’arte, uno studio di comunicazione visiva e art direction e nel prossimo futuro anche di architettura. Le mie radici sono qui e anche se giro molto per lavoro, torno sempre alla base dove tra l’altro ho molti impegni come la direzione artistica di Vedo a Colori-Museo d’Arte Urbana e del nuovo Tabula Rasa Visual Arts Festival».

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