Dai documenti desecretati
la storia di Gina Cingoli,
civitanovese ebrea perseguitata dal fascismo

L'ANPI prosegue con la sua attività di ricostruzione di storie e volti della Resistenza civitanovese. Amedeo Regini racconta la figlia del proprietario di Palazzo Sforza quando era un pastificio, costretta a fuggire dalle persecuzioni razziali
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Il Pastificio Cingoli, oggi Palazzo Sforza sede comunale all’inizio del ‘900

 

di Laura Boccanera

Sibilla Aleramo era già andata via da Civitanova quando nel 1912 Gina Cingoli nasceva. Due donne che in questa città hanno vissuto, una famosa, l’altra dimenticata. A ripercorrere e far riaffiorare la storia di questa straordinaria insegnante che ha condiviso con la Aleramo stanze e città è l’Anpi di Civitanova che attraverso alcuni documenti che sono stati desecretati è riuscita a ricostruire un pezzo della storia della città e di questa testimonianza partigiana, una donna, una civitanovese, perseguitata dal fascismo perché di religione ebraica.

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Gina Cingoli

Se Sibilla Aleramo si era trasferita dal Piemonte a Civitanova (“la cittaduzza del Mezzogiorno” come la descrive nel romanzo “Una donna”) a seguito del padre, Gina Cingoli nasce a Civitanova e si trasferirà in seguito in Piemonte. Entrambe però condividono Palazzo Sforza: fabbrica di bottiglie diretta dal padre della Aleramo, Ambrogio Faccio, di proprietà di Giuseppe Cingoli una volta trasformato in pastificio. A raccontare e recuperare la storia di questa donna è Amedeo Regini che tramite l’Anpi cittadina sta riportando alla memoria le storie inedite e sconosciute di partigiani civitanovesi dimenticati. «I Cingoli erano degli industriali e avevano impiantato a Civitanova uno dei primi pastifici – racconta Regini –  Una impresa moderna con attrezzature per il tempo all’avanguardia. Tutto finisce nel 1914 con la conseguente chiusura dell’attività industriale. L’attuale Palazzo Sforza sede del Comune fu venduto alla municipalità dai Cingoli. Una parte della famiglia Cingoli continuò a vivere a Civitanova Marche fino al 1941. Gina è la figlia di Giuseppe Cingoli, si sposò nel 1937 nella Sinagoga di Torino con Aldo Portaleone. I Portaleone erano una famiglia di religione ebraica di origine anconetana. Nel 1938 Mussolini emanò le leggi razziali e Gina Cingoli fu espulsa dall’insegnamento. Gina era un’intellettuale e a Torino svolse una forte attività antifascista». «Grazie ai suoi insegnamenti abbiamo imparato il significato della parola “dignità”, il rifiuto di ogni forma di dittatura, la necessità di ricordare le atrocità del nazifascismo e l’orrore dei campi di sterminio, abbiamo condiviso le speranze nate dalla lotta di liberazione», racconta della madre Daniele Portaleone. Di Gina Cingoli parla con dovizia di particolari l’Anpi nazionale: «Nata a Porto Civitanova Marche (Macerata) il 16 gennaio 1912, deceduta a Torino il 22 dicembre 1989, insegnante. Dopo la Prima guerra mondiale la famiglia Cingoli, di origini ebraiche, si era trasferita dalle Marche a Torino. Insegnante di scuola media, nel 1938 (con l’approvazione delle leggi razziali), la professoressa viene esclusa dall’insegnamento. Anche il marito, Aldo Portaleone, è perseguitato per motivi razziali e quando scoppia la Seconda guerra mondiale Gina Cingoli, che è madre di tre figli piccoli, cerca un po’ di sicurezza sfollando in Val di Susa, a Rubiana», si legge nell’atto. La famiglia decide poi di spostarsi in prossimità del capoluogo e trova un rifugio in una cascina in località Tetti di Rivoli, nella prima cintura torinese. Sono lunghissimi mesi di clandestinità, di disagio, con l’incubo dei rastrellamenti (un fratello di Gina Cingoli, nel 1944, era stato arrestato, rinchiuso nel campo di Fossoli e, mentre era avviato alla deportazione nei Lager nazisti, era riuscito rocambolescamente a fuggire). Finalmente, con la Liberazione, la professoressa può tornare al suo lavoro. Insegnerà sino al 1975, anno in cui andrà in pensione. Per altri tre anni ancora presta attività come insegnante alla Scuola ebraica “Emanuele Artom” di Torino, ma non cesserà mai, dai giorni della Liberazione, di testimoniare sui valori dell’antifascismo e della libertà di tutti i popoli.



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