Busta paga pesante, resa dei conti:
«Per i terremotati sarà un salasso»

SISMA - Allarme della Cisl per il rimborso di Irpef e bollette sospese: «Disparità di trattamento, norme poco chiare e scadenze inaccettabili. L'aiuto si trasformerà in una vessazione». L'appello di due sfollati di Caldarola e Tolentino alle istituzioni: «Non dimenticatevi di noi»
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Silvia Spinaci e Rocco Gravina

 

di Giovanni De Franceschi

(foto di Fabio Falcioni)

Uno stipendio di 850 euro al mese, la cassa integrazione, la vita da ricostruire in una casetta, l’abitazione da demolire e una famiglia da mantenere. Come se non bastasse dal 31 maggio dovrà iniziare a restituire l’Irpef, oltre a pagare quella corrente. E dulcis in fundo, entro il 31 agosto arriverà anche la mazzata in un’unica fattura di tutte le bollette arretrate. Lui è Roberto Orazi, sfollato di Caldarola e dipendente dell’ex Antonio Merloni di Matelica, passata al gruppo Ghergo. Oltre ai danni del terremoto, ora anche la beffa di «un vero e proprio effetto stangata», come l’ha definito il segretario provinciale della Cisl Silvia Spinaci. Lo stesso che si troveranno ad affrontare moltissimi terremotati per via delle norme che regolano la cosiddetta “Busta pesante”. «Un percorso a ostacoli» iniziato dopo le scosse del 2016, che ha concesso a lavoratori e pensionati di poter usufruire dello stipendio pieno, cioè senza le ritenute fiscali. Ma adesso che l’aiuto è terminato, la norma si sta rivelando un vero e proprio boomerang.  Chi ne ha usufruito dal 31 gennaio ha ricominciato a pagare l’Iperf, mentre dal 31 maggio dovrà iniziare a rimborsare quella sospesa in un massimo di 24 rate mensili.

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Roberto Orazi

«Si sta avverando quello che abbiamo denunciato fin dall’inizio – spiega Spinaci – un ingorgo di pagamenti e riscossioni che andrà a gravare su condizioni che già presentano disagi enormi: la terra continua a tremare, la ricostruzione non parte e progetti di sviluppo per il territorio non se ne vedono. Pensionati e lavoratori si troveranno a dover pagare l’Iperf sospesa per 12 mesi in 24 rate, considerando che andrà a sommarsi all’Irpef corrente, si tratta di un aggravio del 50% della tassazione. A ciò si aggiunga che entro il 31 agosto i gestori di acqua, luce e gas invieranno in un’unica fattura il conguaglio delle bollette non pagate per un anno e mezzo. Insomma si passerà dalla busta paga pesante alla busta inesistente». E pensare che c’è chi quella busta se l’è vista già decurtata per la crisi. «Sono anche in cassa integrazione alla Ghergo – racconta Orazi – e per noi sarà ancora peggio. Avevo usufruito della busta paga pesante perché avevo perso la casa e per arrivare al lavoro, da sfollato, dovevo fare ogni giorno circa 60 chilometri. Ora sono tornato a Caldarola, in una sae, ma anche lì ci sono spese. Farò molta fatica». Insomma, quello che doveva essere un aiuto si è rivelato, a conti fatti, un salasso. «Vivevo e lavoro in una ditta di Tolentino – aggiunge Luis Nastase – ma dopo il terremoto sono stato costretto a trasferirmi a Corridonia, in un’autonoma sistemazione. All’inizio sono stato in un palazzetto e la situazione era talmente difficile, che mi ha segnato. Solo chi l’ha vissuta penso possa capirmi. La busta paga pesante l’avevo richiesta perché da 3 chilometri al giorno ero passato a 50 per andare a lavorare. Faccio un appello ai nostri rappresentati in Parlamento, a chi ci governa, al presidente Mattarella, al commissario: non dimenticate i terremotati, farlo sarebbe un grave atto di irresponsabilità. E’ finito il tempo delle parole, ora servono fatti concreti. Noi vogliamo pagare, ma vogliamo essere trattati come gli altri terremotati, senza disparità. Abbiamo bisogno di aiuto, quello che ci è capitato non l’abbiamo voluto noi».

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Rocco Gravina e Luis Nastase

E perché si parla anche di disparità di trattamento rispetto ad altri terremotati? Perché le condizioni applicate questa volta sono le peggiori di tutte quelle applicate nei terremoti precedenti. Senza scomodare il 1997, quando c’era ancora la lira, basta fare un raffronto con il sisma de L’Aquila del 2009. Allora la sospensione delle imposte durò 21 mesi, venne concesso il rimborso di appena il 40% del dovuto e la possibilità di rateizzare fino a 120 mesi, cioè 10 anni. Inoltre l’inizio del pagamento iniziò 12 mesi dopo la fine del beneficio. Oggi invece: le tasse sono state sospese solo per 12 mesi, è previsto il rimborso del 100% della somma dovuta e lo si potrà fare in appena 24 rate, ad appena 5 mesi dalla fine del beneficio. Almeno da chi ha pensato e redatto una norma del genere ci si sarebbe aspettata chiarezza sulle modalità di rimborso, niente, neanche quella.

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Silvia Spinaci

«Le poche indicazioni arrivate dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione del 6 marzo 2018 – spiega ancora Spinaci – non danno indicazioni complete sulle modalità di restituzione. Non ci sono codici tributo e modelli per il versamento autonomo delle imposte sospese. Così ad oggi, a poco più di un mese dalla scadenza, lavoratori dipendenti e pensionati non hanno strumenti per comunicare la volontà di rateizzazione, il numero delle rate e per effettuare i relativi versamenti. Inoltre, abbiamo segnalazioni del fatto che le amministrazioni pubbliche stanno correndo ai ripari, ognuna come meglio crede. Nella scuola, per esempio, si sta riconoscendo la possibilità di rimborso con decurtazione direttamente dallo stipendio. Nella sanità invece, l’Asur sta comunicando che i lavoratori dovranno provvedere da soli».  E per i contratti a tempo determinato che hanno usufruito dello stesso beneficio? Ancora peggio: probabilmente si troveranno a rimborsare in uno stato di disoccupazione e senza tutele. Un pasticcio che continua ad avvitarsi su stesso, mentre il tempo incombe. «Per questo – ha concluso Rocco Gravina, responsabile Cisl Tolentino-Camerino – chiediamo una risoluzione di buon senso che ponga fine a questa situazione: bisogna definire la norma ed eliminare tutte le incertezze ed arrivare a una parità di trattamento con gli altri terremotati. Il 31 maggio è troppo presto e 24 rate troppo poche. E’ impensabile che un aiuto si trasformi in una vessazione».

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