Ricostruzione, ma non per tutti
I piccoli Comuni rischiano

SISMA - In pericolo alcuni centri dell'entroterra: questa ipotesi infame circola con sempre maggiore insistenza. Si teme un altro caso Nocera Umbra dopo il terremoto del ’97: ricostruita ma senza popolazione. Intanto Peppina sta ancora senza casa ed è finita all’ospedale
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

In margine ad alcuni convegni o incontri tecnici per discutere del rilancio del territorio colpito dal sisma e di proposte concrete per la ricostruzione, in colloqui riservati anche tra personaggi autorevoli, abbiamo ascoltato dei discorsi poco piacevoli. Infatti, sempre sottovoce e in via informale, si sta facendo avanti la convinzione che «è troppo dispendioso ricostruire tutti i centri, anche quelli più piccoli, dove sicuramente non rientreranno molti abitanti». E poi abbiamo sentito qualcun altro aggiungere: «Cerchiamo di evitare quanto è successo a Nocera Umbra dopo il terremoto del ’97: fu ricostruito tutto ma oggi il centro storico è pieno di cartelli vendesi o affittasi perché è praticamente deserto». Mentre un terzo interlocutore precisava: «E’ evidente che bisogna ricostruire Visso, ma gli altri piccoli centri come Ussita e Castelsantangelo potrebbero essere aggregati a Visso o si potrebbero fondere in un solo Comune». E il ragionamento è poi slittato anche su altri Comuni, diciamo così “minori”, dove “si potrebbe evitare di ricostruire”…

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Pecora sopravissana

Sono discorsi che (anche se detti sottovoce) non vorremmo sentire mai più. Sono proposte che a dir poco sono “raccapriccianti”. Si vorrebbe in parole povere cancellare per sempre l’esistenza e la stessa memoria storica di centri che sono stati la culla di un’antica civiltà: la civiltà pastorale dei Sibillini, i cui rappresentanti stringevano patti commerciali con il Vaticano per assicurare il rifornimento degli agnelli per celebrare la Pasqua, delle ricotte e dei formaggi durante il periodo in cui le loro greggi svernavano nella Maremma laziale. Cancelliamo pure la memoria di quelle famiglie che hanno rischiato la vita per nascondere i partigiani e sottrarli alla persecuzione nazista, o per aiutare i prigionieri di guerra inglesi e americani che erano scappati dai campi di concentramento. Dimentichiamo pure che quando Roma soffriva la fame durante l’occupazione tedesca era la gente dei Sibillini a portare nella capitale, battendo vie poco frequentate, pane, uova, galline, agnelli, carne di maiale e quant’altro. «Se siamo destinati a scomparire – ci ha detto il sindaco di un Comune dell’epicentro del sisma – ci dicano subito di che morte dobbiamo morire e non ci tengano all’infinito con la corda al collo come gli impiccati».

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Un recupero di opere

Tanto per fare qualche nome ricordiamo che Santa Scolastica, la madre di San Benedetto, è nata a Castelsantangelo sul Nera, e che Ussita ha dato i natali al cardinale Gasparri. Ma la cosa che noi tutti sottovalutiamo è che quella gente (tutta la gente dei Sibillini) per secoli, anziché costruirsi case di lusso con piscina, si è tassata per acquistare preziose opere d’arte con cui arricchire le loro chiese e i loro musei. Opere d’arte che tante città (compresa Firenze) hanno fatto a gara per poter esporre nelle loro prestigiose gallerie. Opere d’arte che però, dopo essere state messe al sicuro e restaurate, dovranno tornare negli stessi luoghi in cui sono state prelevate. Complessivamente, in tutta l’area del terremoto, sono stati recuperati 2.177 dipinti, 1.7176 sculture, 9.123 beni ecclesiastici e 5.000 metri lineari di beni archivistici e librari. Ma non è finita perché altri beni sono stati recuperati più recentemente nella chiesa di Sant’Agata a Spelonga di Arquata, nella chiesa di San Francesco a Borgo d’Arquata, nella chiesa di Sant’Agostino e nel museo diocesano di Visso come nella chiesa del Santissimo Crocifisso a Tolentino, ma anche nella chiesa di San Giovanni a Pieve Torina. Questo patrimonio era stato accumulato nei secoli non certo perché piovuto dal cielo ma soltanto per la volontà e la generosità di quella gente che oggi qualcuno vorrebbe anche “depredare” della loro identità, sopprimendo addirittura i loro Comuni.

