Li focaracci

LA DOMENICA con Mario Monachesi
- caricamento letture

 

mario-monachesi-e1587885168418-325x308

Mario Monachesi

 

di Mario Monachesi

Detti anche “faóri” (favori, nel maceratese-fermano), “fugaró” (nell’anconetano) e “fochère” (nell’ascolano), erano fuochi con una vistosa fiamma che in campagna “vinia preparati e ‘ppicciati su lo laorato (arato) in occasció’ de feste o ricorėnze rilijose. Li contadì’, lu dopo magnato (pomeriggio) de lu jornu che pricidia l’appuntamentu, cuminciava a ‘mmucchià’ fascine, frasche, potature de piante e de spi’ (rovi), canne e quant’atro c’era da bbruscià’, po’ tra lume scuro (sera) cuminciava a daje focu e a guidà’, fino a la fine, lo arde. Tutta la cuntradia (contrada) e le cuntradie vicine, se rimpjia de ‘ste luci che ‘lluminava la notte. U’ spettacoli per granni e picculi, che assėmo rmania èllo, a guardà’ le lute ji per ardo (verso il cielo), finamènde a che non se smorciava. Che orda c’era anche la gara a chj lu facia piu grossu e a quillu che mantinia (durava) de più. Tutra la fameja se riunia ‘ttunno e dicia lo ‘razió’ (preghiere). Adèra un’usanza che partia da lontano, fin da li tempi più antichi”.

Questa tradizione ha origini pagane che si perdono nella notte dei tempi. Deriverebbe dai fauni, che secondo la mitologia romana, erano divinità (minori) campestri, mortali ma dall’esistenza lunghissima, con un corpo umano e zampe di capra, protettori dei campi e delle greggi. Difendevano i raccolti dalle intemperie e gli animali dai lupi. Nelle rappresentazioni venivano riprodotti nell’atto di suonare il flauto. L’accensione del fuoco, simbolo di forza, di vita e di gioia, aveva lo scopo di chiedere protezione. Con l’arrivo del Cristianesimo, tali manifestazioni cominciarono ad assumere i connotati di feste religiose, così dalla consacrazione agli dei campestri, si passò a quella dei santi e della Madonna. Nelle Marche, la tradizione “de li focaracci, fino a quasi tutti gli anni ’70, viveva i suoi appuntamenti principali, la notte tra il 9 e il 10 dicembre, “la Venuta” (traslazione da Nazareth a Loreto della Santa Casa), la sera del 14 agosto “pe’ la Madonna de menz’agustu” e la sera precedente l’8 settembre “natività de la Madonna”. C’era chi li accendeva anche “pe’ Sand’Andò'” (17 gennaio), “San Gnoanno” (San Giovanni, 24 giugno), Santa Lucia (12 dicembre), durante “la prucisció’ de lu venerdi santu” e a Macerata (comune), “la sera prima de la festa de lu patronu Sa’ Gnulià’ (San Giuliano, 31 agosto).

“La tradizió’ de li faóri pe’ la sera de la Venuta”, avvenuta nel 1294, risale al 1617 e si deve all’iniziativa del frate cappuccino fra Tommaso d’Ancona. Nel 1624, il comune di Recanati (cui Loreto allora apparteneva) dispose che la sera del 9 dicembre “con lo sparo dei mortari e col suono di tutte le campane, si faranno fuochi sopra la torre del comune e si metteranno i lumi a tutte le finestre della città e si accenderanno fuochi da’ contadini di tutte le campagne”. Da qui la tradizione prende il suo lunghissimo cammino. I fuochi, per rischiarare il cammino degli angeli (poi accertato trattasi di famiglia Angeli), si accendevano alle prime ombre della sera. Intorno si recitava il rosario, si cantavano le Laude Lauretane e altri inni mariani di devozione popolare. Quando le fiamme erano oramai basse, i ragazzi erano usi saltarci sopra per ben nove volte. Era un atto di purificazione. Sempre “pe’ fa’ compagnia all’angili e ‘nzengaje la strada” alle finestre si esponevano “lumī e cannele”. Un’altra usanza era quella di sparare un colpo di fucile in aria. Alle tre e trenta della notte (ora in cui la Santa Casa avrebbe toccato terra), suonavano a distesa le campane delle chiese.

Nei tempi passati, a Macerata città si accendevano diversi “focaracci”, uno davanti al Duomo e due “pe’ le Casette”, attuale corso Cairoli. A Villa Potenza uno presso “la Madonnetta” (Monumento ai Caduti) e un’altro davanti alla chiesa. Attualmente a Macerata “lu focaracciu” viene fatto in piazza e nell’occasione si annuncia anche l’edizione del pellegrinaggio a piedi Macerata – Loreto. In alcune zone, al termine di tutto, era in uso anche mangiare e bere. Una strofa ascoltata sui nostri monti Sibillini così recitava: “Venate a scallavve tutti quanti / sia derèto che davanti / e in questa serata vèlla / co’ lo vino e la ciammella / sia a lu vellu che a lu vruttu / j’atturimo lu cunnuttu”. “Nannì de lu Cónde”, alias Giovanni Ginobili, poeta e ricercatore dialettale maceratese, definiviva “li focaracci” fuochi di gioia. “Su lu focaracciu, focheracciu, faóre, fogaró, faone, foghèra, focone”, o semplicemente “fuoco de la Venuta”, in italiano falò, hanno scritto fior di poeti. Tra i tanti, Sandro Penna: “Forse la vita si spegne / in un falò d’astri in amore”; Cesare Pavese: “Un acceso silenzio / brucerà la campagna / come i falò la sera”; ancora Cesare Pavese: “Li hanno fatti quest’anno i falò? – chiesi a Cinto – Noi li facevamo sempre. La notte di San Giovanni tutta la collina era accesa…”. (Da “La luna e i falò”).



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page





Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X