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Socera e nora (ovvero la storia
di un’antica guerra mai sopita)

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario Monachesi

 

di Mario Monachesi

“Tra socera e nora / ‘rdiaulu laora”. Il primo incontro tra queste due importanti figure dell’istituzione “famiglia”, un tempo avveniva “lu jornu de lu matrimoniu de li vardasci”. Appena la cerimonia nuziale in chiesa, la coppia, accompagnata da parenti e amici, si avviava verso casa “de issu” dove poi “se saria tinutu anche lu pranzu”. Sulla porta, ad attendere gli sposini, c’era la suocera, con un mazzo di chiavi appeso alla cinta, quale simbolo del ruolo della stessa in casa. “La spusa se duvia ‘nginocchjà e la socera: “Porti la pace o porti la guera nella mia casa?” La spusa: “Porto la pace”. La socera allora concludeva: “La pace ce porti e la pace c’artrovi”.

A questo punto partiva un’altra usanza, quella di chiamare suocera e suocero “mamma e babbu”. Guai a non farlo, si sarebbe generato uno scandalo. Si diceva che era un segno di rispetto. Questa tradizione riguardava anche lo sposo nei confronti dei genitori della sposa, “ma per issu era più facile”, perché non risiedendo a casa loro, non vi aveva giornalieri contatti e quindi minime erano le occasioni di nominarli. Per la donna invece “che java in casa”, i contatti si presentavano ogni secondo. Anche la sera, al termine “de lu rosariu, assėme a cognati, cognate e maritu, pure essa duvia di’: “Babbu binidiziò’, mamma binidizió'”.

A quei tempi la suocera veniva indicata anche come “Mamma de pezza”, senz’altro per sottolineare che non era la vera madre.
Chissà perché “la storia” si è accanita perlopiù contro la suocera, poche, pochissime le dicerie sul suocero. Forse la suocera se le è attirate per la gelosia che nutre nei confronti del figlio che a suo modo di vedere le viene “rubato” e magari non “custodito” a sufficienza da un’altra donna. Fattostà che questo rapporto conflittuale ha scatenato tutta una “letteratura” negativa, senza limiti e confini, nei suoi confronti. Ed ecco allora fiorire sul suo conto proverbi, barzellette e scherzi a josa.

“L’amicizia tra socera e nora / triga (dura) quanto la née marzarola”.
“L’amicizia tra socera e nora, / dura quanto la vruscina (brina) marzarola”.
“La socera quanno vede la nora nasconne lo pa'”.
“È più facile che ‘na furmica se magni un turdu / che la nora e la socera vaca d’accordu”.
“Tra socera e nora / tempesta e gragnola”.
“La serpa che moccecò la socera murì ‘vvelenata”.
“La socera mia ci-ha li pili dapertutto, su la faccia, su le vracce, su le spalle, su le gamme, dapertutto mino che su la lengua”.
“Una socera è bona e lodata, / quanno è morta e sotterrata”.
“Se ci-hai mènte de fatte nora, penzece vè’, Dio perdona, la matre de marititu no”.
“Adamo è statu l’omu più furtunatu de lu munnu, è l’unicu a non aecce ‘uto (avuto) la socera”.
Alcune “nore” mandano a dire:
“La socera me tène li fiji lu sabbeto, io je tengo lu sua tutti li jorni”.
“La socera no’ me di’ come devo cresce li fiji, perché a casa mia ce n’è unu de li sua e te ‘ssicuro che ha fatto un casì'”.
“Le persó’ che pensa che solo Dio pò judicà’, non ha mai ‘ncundrato la socera mia”.
“Ce se mette pure Papa Francesco: “Non esistono mogli e maritu perfetti. Figuriamoci le suocere”.
“Mordo spisso anche la nora non è che sia sempre tuttu ‘stu stincu de santa”. Giovanni Verga ne “I Malavoglia” scrive: “Tra suocera e nuora ci si sta in malora”. Invece Marcello Marchesi: “Nessuna nuora, buona nuora”.
Un vecchio detto recitava: “Se lo recordi la spusa, ogghj è nora, ma domà’ sarà socera”.
Anche le suocera mandano a dire: “Mejo socera de geniru che socera de nora”.
“Chj non ci-ha diaulu in casa, / ospiti lu jeneru”.
Poi c’è “lu jèneru” che scherza:
– Consolo li soceri mia nei momenti difficili.
– Perché?
– So un…generu de confortu.
E c’è anche quillu che non scherza troppo…
“Mojema e la socera marcia pare, una me critica per quello che faccio, l’atra per quello che non faccio”.

Insomma “socere e nore, nore e socere, socere e jeneri, jeneri e socere, un munnu cumplicatu da sempre e ancora…per sempre”. La colpa? De tutti!
Prima di chiudere questo felice o infelice excursus “suoceristico” è doveroso annotare che ci sono anche suocere, nuore e generi che vanno piu che d’accordo, d’accordissimo. “Ma ‘sti casi adè radi come le mosche vianghe”.

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