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Casette a Visso

Purtroppo ci sono stati ritardi nella costruzione delle “casette”. Le ultime saranno consegnate a Camerino entro agosto. Lo speriamo tutti. La ricostruzione va a rilento. Tutto questo ha fatto sì che almeno duemila persone non hanno potuto rientrare nei loro luoghi d’origine. Forse non torneranno più. Quasi certamente si tratta di persone attive, che conoscono dei mestieri, da artigiano, da commerciante, da norcino, da meccanico, o altro, per cui con la loro esperienza, con la grande manualità, con i loro saperi, hanno trovato posti di lavoro meglio remunerati che in montagna. Quindi la “deportazione” verso la costa di persone in piena attività lavorativa e il non aver favorito il loro rientro ha comportato un danno economico notevole per tutte le Marche. Lo ha confermato il report annuale di Bankitalia: «Per l’intero cratere è stato stimato un crollo del 7% del fatturato nel solo 2016, con picchi dell’11% per le imprese più vicine agli epicentri. Ad essere colpiti di più sono le imprese più piccole: quasi 9% in meno, e il terziario: a -10%, forse per lo shock subito dalla domanda locale. Regge meglio la manifattura: -3%».
Questo per il 2016 ma «l’evento straordinario del sisma – conferma Bankitalia – incide negativamente su tutto il 2017 e lo dobbiamo tener presente». Prospettive poco rosee quindi. Confermate anche da Cna Marche che ha dichiarato che le imprese commerciali della zona terremotata hanno subito un “drammatico calo del fatturato”. Infatti «rispetto ad una media del fatturato annuale delle imprese marchigiane del commercio di 345.000 euro, per quelle del cratere il fatturato medio 2017 si è fermato a 182.000 euro, poco più della metà». Tutto questo significa che quell’area, l’area dei Sibillini, fornisce un apporto produttivo ed economico di cui le Marche non possono fare a meno. Quindi, quando si penserà alla ricostruzione (speriamo presto), non si deve fare lo “spezzatino”: quel Comune va ricostruito, quell’altro no perché troppo piccolo. Il nostro entroterra o lo si ricostruisce tutto o andrà tutto in malora. E’ questo che si vuole?

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Frontignano

Dopo, nelle carte geografiche scriveremo “Hic sunt leones” come facevano i romani per indicare che certe aree o erano desertiche o inospitali. Nei Sibillini non c’è il deserto ma c’è tanta voglia di ripartire. C’è gente tosta che innanzitutto chiede di riaprire tutte le strade, anche quelle secondarie, che non sono secondarie per il turismo, ma di cui nessuno si preoccupa di renderle praticabili. Gli impianti di risalita per i campi di sci di monte Prata saranno pronti per il prossimo inverno? E il polo turistico di Frontignano sarà messo in grado di riprendere la sua attività in tempi ragionevoli? Sono state inaugurate molte scuole ma quasi tutte messe in piedi grazie alle generose donazioni private in tempi record. Per le scuole invece che dovranno essere ricostruite dallo Stato si attendono sempre tempi biblici? Ma ci sono da ricostruire anche gli edifici comunali, le caserme dei carabinieri, le chiese, le strutture sanitarie, i musei, le pinacoteche, gli archivi di Stato e quant’altro. Sono questi edifici gli indispensabili punti di riferimento per convincere la gente che lo Stato fa sul serio, che la vita può riprendere nei grandi come nei piccoli Comuni, che i turisti potranno tornare sui sentieri di montagna e affollare ristoranti e agriturismi, che le opere d’arte portate alla Mole Vanvitelliana di Ancona o a Forte Malatesta di Ascoli torneranno ad abbellire le chiese e le pinacoteche dell’entroterra. Nulla di tutto questo è invece all’orizzonte. E Peppina, in attesa di rientrare nella sua frazione, è finita all’ospedale di Camerino. «Se i nostri vecchi – scrive Manuela Berardinelli, presidente Alzheinmer Uniti Italia – non potranno tornare nelle loro case in tempi rapidi molte realtà perderanno la capacità di rinascere». E sorge il dubbio: ma non sarà proprio questo l’obiettivo di quanti operano per ritardare tutto?



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