È ‘rriata la cappellara!

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario Monachesi

di Mario Monachesi

La “cappellara” più conosciuta, quella che fino a tutti gli anni ’60 ha battuto per tantissime estati la campagna maceratese, era “Lisa de Montappó” (anche se alcuni sostengono “Marì”). Una minuta, curva (per gli anni), ma arzilla ed infaticabile vecchietta, quasi sempre vestita di scuro e dalla parlantina piu che sciolta. Prendeva in affitto una stanza a Macerata, in via Armaroli. Da li partiva ogni mattina a piedi direzione campagna, faceva una contrada al giorno. Con il suo enorme sacco di tela in spalla stracolmo di cappelli di paglia di ogni foggia e misura, faceva il suo primo giro tra le aie già a maggio. Nel corso della bella stagione ritornava dai suoi amati contadini ancora un paio di volte. In ogni occasione il suo arrivo, spesso la vedeva anche con una pila di cappelli in testa, veniva gioiosamente annunciato con: “È ‘rriata la cappellara! ” I primi ad accorrere erano festosi i bambini poi, non appena arrivavano anche gli adulti, dal suo sacco iniziava a tirar fuori cappelli per tutti. Ognuno si sceglieva la forma, la misura e, prima “de cumbinà’ (portare a compimento l’affare), la vergara dava ” ‘n’occhjata” anche ai prezzi. L’accordo era sempre cosa facile. Accontentato tutti, avvolgeva i soldi ricevuti in un fazzoletto che poi riponeva all’interno della vistosamente sudata (minima) scollatura. Al momento di rimettersi in cammino accettava di buon grado un bicchiere di fresco vinello e, se era oramai mezzogiorno, non disegnava l’offerta di un piatto di minestra. “Quasci sempre li tajulì’ pilusi” (tagliolini senz’uovo). Poi, sotto il sole cocente, via di nuovo lungo le polverose strade, verso altre aie, anche le più disperse. Davvero un “cammino” che oggi non osiamo neanche immaginare. Con i cappelli nuovi d’una estate già alta, i ragazzi tornavano ai loro giochi o alle loro occupazioni, gli adulti alla pressante mietitura seguita dalla altrettanto pressante trebbiatura. A tutti quei lavori, insomma, che la bella stagione richiedeva, “scartoccià” settembrino compreso.

Lavorazione-del-cappello-a-Montappone

Lavorazione del cappello a Montappone

Ulteriori ed altrettanto importanti notizie a correlazione… Montappone, per quanto concerne la produzione dei cappelli di paglia, è sempre stato il distretto più importante. Sul finire dell’800 è stato il primo centro italiano a industrializzarne la produzione. Oggi si parla del più ampio “Distretto del fermano”. Era tradizione che, nelle lunghe sere invernali gli uomini, le donne e i bambini, al caldo delle stalle “capavano” e intrecciavano la paglia che, poi, una volta cucita, veniva posta nella forma. Tutto questo è regolarmente avvenuto fino agli anni ’60, fino a quando anche le cannucce per sorbire le bibite al bar erano realizzate con lo stelo più grosso della spiga del grano. Poiché allora in campagna tutto si utilizzava e nulla si buttava via, con altra parte dello scarto i montapponesi ci costruivano le ventole per i camini. Nel paese di Montappone è aperto da qualche anno il “Museo del cappello” e, se non vado errato, da qualche anno, ogni fine luglio, è ripresa anche la festa che celebra detto prodotto.  Del cappello di paglia hanno tradizione anche i paesi di Signa (Firenze), Monghidoro ,(Bologna), Marostica (Vicenza), Carpi Modena) e Monza.



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