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Franco Janich “il maceratese”:
dolore per la scomparsa del libero
Vinse lo scudetto col Bologna

LUTTO - Si è spento oggi a 82 anni. E' stato direttore sportivo della Maceratese, arrivò in città nel campionato 2000/2001. La vedova di Pino Ferretti: «Per noi è come fosse morto un parente stretto. Ci sentivamo con regolarità»
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Franco Janich

 

di Maurizio Verdenelli 

Ah, le buonissime fragoline di Nemi! Erano per lui, Franco Janich, scomparso oggi a 82 anni, un modo di dirti: sei mio amico per sempre, ti voglio bene. E ti sorprendeva ogni volta la tenerezza di quel ‘furlan’ scolpito nella pietra della sue terra di Udine, ma che parlava benissimo anche i dialetti di Bologna, Roma e Napoli, patrie d’elezione amatissime e dalle quali era parimenti riamato. Aveva mani d’acciaio che affettuosamente ti ghermivano e che avrebbero potuto anche stritolarti, cosi come anni prima i suoi tackle implacabile di ‘libero’ più bravo del mondo. Guida ed anima, Franco, del Bologna, squadra che nel 1964 fece ‘tremare’ il mondo intero del calcio italiano conquistando lo scudetto in uno spareggio vinto a Roma contro l’Inter del mago Herrera e dell’astro nascente Mazzola. Che appena qualche giorno prima aveva vinto a Vienna la Coppa dei Campioni. «Non fu una gran fatica batterli: erano cotti. Ricordo che portavano cuciti, i nerazzurri, i colletti delle magliette di gioco: all’interno blocchetti di ghiaccio che si sciolsero al sole romano di giugno. Per me, Pascutti, Haller, Nielsen, Bulgarelli una passeggiata o quasi». Franco Janich si sentiva non solo friulano, bolognese, romano, napoletano ma dal duemilauno anche maceratese. E profondamente. Il calore di questa città l’aveva conquistato. Era la stagione 2000/2001 quando l’allora presidente della Maceratese, Stefano Monachesi, aveva avviato una profonda rivoluzione tecnica nel tentativo di salvarsi dalla retrocessione. Congedando, nel febbraio, mister Rosati e chiamando al capezzale biancorosso l’ex rossoblù e laziale, ma anche nazionale azzurro come direttore sportivo e come allenatore Salvatore “Totò” Di Somma, specialista in salvezze ‘impossibili’. E Di Somma giunto a Macerata ricordò subito di avere qui un compagno di squadra quando giocava nel Lecce in difesa con Materazzi (padre di Marco, il campione del mondo a Berlino). Così una sera in compagnia di Janich, Totò andò a Colbuccaro dove Pino Ferretti, il portiere di quel grande Lecce, abitava gestendo con la famiglia ‘Il Tarantino’. Fu una serata speciale, piena di emozioni e ricordi tutti condivisi con ‘Dudu’ (il nome segreto di battaglia di Salvatore) e l’inizio di una grande, solida amicizia con Janich. Che quasi tutte le sere fu presenza fissa, amicale e poi ancora di più: familiare. Un’amicizia ed una confidenza estesa anche a me, il cronista, superate le prime, professionali diffidenze. Furono mesi indimenticabili, interrotti ogni volta solo dall’ora tarda. «Ora devo rientrare… altrimenti il cane di Stefano abbaia» si accomiatava con queste parole, Janich. Stefano era il presidente Monachesi che ospitava il ds nella dependance della sua villa, da poco costruita all’ingresso di Macerata. In città, il glorioso Janich (che vantava un record unico: oltre 450 partite in serie A senza mai un gol) era stimato e benvoluto. E quando dopo l’avventura biancorossa lui tornò definitivamente nella diletta Nemi riprendendo attivamente il  ruolo di ‘eterno capitano’ della sua gran famiglia che in campagna contava pure un’eletta schiera di animali (cani e gatti), Janich lasciò un discreto rimpianto all’Helvia Recina. Una gloria, certo, ma pure un gentiluomo d’altri tempi. Ed un conoscitore dell’arte contemporanea. Mi disse una volta: “Devo tutto all’indimenticabile Gigi Meroni, mio compagno di camera nel 1966. Eravamo amici veri anche se di squadre diverse e lui mi confidò un giorno: Franco, sono andato alla Biennale di Venezia ed ho scoperto un genio che fa splendidi tagli sulle tele. Ho comprato un suo quadro. Devi investire anche tu nell’arte”. Era Fontana e se adesso ho qualcosa da parte lo devo a lui, a Gigi Meroni, bravissimo, umanissimo e sfortunatissimo”. E a proposito dei mondiali inglesi conclusi con la storica sconfitta contro la Corea, ci teneva ogni volta a dire che lui con il gol del ‘dentista’ Pak Doo Ik non c’entrava per nulla. «Se l’era perso  il suo monumentale marcatore diretto , io che avrei dovutofare? correre come i gamberi all’indietro?». Ed era ogni volta un mezzo sogghigno amaro. Ma quella sera di luglio del 66, Janich era troppo depresso per ripetere la scena di quando finito il primo tempo di una partita che il Bologna stava perdendo, rincorse lungo i gradini dello spogliatoio il compagno di squadra Tumburus, colpevole a suo vedere, del vantaggio avversario. Già, il Bologna sempre nel cuore. In città si muoveva riconosciuto ed adorato da tutti. «Ho lasciato tanti tifosi che non si dimenticano di me. Tra questi, di recente, ho incontrato l’on. Rocco Buttiglione. Ed è stato bello riandare con lui ai vecchi tempi» mi rivelò. «Per noi è come fosse morto un parente stretto. Anche le nostre famiglie erano diventate amiche: a Nemi con Pino eravamo andati e ritornati naturalmente carichi di fragoline. Che quando tornava Franco da noi a Colbuccaro, ogni volta ci portava. Lui ci è stato vicino sempre, anche e soprattutto nei momenti più difficili» dice, commossa, la vedova di Pino,  Giuliana Ferretti, insieme con le figlie Stefania ed Elisabetta. «Al telefono ci sentivamo con regolarità. Come state? Ci chiedeva ogni volta Franco. Sapevo che in questi ultime settimane aveva qualche acciacco in più ma non pensavamo ad una fine così rapida. Lo ricorderemo sempre e ricorderemo il suo affetto e la sua vicinanza durata19 anni. Per mio marito fino a quando visse, Janich è stato punto di riferimento ed amico nel profondo del cuore». Quando Pino mori, nella primavera del 2006, la chiesa di Colbuccaro straripava ai funerali. Confuso tra la folla in fondo alla chiesa, ecco un sussurro: “ciao, professore…”. Era lui: «Oggi ho perso un fratello vero». Per la prima volta i fieri occhi del ‘libero’ campione d’Italia, dell'”armadio del Bologna”, dell’azzurro tornato senza disonore da Middlesbro’, mi si mostravano lucidi, pieni di lacrime, silenziose.



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